Il mondo in presenza di Wallace

Questa non è una Storia di Wallace Records, ma sono storie nate grazie a Wallace Records, in alcuni casi molto belle e avvincenti a prescindere dalla conoscenza che si ha dell’etichetta e dei suoi gruppi. Alla festa che abbiamo organizzato per i vent’anni di questo pezzo fondamentale di underground italiano hanno partecipato anche alcuni VIP (Piff, Onga, Mr. Solar Ipse e Savini), che ringraziamo. Speriamo che un giorno qualcuno sia più sistematico di noi e pubblichi un libro su ciò che Mirko Spino – assieme alla sua famiglia allargata di musicisti – è riuscito a realizzare durante tutto questo tempo, perché pensiamo sia molto importante.

TARAS BUL’BA, Secrets Chimiques (2008) – di Nazim Comunale

TARAS BUL'BA, Secret Chimiques (2008)

Ci sono storie bellissime e nascoste in quello che un tempo tutti chiamavamo underground e di cui Wallace Records ha avuto l’indubitabile merito di scandagliare gli anfratti più rumorosi, scovando più di una volta musiche refrattarie a facili definizioni, impossibili da omologare, vere e proprie oasi di resistenza al conformismo indie imperante che negli anni a seguire tanti danni avrebbe fatto. Negli anni Novanta, una vita fa, c’erano gruppi che si dannavano l’anima per cavare fuori qualcosa di non prevedibile dal semplice incastro di basso, chitarra e batteria: memori del magistero rumoroso e del veleno mortale distillato da loschi figuri come quelli della Amphetamine Reptile (ce le ricordiamo le mazzate stratosferiche dei primi Helmet, sì?), nel frattempo questi geniali dilettanti (in selvaggia parata) ordivano cospirazioni nell’ombra. C’è chi da quel cono d’ombra, per volontà, per caso, per predisposizione, è parzialmente uscito, chi invece ha continuato a gravitare ai bordi dell’oscurità, pur macinando solo e solamente dischi convincenti e personali. Ma allora qual è stato il problema? Nessuno, semplicemente certi suoni e una certa attitudine non possono non appartenere che a una cerchia ristretta, quasi carbonara di adepti, che come in una setta si passano poi il segreto, un segreto da custodire e da confidare solo a chi sia simile a noi, con la nostra tendenza al fallimento, con il nostro amore per i difetti, con la nostra scarsa diplomazia, con la nostra incapacità di venderci con un sorriso. Esempio perfetto di questa cocciuta ed eroica vocazione minoritaria sono i Taras Bul’ba, un trio killer di Milano, che ha sfornato 4 dischi dal 1996 ad oggi (oltre ad aver partecipato al terzo volume della serie esplorativa, sempre di Wallace, PO BOX 52); tutti meritano di essere ascoltati o riascoltati, perché mostrano una sorprendente capacità di reinventare una formula abusata come quella del trio rock attraverso l’utilizzo intelligente ed espanso di voci registrate (in “Providence” fa capolino da un altrove imprevedibile addirittura l’ugola di seta profonda di Nina Simone), e prima che i Fuzz Orchestra portino quest’idea a un pubblico più ampio. Se nel caso di questi ultimi si tratta di una mera, per quanto efficace, sovrapposizione di riff di puro Sabbath con voci prese da film, creando una sorta di fondale monologante per digressioni hard rock a tutto volume, nel caso dei Taras, invece, le voci, oltre a provenire dalle fonti più disparate, interagiscono in maniera più psichica con l’ordito strumentale della band, in grado di imbastire numeri tra il noise ed il prog con un’attitudine sempre libera e felicemente improntata alla ricerca di un heavy groove fluido e inesorabile. Le chitarre sono poliglotte, mai banali, basso e batteria macinano che è un piacere, il mood resta felicemente indeciso tra ipotesi di jazzcore muscolare (mai però tamarro), nevrosi zorniane, ossessioni math e piallate che sanno di post-core evoluto. Valga su tutti un pezzo monstre come “Padiglione Zonda”, con un riff spaccamontagne che si evolve in un agguato psycho per poi di nuovo azzannare alla gola con lampi degni dei migliori Zu. Tutto senza che mai un singolo passaggio, qui come altrove, suoni prevedibile, telefonato: senza alcuna posa, senza inutili enfasi, senza ciuffi, senza proclami, senza didascalie o vuote, belle calligrafie. Le chimiche segrete dell’underground più rumoroso e geniale sono passate anche attraverso questo disco. La band è al momento in stasi, l’ultimo disco risale al 2012. Come il personaggio del racconto di Gogol’ da cui prendono il nome, forse i Taras Bul’ba sono stati fermati da un generale nemico alle porte di Cracovia, torturati e poi arsi vivi, legati ad un albero. Voi approfittate per aprire questo vaso di Pandora. Non ve ne pentirete.

