HEATHER LEIGH

HEATHER LEIGH

Heather Leigh suona da molto tempo, come leggeremo presto, ma ha vissuto e sta vivendo una fase di maggiore popolarità grazie all’album I Abused Animal, uscito verso la fine del 2015 per Ideologic Organ di Stephen O’Malley, tant’è vero che, a seguito di un tour, quest’anno ha anche pubblicato un altro album, intestato a lei e alla leggenda Peter Brötzmann. Maurizio ha recensito mesi fa I Abused Animal e, come me, era curioso di conoscere meglio quest’americana da tempo trasferitasi in Europa, in Scozia (è stata anche comproprietaria di Volcanic Tongue, il famoso negozio di David Keenan). Tramite il P.R. di Editions Mego l’abbiamo raggiunta telematicamente e ci ha risposto quando ha potuto, visto che era in giro con la leggenda tedesca di cui sopra, ma lo ha fatto in modo davvero approfondito, appassionato e illuminante. Mia la gaffe sul suo strumento, la pedal steel guitar (Maurizio aveva scritto giusto): avevo in testa la “sorella” lap steel, anche perché mi è capitato di parlare di musicisti che la usano, e non si è mai tolta anche alla millesima revisione. Avrei potuto fare un piccolo taglietto ex post alla domanda e alla risposta, ma preferisco prendere i pomodori marci, conservando però interamente la sua descrizione del proprio ferro del mestiere: servirà ad altri per fare meglio in futuro.

I Abused Animal sembra una specie di nuovo inizio per te. Intendiamo che, dopo dischi e collaborazioni messe in circolo tramite edizioni limitate, stai raggiungendo ora qualcosa che è più tuo, che ti mette sotto una nuova luce. Tu lo vedi come un nuovo inizio o come un naturale progresso?

Heather Leigh: Dunque, tendo a non guardare indietro e ad ascoltare ciò che ho fatto in precedenza, una volta che è stato pubblicato. Io vado sempre avanti. Comunque stavo parlando con un’etichetta dell’eventualità di ristampare la prima cosa solista che ho fatto, Cuatro/Vocal, e sentendo di nuovo le registrazioni sono rimasta molto colpita dal cordone ombelicale che lo lega ad I Abused Animal: è un album molto spoglio, solo uno strumento e la mia voce, questa volta non la pedal steel, ma il cuatro venezuelano (cuatro, perché quattro corde, ndr). L’album possiede una ruvidezza simile, secondo le mie orecchie; è molto minimale e si serve delle ripetizioni. Quindi direi che sin dall’inizio del mio percorso solista stavo già esplorando temi e modi di suonare che sarebbero tornati in ogni mio lavoro, sia mio sia collaborativo. Penso che quando mi senti sai che sono io e questo mi piace.
Di sicuro a marchiare I Abused Animal come qualcosa di nuovo nella mia discografia sono l’aver registrato in un vero e proprio studio e l’aver suonato canzoni. Ero sempre restia a lavorare in uno studio. Non volevo che la spontaneità e la vitalità della musica fossero compromesse. Invece la mia esperienza non avrebbe potuto essere più positiva e la sfida col nuovo ambiente ha fatto qualcosa per la musica. Registravo con qualcuno che non aveva familiarità con la mia produzione, così potevo solo descrivere vagamente il tipo di suono e calore che volevo ottenere durante le sessioni. Il fatto che questo qualcuno fino a prima fosse un estraneo ha significato in qualche modo che io stavo performando per lui, il che ha aggiunto ulteriore tensione. E ho scoperto che registrare con qualcuno è una relazione affascinante, perché lui aveva le sue idee, io le mie e quindi dovevamo trovarci a metà strada. Abbiamo anche litigato! Però durante tutto il processo io sapevo che lui aveva capito ciò che volevo e anche la mia musica. Il suo impegno nel piazzare microfoni in tutto lo studio per catturare la mia voce, la chitarra, lo spazio… era come guardare uno scienziato pazzo al lavoro, mi ha davvero mandato fuori di testa e dopo quest’esperienza non posso immaginare di incidere i miei album nuovamente al di fuori dello studio. Non credevo che mi sarei innamorata così tanto di tutto il procedimento. Il mio approccio alla musica può essere descritto come una specie di composizione spontanea che emerge dalla composizione. Per I Abused Animal, invece, sono andata a incidere con delle canzoni in mano. Canzoni su cui ho lavorato e che ho suonato dal vivo per anni finché non sono diventate parte di me. Ho faticato duramente per scriverle, è una cosa che non mi viene naturale. Fa eccezione la title-track, che è stata improvvisata completamente in sala. Sapevo che dovevo avere un’improvvisazione ed è interessante che sia diventata il perno dell’album in un certo senso e gli abbia dato titolo.

