DANIELA PES, Spira

La cartella stampa di Spira parla di Charles Fréger: per questo, siccome Daniela Pes è sarda, i collegamenti con le leggende e le figure di quell’isola potrebbero sprecarsi. Sarebbe però fuorviante e forse sminuente, anche se, chiudendo gli occhi, immaginarla come incarnazioni di una Jana, fata sfuggente e dispettosa, potrebbe essere giusto. Daniela, infatti, sembra cavalcare a scatti una musica che è una sapiente mistura di tradizionale e digitale, e che a tratti spinge fino a farcene volere ancora. Sentire le saturazioni di “Illa Sera” e chiedere si esageri di più, fino a spettinarci, facendoci trasudare quanto nascosto con un rito liberatorio.

L’utilizzare un lingo costruito grazie a sardo, italiano e fonemi riesce a rendere universale e vibrante l’ascolto, ma a colpire è la sua voce: profonda, sfaccettata, mai soverchiante ma in grado di scrosciare e di riempire ogni pertugio sia necessario per completare l’arazzo sonoro. Il disco intero sembra essere un serpente che si morde la coda, ouroboro mediterraneo che non lascia riferimenti esterni che non siano quelli di un mondo magico. A tratti sembra che non stia succedendo nulla e che i semplici mutamenti fra buio e luce o fra sonno e veglia prendano vita sotto forma di suono, in una “Arca” che ci appare completa e luminosa, posta giusto qualche metro prima di “It’s The Sun” dei Polyphonic Spree.

Chiude questo esordio “A Te Sola”, suite elettroacustica in cui sotto le sue ali veniamo accompagnati nel suo mondo libero, sotto arcate immaginarie, davanti a paesaggi mozzafiato.