A SHORT APNEA, S/t (1999) – di Nazim Comunale

A SHORT APNEA, S/t (1999)

Mentre il pensiero è una tazza piena di vermi in continua convulsione, alla ricerca di un pensiero che non arriva mai. (E intanto ronzii come fili della corrente, transistor, interferenza, radio music, rumori organici dell’Antropocene, un rock finalmente consapevole dell’avanguardia e un’avanguardia finalmente consapevole del rock, un suono intimo e universale, sfrangiato, compatto, denso, rotto in mille frammenti, come una febbre elettrica o una maledizione inesorabile e bellissima: è il mondo in presenza di cose). Conservo ancora da qualche parte in cantina il manifesto di un concerto che riproduce la copertina di questo disco-monolite, lo aveva organizzato il mio caro amico Enrico Fontanelli che poi sarebbe diventato famoso con Offlaga Disco Pax e sarebbe morto a 37 anni; erano i primi anni del Maffia, un circolo Arci che ebbe il suo lungo periodo di gloria nella nostra piccola Reggio Emilia, portando ad esibirsi in Viale Ramazzini fior di musicisti: tra i tantissimi, Motorpsycho, Mick Karn, Voivod, Young Gods, Napalm Death, Bill Laswell, Spain, Toshinori Kondo, i Massimo Volume delle loro prime, magnetiche uscite, e anche i Marlene Kuntz prima che diventassero un’altra cosa, e tanto altro che ora non ricordo. Riascoltando ora questo disco misterioso e imprendibile, tornano in mente le canne fumate nel retro del locale, quella sensazione di urgenza, di essere proprio nel momento giusto al posto giusto, lo stupore nel sentirsi sparato in faccia un suono capace di scappare in mille direzioni diverse, che avrei approfondito solo in seguito (elettroacustica, drone, field recordings), una musica minacciosa e irresistibile come il canto di una sirena nera e per forza di cosa traditrice. Invitava a perdersi nei vortici dell’elettricità, nel nostro museo psichico, tra fantocci, feticci, bugie e utopie: una brevissima apnea da cui non saremmo mai riemersi, come un battesimo di sangue per entrare in un universo dove le regole erano nuove, dove tutto funzionava in modo nuovo. E allora cut up, visioni, chitarre come vocabolari del possibile, tre teste pesanti (pensanti) capaci di dire l’indicibile in un modo immediato ed enigmatico, di disegnare nuove geometrie, di scovare, come già i This Heat, che avrei conosciuto solo dopo, un nuovo tipo di acqua, a new kind of water. E allora neon paralleli, il post-rock come fuga dalle gabbie della struttura strofa-bridge-ritornello, eliminare l’idea del cantante come maschio alfa davanti alla band, eliminare la band, eliminare il cantante conservando il cantante: non è mai stato elogiato abbastanza Federico Ciappini, voce dei Six Minute War Madness (dei quali gli A Short Apnea saranno una fioritura oscura e allo stesso tempo luminosa, malata), capace di regalare nitide visioni alle immersioni nel suono di Xabier Iriondo, Paolo Cantù e Fabio Magistrali (guardacaso produttore, tra i tanti, anche del disco prima raccontato di Taras Bul’ba).
Neon paralleli bianchi / corrono in un tunnel / come frammentati fili di sperma: / è il fascino dei contrari che si rivela all’uscita. / Un arco nero, inconsistente che sottende la corda / al di là della quale il piacere si sublima / e scompare alle spalle. […]
Alla ricerca di un pensiero che non arriva mai.