Come s’è detto, hai pubblicato per tante etichette, anche molto diverse tra loro. Ideologic Organ si è occupata di I Abused Animal. Ti senti vicina al catalogo di quest’etichetta o alle idee di Stephen O’Malley?

Ho grande rispetto per Stephen O’Malley come musicista e come designer. È ovvio che si tratta di qualcuno che lavora sodo ed ha grande passione per ciò che fa. Non appena ho finito l’album, mi è subito venuta in mente la sua etichetta. Dal punto di vista sonoro avrebbe dovuto incuriosirlo, dato che ama le chitarre e apprezza la voce femminile.
Sapevo inoltre di poter contare sia su Stephen, sia su Peter Rehberg per quanto riguarda la presentazione del lavoro, che sarebbe stata la migliore possibile. Sapevo che il disco avrebbe avuto il mastering di Dubplates & Mastering, forse il migliore al mondo, in particolare grazie a Rashad Becker, che mi ha lasciata esterrefatta durante tutto il procedimento, vista la sua profonda comprensione di tutte le minuzie del sound e del come catturarle su vinile. Sapevo che la stampa sarebbe stata di alta qualità è che Mego avrebbe fatto in modo che questo disco girasse e fosse ascoltato. Apprezzo molto l’intere estetica della “famiglia” di etichette che fanno capo a Editions Mego e per questo è stata la scelta ovvia per il mio lp.

Ti piace la copertina del tuo album? In alcuni casi Ideologic Organ usa un ritratto dell’artista. Tu, Okkyung Lee, Sir Richard Bishop… Forse è un omaggio alla Blue Note. Abbiamo tenuto questa domanda separata dalla precedente, dato che sei anche una graphic designer.

Amo il design di Stephen per l’album. Siccome mi occupo io stessa di grafica, può essere difficile per me rinunciare al controllo di questo aspetto. Questa volta ho fatto così. Quando ci siamo accordati per la pubblicazione del disco, una cosa veloce in modo folle (ho ricevuto il numero di catalogo in meno di 24 ore), ho detto a Stephen che volevo una mia foto sulla copertina. Mi erano piaciuti i ritratti suggestivi dell’etichetta e volevo che facesse così anche con me. Si vede sempre meno la gente mettersi sulla copertina del proprio disco! Io sono old school per certi versi, voi avete nominato la Blue Note, io direi che a me vengono in mente le estetiche della ESP Disk. Mi piacciono le facce delle persone e che cosa possono dirmi del loro lavoro. La foto sul retro è accidentale, in un certo senso. Mentre scattava, il fotografo ha mandato in tilt la macchina nel momento in cui gli è scivolata dalle mani e quella è ciò che ha catturato. Mi è piaciuto l’aspetto non pianificato della cosa. In realtà c’erano due versioni della copertina, e Stephen me le ha mostrate. Un’altra era con le foto in bianco e nero. All’inizio è stato un guaio prenderne una, ma è la versione finale quella che mi ha colpito subito di più. Il fatto che la scelta sia stata difficile è ulteriore dimostrazione dell’abilità di Stephen nel design. Un grande momento è stato quando O’Malley mi ha detto “Le ho mostrate a Gisèle (Vienne, la sua partner e una grande artista a sua volta) e lei dice che questa è più ‘sesso del Ventunesimo Secolo’” e questo mi ha fatto decidere. Sesso del Ventunesimo Secolo, sì!

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I testi dell’album sembrano piuttosto diretti. Scriverli è stata una specie di autoterapia?

Sono sempre un po’ a disagio col termine “terapia”, se usato per descrivere il mio lavoro. No, non è una terapia. Sì, i testi sono diretti e personali, ma non è così semplice tipo me che racconto la storia della mia vita. Similmente, evito termini come catarsi e purificazione, anche se si è avvicinata gente a me dopo i concerti e ha usato queste parole. Per un verso posso capire quella reazione, la musica è spoglia e grezza, può sembrarti di stare in confessionale e quando suono questi pezzi sono molto seria. Ma non sono puramente autobiografici. Il mio lavoro non lo è mai.

Susan Alcorn ti ha dato la tua lap steel guitar. Hai imparato a suonare questo strumento senza insegnati. Alcuni musicisti, specie nella musica estrema (sia essa metal, noise o industrial…) credono che non ci sia una “tecnica ufficiale”. Dicono che ogni musicista conosce lo strumento a proprio modo. Che ne pensi?

