La serie “Shared System” di Make Noise (Cortini, Lowe, Whitman, Devine, Surachai, Hypoxia e Haffar)

Bana Haffar

I sintetizzatori analogici (e i sistemi modulari) sono tornati e bisogna farci i conti. Qualcuno non ha mai smesso di servirsene, combinandoli con il laptop e i mille software a disposizione, fosse anche solo come sorgente, cioè per cavarne fuori dei campionamenti da riciclare e magari stravolgere in un altro ambiente di produzione, ma è chiaro – e ne parla anche un documentario – che esiste tutta una popolazione di revivalisti (e non) che li ha proprio rimessi al centro e pensa che abbiano ancora molto a dire, e meglio. C’è chi va a fiere e fa workshop sull’argomento, anche in Italia, e sarei felice spiegasse in modo semplice il suo punto di vista e chiarisse molte cose all’appassionato di musica. Io non sono capace, ma ho comunque posato lo sguardo su Make Noise e ho deciso di parlare un po’ di cosa pubblica e un po’ di cosa c’è dietro.

Tony Rolando, dopo aver lavorato tre anni per la Moog Inc., fonda nel 2008 Make Noise, azienda con sede ad Asheville, nella vecchia Carolina del Nord. All’inizio si mette da solo a progettare dei suoi synth modulari (il cosiddetto formato Eurorack), più vicini al Buchla come filosofia (niente tastiere); oggi, a leggere le molte interviste su web, gestisce tra i dieci e i quindici collaboratori, vende le sue macchine in tutto il mondo e, come si vedrà, ha degli eccellenti portabandiera.


Sintetizzatore modulare nella mia mente vuol dire “costruisciti il tuo arsenale come se giocassi coi Lego”, magari prendendo dei pezzi più complessi di un mattoncino classico, ma comunque potendo partire da zero. Il Black & Gold Shared System è una combinazione di moduli Make Noise ideata dalla società stessa, una sorta di pacchetto in grado di regalare una certa autarchia al musicista che lo utilizza. Ed è stato pensato in relazione a un “progetto editoriale”.

La serie di sette pollici “Shared System” funziona così: stesso punto di partenza (Black & Gold Shared System, appunto) per tutti gli artisti coinvolti, composizione live. Da un lato c’è l’idea di un synth che possa da solo fare una traccia, dall’altro quella di dare uno strumento “neutro”, non pensato – a detta dei suoi creatori – per un particolare genere, che lasci uscire l’artista e non ne influenzi pesantemente il suono. Si potrebbero aprire migliaia di parentesi a riguardo, tutto ruota intorno a come un preciso strumento determini un certo tipo di musica (gli appassionati di vintage a vedono così, no?) e su quanto chi lo adopera sia davvero libero e indipendente da esso. Personalmente odio quelli che comprano ottocentomila aggeggi/software, perché da sempre secondo me è una sorta di copertura coi soldi della più sconfortante sterilità, e mi piace immaginare che a volte avere delle limitazioni spinga a superarle attraverso la scintilla creativa, ma d’altro canto è chiaro che un suono caratteristico passa anche per la ricerca del “trasmettitore” ideale (mi vengono in mente quei gruppi death metal che venerano il pedale Boss HM-2 adottato dagli Entombed) e che di fronte a soluzioni già pronte il rischio manierismo nel lungo periodo ci sia eccome (mi vengono in mente quei gruppi death metal che venerano il pedale Boss HM-2 adottato dagli Entombed e pensano che basti ripetere il trucco).

Alla fin fine, però, bisogna capire se questi dischi hanno un reale valore, se la serie merita di essere comprata o seguita. I curatori, Surachai e Rolando) hanno dato in mano lo stesso giocattolo a dei fuoriclasse, quindi vien da dire che anche con una moto non di primissima categoria (non dovrebbe essere questo il caso) il pilota bravo ottiene comunque il risultato: c’è Alessandro Cortini in stato di grazia, che regna in un mondo fatto di Super 8, immagini sgranate, malinconia e innocenza, poi un Moe Espinosa (Drumcell, Hypoxia) che in tasca ha delle melodie incredibili (credo sia proprio vero che è lui uno dei due Belief Defect, progetto “mascherato” di casa raster, è troppa la somiglianza). Robert Aiki Aubrey Lowe se la cava alla grandissima, leggero come sempre, mentre veterani come Keith Fullerton Whitman o Richard Devine sono perdibili. Per quanto riguarda i giovani, Surachai scende direttamente in campo ma ogni tanto inciampa, mentre notevolissima è la losangelina Bana Haffar, molto retrò e spaziale, oltre che molto immediata come le condizioni poste da Make Noise suggeriscono. Nota a margine: mi pare che col tempo gli artwork stiano migliorando e che la chiamata di Sean Curtis Patrick a realizzare dei video per i pezzi sia un selling point non da poco… Si prosegue con qualche domanda a Tony Rolando…

Ci sono documentari che parlano della storia e del ritorno dei synth modulari nel corso degli anni. Abbiamo anche intervistato i due dietro al documentario “I Dream Of Wires” (Fantinatto e Amm). Avresti mai immaginato che fare sintetizzatori sarebbe diventato il tuo lavoro ufficiale?