Dopo questo esordio col botto il trio avrebbe pubblicato un anno dopo quello che è probabilmente il suo capolavoro, Illu Ogod Ellat Rhagedia (Ustrainhustri), ma io dovevo rendere in qualche modo omaggio al satori di quel mercoledì sera di mille anni fa. Paolo e Xabier avrebbero proseguito poi come Uncode Duello, con ottimi dischi, Magistrali è stato l’eminenza grigia di tanti lavori Wallace per poi lasciar perdere le sue tracce. Nuovamente una storia di scomparse, forse di fallimenti, senz’altro di resistenza e di cocciuta e inesorabile lotta contro il conformismo che ci accerchia, sempre più, da ogni lato. Attraverso questo disco, oltre che grazie a Millions Now Living dei Tortoise, chi scrive ha imparato a guardare a un certo tipo di rock con altre orecchie. Del resto non si tratta di altro che della nota nera per il tasto bianco, no?

Questo ricordo è per Enrico.

ANATROFOBIA, Tesa Musica Marginale (2004) – di Nazim Comunale

ANATROFOBIA, Tesa Musica Marginale (2004)

Chiudo il mio personalissimo excursus nel catalogo Wallace con la band che è stata il cavallo di Troia che mi ha permesso di entrare nella città assediata. Ricordo bene una sera su Radio3, la trasmissione allora non si chiamava Battiti, a me viene in mente Agguati, ma poco importa, sta di fatto che, sintonizzato sui 98.5, in religioso silenzioso, attendendo qualche nuova rivelazione per le mie orecchie assetate, ecco che passa un pezzo di questo gruppo dal nome buffo e surreale, Anatrofobia: “Nuovi Topi Ad Ur”, dall’album Le Cose Non Parlano. Da quel semplice ascolto è nata una conoscenza che va avanti da oramai quindici anni e una stima per una band che ha sempre battuto con tenacia, ostinazione e direi devozione strade assolutamente devianti rispetto a tutto ciò che è confortevole, prevedibile, comunemente considerato gradevole. Gli Anatrofobia non si sono mai adagiati sul già noto, hanno sempre cercato una loro strada tra fantasmi jazz, silenzi densi e gravidi di attese e minacce, urgenza hardcore e un profondo interesse per il suono come materiale plasmabile anche attraverso l’elettronica. Ognuno dei sei dischi della band, che ha ruotato sempre attorno ai fratelli Cartolari (Luca al basso e all’elettonica, Alessandro ai sassofoni alto e baritono e all’elettronica) e al batterista Andrea Biondello, con vari cambi di assetto nel corso del tempo, ha esplorato un lato diverso di un universo multiforme e ostinatamente riottoso a essere intrappolato in un qualsivoglia sistema classificatorio. Troppo colti e cerebrali per il jazzcore, troppo punk per gli ambienti accademici, troppo silenziosi per gli amanti del free più fisico, troppo intelligenti per chi crede che basti un sassofono per poter dire che quello è jazz, capaci di muoversi con disinvoltura tra ombre di contemporanea e ruggini rock, in una terra di mezzo ignota e non ancora colonizzata dove convivono felicemente un approccio selvaggio eppure controllato e calibratissimo al suono e alle sue componenti dinamiche e timbriche, le ansie da hardcore da camera dei grandi Koch Schutz e Studer (forse il punto di riferimento più stabile per la band) con i profili della storia del jazz libero rivisti attraverso una lente sempre personale e coraggiosa. Li ho beccati parecchie volte dal vivo, ma tra tutte rammento ancora quel concerto del 2008 al Magnolia di Milano con il violinista Stefano Pastor. Ne sarebbe dovuto scaturire un disco, purtroppo invece mai venuto alla luce: peccato perché il concerto era stato semplicemente strabiliante. Pochi gruppi sono stati capaci dalle nostri parti di essere sempre e comunque lontani da ogni ipotesi didascalica e di affacciarsi sul bordo del silenzio, pericolosamente (l’ultimo disco ad oggi, Brevi Frammenti Di Presenza, esplora soprattutto questa dimensione). Tesa Musica Marginale del 2004 è invece un manifesto, già dal titolo, di un’attitudine libera e intransigente: in questa fase della band l’assetto è a cinque, con Roberto Sassi (già negli ottimi Cardosanto) alla chitarra e Alessio Pisani al fagotto. Basta ascoltare la prima traccia, “Uno Scoiattolo In Mezzo All’Autostrada” (onomima del disco del 2001) per capire. Ripetizione, figure ritmiche fratturate, abissi che si spalancano, i Meshuggah al Conservatorio, nuvole nere che manterranno la pioggia che promettono. Non avete mai sentito nulla di simile, in Italia, fidatevi. La band, dopo varie vicissitudini, è al lavoro con una nuova formazione (Alessandro Cartolari al momento è concentrato sui Masche, che hanno esordito di recente con un ottimo lavoro, Kalvingrad, proprio per Wallace/Adn), che sperimenta per la prima volta l’uso della voce al posto del sassofono. Possiamo sentirne un primo assaggio proprio nella nuova compilation di Wallace. Restiamo in attesa di poterli vedere ancora dal vivo, perché ogni volta è stata una folgorazione, e abbiamo ragione di sospettare che sarà così anche in futuro.
Tesa Musica Marginale per chi nella musica cerca il brivido dell’inatteso.

