PARADISE LOST, Host

I Paradise Lost sono considerati un riferimento da tanti gruppi death/doom metal, vecchi e nuovi: i primi dischi e una sconfinata rassegna stampa non lasciano dubbi. Una pigra ricerca in rete permette di capire al volo che sono ritenuti anche i padri all’incirca involontari gothic metal. Oggi, poi, ci sono persino band “dark” (più o meno il modo in cui noi italiani chiamiamo chi ascolta Joy Division, Cure, Christian Death, Fields Of The Nephilim, Clan Of Xymox…) che citano tra le loro influenze Sisters Of Mercy e Paradise Lost insieme, proprio come se fosse normale, quando invece vent’anni fa avrebbe fatto stracciare le vesti al 90% dei sacerdoti di quel genere. Tutto ciò, al di là dei gusti personali, ci dice che nella seconda metà degli anni Novanta i Paradise Lost sono già un’ispirazione per due-tre tipi di musicisti diversi e si sentono molto liberi da vincoli “di scena”. Discograficamente, siamo arrivati all’accessibilissimo One Second (1997). A detta del cantante Nick Holmes, One Second è anche l’album più venduto del suo gruppo, per questo magari accende delle lampadine nella testa di qualcuno in giacca e cravatta. Ecco che Host (siamo nel 1999) esce per EMI, perché le major mettono ogni tanto la testa fuori, guardano cosa funziona in quel momento e provano a vedere che succede a prendere chi sta fuori dal pop e a farlo giocare a un livello per loro “più alto”. I Paradise Lost, banalmente, ci stanno e decidono, non senza furbizia, di espandere la loro componente elettronica, ben percepibile pure prima, restando però sempre molto pessimisti e malinconici. Si tagliano i capelli come i Metallica del vicino 1995 (gesto terribile ai tempi), si comprano le camicette, fanno le foto virate al blu che manco un video di Mark Romanek, e – a proposito di video – ne girano due tra i più professionali (e chic) della loro carriera. Non a caso, visto il contesto in cui si muovono (“Y’all want a single” dirà il miliardario Jonathan Davies nel 2003, è così che funziona nel mondo là sopra), Host contiene due signori singoli, che ancora oggi sono delle bombe a mano: “So Much Is Lost” e “Permanent Solution”. L’interiorizzazione, qualcuno scriverebbe il plagio, dei Depeche Mode “adulti” è palese, e non è affatto impensabile, perché Songs Of Faith And Devotion o Violator sono da tempo patrimonio dell’umanità: è sotto gli occhi di tutti il continuo saccheggio, passato e futuro, del repertorio di Martin Gore da parte di band metal che vogliono sembrare “moderne”.

Considerato il livello di contaminazione e di libertà espressiva al quale siamo arrivati nel 2018, se Host uscisse oggi forse nessuno avrebbe nulla da ridire, se non che forse l’album non è tutto all’altezza delle sue due punte di diamante, pur essendo la bravura di tutti fuori discussione e pur trovandosi di fronte a una performance impeccabile di Holmes, mai così pulito e melodico.

L’unica critica che mi sento di muovere è alla Nuclear Blast, che sta promuovendo questa ristampa come se fosse l’ulteriore prova dell’apertura mentale e del coraggio dei Paradise Lost: non sono sicuro che recepire i Depeche Mode del successo mondiale con dieci anni di ritardo significhi prendersi dei rischi o mostrare la stessa capacità di sintesi di elementi diversi avuta in passato in più occasioni. Dal 1999 (e potrei fare esempi pre-1999) a oggi abbiamo osservato il metal, specie quello estremo, assorbire drone, ambient, noise, kraut, jazz, shoegaze e mille altri suoni molto meno ovvi e commerciabili, dunque non si capisce di cosa stiano parlando lì in Germania. Non basta scrivere che Host è un disco con almeno un paio di pezzoni da autoradio? E aggiungere che sarebbe stupido non comprarselo ora tutto ri-lucidato, dato che all’epoca non era stato materialmente possibile per un sacco di fan che – tempus fugit… – ancora dovevano nascere o finire l’asilo?

Tracklist

01. So Much Is Lost
02. Nothing Sacred
03. In All Honesty
04. Harbour
05. Ordinary Days
06. Its Too Late
07. Permanent Solution
08. Behind The Grey
09. Wreck
10. Made The Same
11. Deep
12. Year Of Summer
13. Host