Tony Rolando: Prima di fondare Make Noise ho lavorato per la Moog Music Inc., quindi i sintetizzatori sono il mio reale impiego da 13 anni. Da giovane non avevo mai immaginato che avrei fatto questo, comunque: non avevo mai saputo che un lavoro così esistesse.

Per me oggi è stato “another day at the office”. Come descriveresti il tuo?

Io cerco di rendere ogni giorno importante. Ho l’opportunità di fare cose che possono avere un effetto positivo sulle vite delle persone. Un piccolo numero di persone, ma il numero non è mai di grande importanza! Ogni volta che ne sono capace, provo a essere guida e ispirazione per la gente che lavora qui a Make Noise e per tutti quelli nel mondo che usano i nostri strumenti. Se non riesco a farlo, lascio l’ufficio e porto a spasso il cane o vado in skate.

Non suono alcuno strumento, quindi per me a volte è difficile comprendere gli aspetti tecnici. Guardando “I Dream Of Wires” ho pensato: in un mondo senza Moog e le sue tastiere, con solo il Buchla a disposizione, la musica elettronica sarebbe stata davvero più strana. Preferisci il Buchla?

La musica è molto strana oggi, secondo me. Anche la musica pop contiene elementi atonali, sintesi granulare, manipolazione del timbro, del tempo, pitch e altro. Moog e Buchla sono stati due pietre miliari lungo un sentiero con migliaia di pionieri della musica elettronica.

In relazione alla domanda precedente: cosa volevi ottenere con il tuo Black & Gold Shared System?

Volevo fabbricare uno strumento che potesse essere usato da solo per creare musica elettronica aritmica.

Ho intervistato Surachai. Mi piace un po’ della sua musica (può ancora crescere ed è troppo focalizzato sull’equipaggiamento, secondo me) e mi piace cosa sta facendo con TRASH_AUDIO, perché mette insieme tante informazioni utili per chi vuole iniziare il suo progetto di musica elettronica, ma anche semplicemente per gli ascoltatori curiosi. Come lo hai incontrato e come siete diventati amici?

Ho incontrato Surachai grazie al mio lavoro a Make Noise. Ho visto un video che ha postato, nel quale usava il modulo QMMG, e mi è piaciuto molto, così l’ho contattato per chiedergli qualcosa sulla sua musica. Questo è accaduto tanti anni fa. Lui mi ha mandato il suo disco e siamo diventati amici. Successivamente ho preso parte ai suoi Trash Audio Synth Events, dove ci siamo visti di persona. Da lì in poi è stato un meraviglioso bromance.

Com’è nata l’idea di Make Noise Records? Logicamente, si tratta di un ottimo metodo per promuovere la tua attività e logicamente ci sono un sacco di produttori che fanno da sponsor tecnico ai musicisti, ma tu porti le cose oltre.

L’idea è nata una sera a New York in giro con Surachai, precisamente in un posto a Brooklyn che si chiama Zebulon. Discutevamo un progetto secondo il quale noi avremmo mandato lo stesso sintetizzatore ad alcuni artisti e avremmo chiesto loro di creare con esso. Da lì il termine “shared system”.

Penso che attualmente Alessandro Cortini stia pubblicando parte della miglior musica basata su synth. Non è solo la mia opinione, basta googlare il suo nome. C’è molta malinconia nella sua musica e “malinconia più synth analogici” sembra essere la formula perfetta per la nostra generazione nostalgica… Come lo hai convinto a essere parte del tuo progetto? 

Siamo diventati amici anni fa tramite Surachai. Giriamo insieme a Chicago, Austin e Los Angeles quando ci troviamo lì per lavoro contemporaneamente. Surachai lo ha coinvolto nella prima uscita di Make Noise Records. In seguito, mentre era in tour coi Nine Inch Nails, il suo synth analogico dell’epoca, un Music Easel, si guastò. Ci chiamò e ci chiese uno dei nostri Shared System da usare sul palco. Ha usato quello Shared System per tanti concerti coi NIN.
Un’estate mi ha mandato un po’ della musica che ha creato con lo Shared System nelle pause del tour, e si trattava di alcuni dei migliori pezzi che io avessi mai sentito. Gli ho chiesto di poterli pubblicare e sono diventati il disco SPIE. Abbiamo chiamato anche Sean Curtis Patrick per girarci dei video intorno.

Penso che Moe Espinosa (Drumcell/Hypoxia) fosse un’opzione ovvia per la tua serie, dato che ha molto talento e lavora con Surachai. Ciò che sembra meno ovvio è la melodia che ha trovato per “Division Of Trust”. Hai idea di come abbia tirato fuori quelle melodie dal tuo synth?

C’è un video che lo mostra mentre compone live il pezzo e lo performa. Ha utilizzato una combinazione di René e Pressure Points per ottenere gli elementi melodici. Tutto dal vivo. Ha molto talento e un’estetica meravigliosamente dark che m’interessa, questi i motivi per cui ho voluto fare il disco. Si tratta anche di una persona fantastica con cui lavorare. Vorrei vederlo rifare la colonna sonora di qualche vecchio film noir, tipo “Scarlet Street” di Fritz Lang.

Non ho mai letto una tua intervista nella mia lingua. Quindi suppongo di dover fare qualcosa per i nerd italiani là fuori… se si innamorano dei tuoi strumenti, quale è il modo migliore di comprarli?

Abbiamo alcuni venditori in Italia. Guardate il nostro sito qui.