MADRIGALI MAGRI, Negarville (2000) – di Onga/Boring Machines

MADRIGALI MAGRI, Negarville (2000)

Non  è facile scegliere un disco dall’immensa discografia della Wallace di Mirko Spino, una media di 10 pubblicazioni all’anno negli ultimi 20 anni. Uno come me, che ne ha pubblicati una media di 8 all’anno negli ultimi 12 anni, ha ben presente la dedizione, la fatica ma soprattutto il valore di un’impresa del genere. Se conto che almeno 3 delle mie pubblicazioni sono condivise proprio con Wallace (Claudio Rocchetti, Jealousy Party, Bachi da Pietra), mi sento ancora più vicino a questo mirabile anniversario.
Tra tutte le produzioni, quella che mi ha avvicinato al mondo Wallace è Negarville di Madrigali Magri, anno 2000 se non ricordo male. Me lo fecero sentire al negozio di dischi locale e fu amore immediato. L’estetica di copertina, l’intro già di suo invitante mi avevano ben disposto all’ascolto, ma fu quando partì la title-track che dalla mia tasca posteriore il portafoglio cominciò a vibrare in sincrono coi miei timpani, segno che era un disco da avere assolutamente.
“Negarville”: parole sussurrate con violenza che fischiano come pallottole, chitarre come lame che trafiggono le carni, il suono di un western autistico accartocciato su se stesso.
Da lì in poi il disco si macera su ritmi lenti ed incomunicabilità, riservando numeri come “Un Posto Per Un Altro”, che anticipa le intuizioni che poi mi avrebbero fatto piacere un sacco i Tarentel. Si naviga a vista nel buio pesto, muovendosi con circospezione, tranne tirare fuori nuovamente i denti verso il finale, per un momento, perché l’astio, il rumore, non sono ancora finiti.

BUGO, Sentimento Westernato (2001) – di Maurizio Inchingoli

BUGO, Sentimento Westernato (2001)

Cristian Bugatti, in fondo, è un mistero. Partì infatti con un un lo-fi super-scalcinato che in realtà nascondeva malamente la capacità di scrivere canzoni, cosa non da poco… e arrivò a casa di Mirko Spino con quest’album, che a suo modo fu importante, sia per la Wallace Records, sia per lui stesso.

