TIM HECKER, No Highs

Tim Hecker, classico contemporaneo, è uno dei maestri della trasfigurazione digitale dell’analogico: molti suoi dischi sono l’esito della continua ricerca di equilibrio tra materiale e smaterializzato, tra quanto lasciar capire l’origine di un suono e quanto invece affidarsi a una poetica dell’indefinito e del vago (sorry Giacomo). In alcuni casi questa ricerca prende il sopravvento e tutto diventa un po’ troppo cerebrale, penso a Love Streams. Qui, invece, a uscire è soprattutto lo stato d’animo irrequieto di noi, banalissimi esseri umani con problemi, basta sentire in apertura – un’apertura che detta le regole al resto – la fusione tra elettronica e archi di “Monotony”, oltre che le sue pulsazioni tipo codice morse che hanno già colpito tutti per come sembrano un’ultima richiesta di aiuto di qualche sconosciuto perso non si sa dove. In quest’album una delle sorelle di “Monotony” – forse più di “Monotony II”, che si ascolta in seguito – è “Lotus Light”, altrettanto minimalista e ipnotica, che è forse la prova di come Hecker qui non abbia cercato la complessità o il nuovo a tutti i costi, ma l’emozione: se la facessimo ascoltare a qualche nostro amico (o a un nostro nonno, visto che siamo nel 2023) fermo ai Pink Floyd, direbbe che gli ricorda “One Of These Days”. Attacco al discorso anche “Anxiety”, che pare seguire lo stesso percorso essenziale, pur aprendosi ai sentimenti con più difficoltà delle altre due.

No Highs è il primo album di Tim Hecker dopo tanti anni che riesce a toccare qualche ferita dentro. C’è però un elefante nella stanza: il sassofonista Colin Stetson, ospite in alcuni pezzi. È un musicista eccezionale, bravissimo a jazzare come a sperimentare e scrivere colonne sonore (ne abbiamo parlato mille volte), ma non si integra sempre bene col resto. Qualcuno potrebbe considerare riuscito un episodio malinconico come “Total Garbage”, mentre io trovo che a renderlo stucchevole sia proprio l’intervento troppo piagnucoloso del sax. Più interessante come Stetson si inserisce con discrezione nella tristezza di “In Your Mind”, anch’essa parente di “Monotony”, e come gioca col minimalismo in “Monotony II”.

Per quanto mi riguarda, in ogni caso, se Tim ogni due o tre anni me ne fa uno così, io mi abbono. Qualcuno mi dica dove devo firmare.

P.S.: il 24 aprile Tim è a Udine.