Una correzione, io suono una pedal steel guitar. Non ho mai suonato una lap steel. Non preoccuparti! La maggior parte della gente descrive così il mio strumento! La distinzione è importante perché la relazione fisica che hai con l’oggetto è completamente diversa. La pedal steel è grande, pesante e lunga. Uso quattro leve ad altezza ginocchio e cinque pedali che cambiano le note che suono in modi sempre diversi. Mi piace massaggiare la mia ragazza e trattarla dolcemente, ma so anche essere dura con lei. Il mio approccio sin dall’inizio è stato sempre senza insegnante. Penso che Susan Alcorn lo abbia capito quando mi ha visto suonare la slide guitar e ha deciso di donarmi lo strumento. Nonostante io non abbia una formazione e non possa dirti cosa sia un accordo o anche una nota, ho un rapporto intimo col mio strumento, che capisco. È un’estensione di me stessa. E anche se non chiamerei “prove” ciò che faccio giù dal palco, io suono un sacco. Scopro continuamente nuovi segreti della pedal steel. La lascio suonarmi. Sedurmi. Siamo vicine, abbiamo una relazione, non c’è dubbio!
I musicisti, gli artisti visivi e gli scrittori che mi hanno attratta di più sono quelli più idiosincratici. Quelli che non seguono regole di qualcun altro, ma le loro, sono nel mio cuore. Detto questo, non ho nulla contro lo studio e per certi versi ammiro i musicisti che sanno leggere la musica, sanno la teoria e dirti che accordo è. Ma riconosco che il mio approccio è il mio è il metodo “ufficiale” non è quello con cui funziona la mia mente e il mio fare musica. Lavoro intuitivamente e devo enfatizzare la cosa, io funziono, a modo mio. Quindi non è che mi flagello perché penso di non avere idea di quello che faccio, non sono mai stata così e lo trovo poco interessante e pigro. Di nuovo, questo vale per me.

Chi ti ha insegnato a cantare? Curiosamente i giornalisti non stanno facendo paragoni nei loro scritti. Abbiamo letto una recensione che parlava di Joanna Newsom. Uno di noi in alcuni momenti pensava di sentire Beth Gibbons, ma pure questo è strano come paragone.

Ho imparato da sola come cantare. Mai ricevute lezioni. Anche volendo, non saprei fare il nome di una cantante alla quale ho guardato come maestra. E mi piace che i recensori trovino difficile fare paragoni diretti con altre cantanti. Come nel caso degli strumenti, io sono attratta da chi ha una voce che lo caratterizza molto. Devo farti i nomi di qualche cantante che amo? Questi sono quelli che io metto in cima e che mi colpiscono per timbro, tono, pronuncia e forza, cantanti che mi smuovono: Sandy Denny, Patty Waters, Bob Dylan, Katy B, Judee Sill, Billy Mackenzie, John Lydon, Grace Slick, Big Moe, Mark E. Smith, Maddy Prior, Diamanda Galás, Jeanne Lee, Peter Perrett, Lou Reed, Morrissey, June Tabor, Shirley Collins, Jonathan Richman, Julie Tippetts, Nina Simone… ne starò dimenticando milioni ma questi sono quelli che mi vengono subito in mente. Si spera comunque che io non sembri nessuno di loro.

Per favore raccontaci qualcosa del tuo ultimo tour con Peter Brötzmann, un artista che tutti noi amiamo e abbiamo ammirato dal vivo varie volte, qui in Italia e in Europa. Te lo chiediamo anche perché in una vecchia intervista hai parlato del tuo interesse nel free jazz. Brötzmann ha una relazione molto intensa e fisica con i suoi strumenti, un po’ come il tuo amico (e avete pure una band insieme) Jandek…

Andare in tour con Peter Brötzmann è stata una delle più grandi sfide della mia carriera musicale. E so che la musica è una sfida pure per lui, che è una delle ragioni per cui ci piace così tanto lavorare insieme. Ci trasciniamo a vicenda per scoprire gli aspetti nascosti dei nostri strumenti e di noi stessi.
La combinazione dei nostri strumenti è davvero strana, eppure ci troviamo a suonare le stesse note dal nulla. Ma non siamo contenti di fermarci qui. Il nostro è un duo nuovo, ma direi che ha già fatto emergere aspetti del nostro modo di suonare che non si erano visti né nei nostri lavori solisti, né in quelli collaborativi. Proveniamo da mondi diversi per vari motivi, lui è un uomo, io una donna, lui ha quasi il doppio dei miei anni, eppure siamo notevolmente simili nell’approccio ai nostri strumenti, nessuno di noi suona in termini di note o regole. Siamo seri e quando siamo sul palco assieme diamo tutto quello che abbiamo, ascoltiamo e combattiamo. Sì, ho amato a lungo il free jazz, ma ciò che io e Peter stiamo facendo non è free jazz. La musica sembra nuova sia a me, sia a lui: contiene un grande mistero e stiamo cercando di comprenderne il significato.