Sentimento Westernato dà l’esatta misura del talentuoso musicista di Novara già dal titolo e già dall’apertura di “Vorrei Avere Un Dio”, come un folkster intrappolato in oratorio, costretto a passare le giornate tra coetanei e preti, e con una gran voglia di percularli. Stessa sorte per la claudicante “Bisogna Fare Quello Che Conviene”, con la batteria che ricorda un fustino del Dash non esattamente percosso da un professionista. Eppure, Bugo azzecca le melodie, rielabora canovacci super-abusati con la grazia di uno che è troppo lacerato dall’emotività: il blues del Delta (del Po, naturalmente) di “Son Drogato Di Lavoro”, fino ai territori quasi raga-blues de “L’Occhio È Lo Specchio”, prova cristallina e a suo modo dolce. Fa specie a distanza di tempo beccarlo mentre scimmiotta Mark Lanegan in “Io Berrò Alcol”: quelle chitarre sono così anni Novanta, come l’andamento del cantato, insomma il ragazzo si divertiva a registrare le proprie paturnie, a mettere in pratica una sorta di auto-analisi che successivamente gli avrebbe permesso di affrontare una carriera major, anche se forse con risultati non del tutto entusiasmanti (Bugatti, a un certo punto, ha provato a smarcarsi da un modo di intendere la musica che è ancora oggi croce e delizia di chi ama dischi storti).
Cos’è significato uscire dalla propria cameretta per raccontare al mondo le difficoltà e le idiosincrasie di una vita sempre in bilico? Bugo ci mostra una versione musicale della sua vita grazie a questo disco e con quella strana copertina, col nastro adesivo che confina una chitarra sul parquet, e lo fa grazie all’aiuto di Wallace ma anche di Bar La Muerte e Beware!, altre due realtà molto importanti per i Duemila. Erano davvero altri tempi quelli, poi gli anni passano per tutti, e oggi appare nelle foto promozionali tutto vestito a modino. Personalmente rimarrà sempre quello di “Quante Menate Che Mi Faccio”. E la Wallace resterà sempre un’etichetta da rispettare.

X-MARY, A Tavola Con Il Principe (2006) – di Federico Savini (Blow Up)

X-MARY, A Tavola Con Il Principe

In tempi di it-pop e italo-trap è da non crederci, ma quindici anni fa un gruppo indie italiano che cantava canzoni pop in italiano era una roba rivoluzionaria. Archiviata l’onda “alternativa” dei Novanta di Afterhours & Co., che prevedeva sì l’idioma italico ma in una chiave sempre sofferta, ruvida e possibilmente dissidente, non era bastato l’outsider Bugo – guarda un po’ targato Wallace – a tracciare un orizzonte perscrutabile per la canzone pop avulsa dai dettami del mainstream, cosicché nell’universo indie era per lo più a modelli esteri che si guardava, vedi il caso da manuale dell’etichetta Homesleep, nel suo piccolo “ammiraglia” per un paio di stagioni nell’indecisione generale dei primi anni Duemila, con l’obiettivo puntato al post-rock e all’indie di stampo anglosassone. Niente più rocckettone al distorsore, niente più combat-folk rebelde e niente più posse-world-patchanka, ma di sicuro l’ideologia corrente non ammetteva spiragli per l’italo-pop degli anni Settanta e Ottanta, fosse anche screziato di punk e hardcore.
E invece no, il lasciapassare arrivava anche grazie alle ceneri hardcore di cui si cospargevano il capo sul palco e in studio, ma gli X-Mary cantavano canzoni pop sciocche quanto basta per esploderti in faccia, in un 2006 che oggi sembra lontano ere geologiche. Lo chiamavano “pianobar-core” e si sa che quando i musicisti ci si mettono d’impegno non c’è critico-recensore-etichettatore che regga il confronto con la loro illuminante capacità di sintesi.

A Tavola Con Il Principe”è il secondo disco dei ragazzacci di San Colombano, il primo che mi capitò fra le mani, me lo spedì Luca, il chitarrista conosciuto in un forum (già, era il tempo dei forum…), perché visto che scribacchiavo sulle riviste musicali chissà che non… Credo lui non si aspettasse una recensione per davvero, perché gli X-Mary sembravano “fuori” da tutto. Come potevano interessare alle riviste e alle webzine?
Ciò che sapevo di loro ai tempi lo racconta la recensione: “Per quanto ne so gli X-Mary sono dei trentenni che si divertono a fare sfoggio della migliore immaturità ascoltata di recente” e in effetti faccio fatica a trovare altri dischi – usciti in questi quindici anni – che possano competere con il divertimento che sprigiona da ogni solco di A Tavola Con Il Principe, dal samba-punk di “Zucca” al punk-pop transgender di “Cristiano Cristiana” (all’incirca la traduzione musicale dell’immaginario di “Un Medico In Famiglia” dalla prospettiva della Montagnola a Bologna), dal liberatorio funk-pop di “Mare Spera” alla naïveté jonathanrichmaniana di “Ospedale Maggiore”, dall’omaggio per veri deficienti all’esotico wrestler “Koko B Ware” all’esaltante anthem creedenciano per Papa Boys provinciali di “Papa Voitila”, dagli ormoni a mille di “Son Più Bella Io O Sei Più Bella Tu” al saltellante e contagioso singolo “Le Tre Bellezze Della Vita”, dalla sociologia Ramones di “Tamara Punk Rock” alla storiografia freak-funk di “Giambattista Vico” (da allora e per sempre un fico).

Questa gente si abbeverava all’immaginario e al Barbera delle peggiori sagre di paese e portava in giro la propria gloria stupefatta in incendiarie esibizioni nei centri sociali di mezza Italia, forti di una sintesi stilistica e di una padronanza strumentale ridicolmente al di sopra della media, e con l’istrionico cantante Cristiano che letteralmente improvvisava i testi sul palco (li ho visti decine di volte, mai una battuta ripetuta).

Grazie a loro, poi, personalmente sono entrato in contatto con i Camillas e il giro riccionese della Tafuzzy Records. Sempre di quei lontani anni Duemila di mezzo era la fascinazione (ai tempi veramente visionaria) per il “ritorno dell’italo-pop”, che loro modestamente chiamavano “La Fenice della musica italiana”, sobillati dai geniali Klippa Kloppa, che stavano nel giro (non credo di sbagliare se imputo a “frequentazioni forumistiche d’antan” anche la nascita del legame tra gli italo-popparoli irregolari del centro-nord e gli ineffabili e preziosissimi casertani).
Durante il neverending tour di A Tavola Con Il Principe gli X-Mary anticipavano sul palco anche i cavalli di battaglia del non meno bello disco seguente, Al Circo, tra cui la straordinaria “Giacomino Il Re Del Circo” e la struggente “Marco Ti Amo”, che – lo ricordo bene e forse sta pure in qualche podcast – aveva un testo primigenio che invocava Luca Carboni, palesando un culto che ai tempi era del tutto fuori moda.

Poi il testo è cambiato, nella versione definitiva Carboni è sparito, proprio mentre cominciava a prendere corpo una riemersione che sarebbe arrivata anni dopo, tonante e inaspettata, grazie alla benedizione degli eroi dell’it-pop. Ma gli X-Mary, fedeli solo a loro stessi, stavano già da tutt’altra parte e si guardano bene dal rivendicare l’intuizione a posteriori.

BACHI DA PIETRA, Non Io (2007) – di Stefano Pifferi (SentireAscoltare)

BACHI DA PIETRA, Non Io

Curioso che in un catalogo rumoroso come quello della Wallace io abbia scelto uno dei titoli in assoluto meno rumorosi. Ma il rumore non si fa solo coi watt e con le spie dell’ampli al rosso; si può fare anche con strumentazione ridotta, con una batteria ancor più minima e suonata praticamente in punta di spazzola e una chitarra accennata che traina le parole sussurrate, e dolorose, che legano un progetto precedente, di quelli sfortunati, tipici della provincia (gli immensi Madrigali Magri) a questa nuova veste. Cambiano i protagonisti, non il risultato: poetico, ruvido, aspro, di pietra. Di quelli che lasciano un groppo in gola, un sapore amaro-in-bocca, uno sbocco di sangue rappreso.
L’uomo nero, ovvero Bruno Dorella, ci mette il ritmo; un ritmo ancestrale, primitivo eppure mai brutale. L’uomo in blu inchiostro, Giovanni Succi, ci mette la faccia, la voce e il dolore. L’uomo dai lunghi dread percuote, colpisce, spazzola ora bluesy, ora vagamente trip-hop, scontornando le visioni del collega e ancorandole ad un tappeto (terreno prima ancora che) ritmico. L’uomo dalla penna di cristallo ci mette la tristezza e la passione, disegnando a base di suoni catacombali e lirismo sacrificale la lancinante sofferenza della quotidianità. Il risultato è una via crucis del dolore, un percorso in un malessere che è troppo familiare per rimanere a lungo estraneo, una discesa nei propri inferi personali che è blues catacombale, post-rock asfittico, minimal-rock e poesia claustrofobica e insieme sentore d’apocalisse interiore. Non Io, nello specifico, e i Bachi Da Pietra in generale sono una esperienza da cui, una volta entrati, è veramente difficile uscire, perché è un’esperienza dolorosa, tanto perfetta e in equilibro formale e sostanziale quanto lancinante e sofferta. Ma per comprenderla appieno, per vedere e vedersi, citiamo Succi, bisogna perdere gli occhi.