È eccitante sentire la tensione col pubblico. Non c’è dubbio che ci siano spettatori che hanno certe aspettative su cosa Peter debba suonare ed entro quali parametri debba operare. Conoscono Peter come l’uomo che ha registrato Machine Gun e quello vogliono sentire. Ma lui è un artista radicale e non si piega alle aspettative di nessuno, gli piacciono il nuovo e le sfide. Penso che qualcuno tra quelli venuti ai nostri concerti sia rimasto colpito dalla natura minimalista di parte della musica che abbiamo fatto finora. È sensuale, romantica pure. La gente è rimasta sorpresa da questa tenera bellezza (loro parole). Nessuno di noi due è interessato in qualcosa tipo rock o free jazz esplosivo. Vogliamo scoprire segreti, trovare ciò che ancora non si trova. Allo stesso modo anche chi conosce me anzitutto rimane perplesso dalla mia scelta di lavorare con questo titano dell’improvvisazione.
Ho dovuto anche sentire cazzate come “machismo” da qualcuno che parlava di lui e altri mi hanno chiesto perché io stia suonando con un uomo che non ama le donne. Spaventoso. Ma lasciamo pure confusi gli ascoltatori conservatori. Noi siamo devote alla scoperta e alle sfide. Al rischio. E sì, per me è sempre una cosa fisica ed ha sempre in qualche modo a che fare col sesso.

Con la nostra webzine seguiamo praticamente sempre la Kranky. Alcuni di noi, per esempio, si ricordano il magico Unknown Spin dei Charalambides. Ti va di condividere con noi alcun ricordi di quel disco?

Registrare e andare in tour coi Charalambides è stato un periodo meraviglioso della mia storia personale e musicale. Ero già vicina a loro, avendoli inizialmente incontrati da ragazza, in visita al negozio di dischi da sogno della mia giovinezza, Sound Exchange. Credo ci ammirassimo reciprocamente: io ero un po’ selvatica e potevo portare il gruppo in nuovi territori sonici con idee fresche e pazze e il mio modo di suonare non accademico, loro potevano iniziarmi all’andare in tour in un periodo in cui l’underground americano era vivo e vibrante, con tanti artisti che forzavano i confini di ciò che era possibile a livello di suono e di stile di vita. Il DIY ci scorreva nelle vene. In Texas eravamo un po’ più isolati rispetto a una rete ampia di musicisti, ma abbiamo investito molte notti in intimità ad ascoltare dischi, cercare arte, discutere di libri e meditare sulla vita. Anche se sono estroversa, ero molto timida quando si trattava delle mie creazioni. Tom e Christina mi incoraggiarono a seguire la mia vision e a fidarmi di essa e vedere dove mi avrebbe condotto. Guardo indietro con molto affetto verso Unknown Spin, Joy Shapes e altri dischi da noi realizzati all’epoca e sono certa che non mi sarei cimentata in una carriera solista senza quest’esperienza così formativa. Sono contenta di aver vissuto quel periodo e di quel cameratismo, mi sono sentita davvero parte di una piccola comunità speciale e di un modo di scambiarsi le idee che ha tristemente sofferto dell’avvento di internet.

Insomma, sei una musicista di talento, ci piace come canti, sei anche graphic designer e hai pure collaborato con artisti incredibili nel corso della tua storia musicale. Adesso dicci un tuo difetto. Ne devi avere almeno uno.

A volte penso troppo perché c’è del lavoro che non voglio fare.

Hai intenzione di venire in tour in Italia? Grazie della tua pazienza.

Sarei entusiasta di andare in tour in Italia! Paesaggi meravigliosi, così come il cibo e le persone, la prospettiva è eccitante. Sono anche grossissima fan dei “giallo” e degli horror italiani, quindi andrei senza dubbio alcuno a cercarmi anche le location dei miei film preferiti. Anche se non in continente, suonerò in Sardegna con Full Blast e Peter Brötzmann in veste di musicista-ospite. Sono molto curiosa di vedere fino a dove riusciremo a spingere la musica. Accetto offerte, ma la mia agenda degli impegni del 2016 si sta riempiendo velocemente, così forse ci vedremo nel 2017!

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