BLACK ENGINE, Ku Klux Klowns (2007) – di Fabrizio Garau

BLACK ENGINE, Ku Klux Klowns (2007)

1. Una delle prime cose che ho letto su Wallace Records stava su Grind Zone.
2. Tra i primi gruppi che ho associato all’etichetta c’erano gli Zu.
Per questi motivi, e non solo per il motto “Tom Araya is our Elvis”, Zu e metal nella mia testa stanno da sempre sullo stesso scaffale.

3. Uno dei musicisti che per un verso per un altro mi trovo davanti da quando provo a fare una webzine che parli di roba estrema è Eraldo Bernocchi.
Per questo ulteriore motivo la collaborazione del 2007 tra lui, Pupillo, Mai e Battaglia era una delle mille storie possibili che avevo già in testa. Si intuiva che quei tre potevano essere più massicci di com’erano e si sapeva che ultimamente anche al “vecchio” (vedi collaborazione con Davide Tiso/Ephel Duath, ma non solo) prudevano le mani. Black Engine, dunque, ovviamente con artwork di Petulia Mattioli, vedeva Bernocchi alla chitarra e all’elettronica e gli altri nel consueto assetto basso-sax-batteria. Se avessero proseguito (non so cos’è successo), credo che avrebbero chiamato FM Einheit, che aveva già suonato live con loro, e pare che anche Mick Harris sarebbe stato della partita (ho saputo, molti anni dopo, che non se la sentiva più con la batteria). Del resto, in Ku Klux Klowns scorre un pochino del sangue dei Painkiller e persino un po’ di quello di Scorn, ma forse si tratta di cose che crede di scorgere uno che conosce la storia delle persone dietro al progetto.
Il disco è un insieme di improvvisazioni, sistemate poi in studio di registrazione: dovendo semplificare molto, questi sono gli Zu liberi degli inizi, ma in sovrappeso e incatramati. Un crossover totale, divertente e forse realizzato da persone a loro volta divertite: jazz, impro, noise, dub e… chi più ne ha, più ne metal, come scriverebbe qualcun altro.

MIR, S/t (2009) – di Loris Zecchin (Solar Ipse fanzine & records)

MIR, S/t (2009)

Nel gioco instancabile dello spezzarsi e ricomporsi dei suoni in forma nuova, gli svizzeri Mir trovarono il modo proprio per tenere aperto il discorso senza mai chiuderlo. L’obbiettivo era quello di continuare a parlare e rappresentarsi, incalzati da un’ossessione, proprio come chi li precedette da quelle parti (Young Gods, 16-17, Alboth!). In questo primo e vero album (se si esclude il mini di quattro anni prima) c’è quel mix indescrivibile di sollecitazione e oblio, strisciate di ruggine e frane rovinose, che finisce col convincerti che epoche confuse hanno i loro miglior cantori in musicisti e dischi simili. Grazie Mir per esserci stati.

GERDA, Untitled (2009) – di Michele Giorgi

GERDA, Untitled (2009)

Se penso alla Wallace Records, mi viene subito in mente il release party organizzato al Thermos di Ancona per Untitled, terzo album dei Gerda pubblicato nel 2009 insieme a Shove, The Fucking Clinica e Bloody Sound Fucktory. Il concerto si è tenuto di pomeriggio e ha assunto immediatamente i contorni di una vera e propria festa tra amici, con la presenza di Marcella (The Fucking Clinica), dei ragazzi di Bloody Sound Fucktory, di Fra di Sonatine/Montana (mi aveva fatto scoprire la band qualche anno prima) e, tra molti altri, Mirko di Wallace, col quale ho avuto occasione di scambiare qualche chiacchiera e approfondire una frequentazione fino a quel momento puramente virtuale. Per quanto mi riguarda, questo è il disco Wallace della mia vita, un concentrato di intemperanza e cura negli incastri, furia iconoclasta e strutture geometriche, tanto umano quanto incredibile per come la band riesca a dare un senso di meccanicità all’incedere dei brani: ricordo ancora che nel parlarne tra presenti si conveniva di come fissasse un nuovo standard con cui confrontarsi nell’intraprendere determinati percorsi sonori. Ecco, il miracolo dei Gerda sta tutto in questo difficile mix tra puro istinto e visione d’insieme, feroce umanità e tecnica, quasi un caos domato a fatica eppure mai libero di intaccare una coesione quasi maniacale negli stacchi e nei cambi di tempo: chi li ha visiti in azione su un palco sa di cosa parlo e di come sembrino sempre navigare sul filo del collasso, dell’implosione, ma si muovano tra i flutti con colpi di maestria da restarci a bocca aperta. Merito ovviamente delle loro personalità spiccate e ben definite: nella mia mente vedo ancora Alessandro lasciare il microfono per inginocchiarsi a manipolare i suoni, Alessio girato di spalle verso gli ampli a far riverberare il suo basso, Roberto concentrato sulla sua chitarra, quasi immerso in un proprio mondo fatto di distorsioni e feedback, Andrea macinare ritmi e bruschi cambi di tempo con una precisione ai limiti dell’umano, fino ad un finale con pubblico e musicisti mischiati, così da passare dal concerto alla festa e alle chiacchiere senza soluzione di continuità. Tutto perfetto, la classica giornata da tenere nel cassetto della memoria fino a quando ti chiedono “che cosa ti viene in mente se dico Wallace Records?”. Non devo rifletterci, non serve concentrarsi, è tutto già lì bello pronto e servito, basta aprirlo, quel cassetto, e lasciar andare i ricordi di un momento speciale, di quella volta che facce e nomi sono diventati sorrisi e brindisi, suoni tanto densi da entrarti dentro e musica che squarcia il pomeriggio della mia sonnolenta città. Fosse solo per questo, grazie mille e auguri a Mirko e alla sua etichetta.

FUZZ ORCHESTRA, Morire Per La Patria (2012) – di Angelo Borelli

FUZZ ORCHESTRA, Morire Per La Patria

Mi rendo conto che quello di cui sto scrivendo sia anche un disco Wallace: l’etichetta di Mirko Spino – che aveva già pubblicato i due precedenti del trio come pure i Bron Y Aur, dei quali i Fuzz Orchestra sono un po’ uno spin off – è infatti solo uno dei partecipanti alla cordata che nel 2012 si è assunta l’onere di pubblicare Morire Per La Patria. Francamente ne so abbastanza poco delle dinamiche che muovono la discografia, ma il fatto che ben 14 soggetti abbiano prodotto questo instant classic dell’underground nostrano mi porta a pensare che più che di condivisione del rischio d’impresa si debba parlare di voglia di apporre il proprio sigillo su uno dei migliori album italiani degli anni Dieci. Morire Per La Patria è il disco che metto al mattino quando mi sento sotto esame, quando la giornata richiede tutta la mia determinazione e la mia cattiveria sopita, quando ci sono lame di rasoio su cui correre, quando so che quei figli di puttana fuori dall’uscio di casa non aspettano che me. La musica dei Fuzz Orchestra è fin dall’inizio una celebrazione degli anni di piombo, si nutre, grazie ai sample di Fabio “Fié” Ferrario, del grande cinema italiano di quegli anni, senza però essere mai di maniera, perché è facile scimmiottare le colonne sonore dei poliziotteschi o le suggestioni morriconiane, come fanno in molti, più complesso ed efficace risulta invece, come fanno i tre, ricontestualizzare determinati elementi all’interno di un suono che risulti ancora fresco e autentico, con i riff alla Tony Iommi di Luca Ciffo e il drumming potente, chirurgico e anfetaminico nel contempo, di Paolo Mongardi, che qui dà inizio alla sua collaborazione con gli altri due. In tutto questo assume rinnovato vigore persino quel Pasolini oggi ridotto a figurina sbiadita, prendono nuova forza le voci di Gianmaria Volonté e Flavio Bucci, a ricordarci l’importanza della lotta al pensiero unico (un tempo non era affatto un’espressione reazionaria) e all’egoismo di classe. Qualche anno fa fece molto discutere un’uscita di Teho Teardo, che si lamentava di come nelle manifestazioni di protesta si utilizzassero ancora le stesse musiche di più di vent’anni fa (99 Posse, Banda Bassotti e compagnia bella): ecco, personalmente scenderei volentieri in piazza con “Viene Il Vento” nelle orecchie e il pavé nelle mani.