JUNGBLUTH + O + LAMANTIDE, 3/8/2013

Jungbluth

Cremona, CSA Kavarna

È facile appassionarsi a certe storie dell’underground, basta avere un briciolo di empatia nei confronti di un gruppo di ragazzi più o meno giovani che portano avanti un’idea, un’estetica, un’emotività filtrate dalla propria musica. Ecco in men che non si dica si capisce quanto possa risultare coinvolgente e appagante il seguire una scena che non conosce grandi riflettori più per presa di posizione che per far di necessità virtù. Quando però questa bella teoria viene non solo messa in pratica ma, addirittura, esaltata da una fortunata coincidenza di eventi, luoghi e persone, allora si capisce davvero la portata vitale di questo circuito, delle sue offerte sonore e della sua capacità di interessare, stupire, soddisfare in toto sia gli spettatori sia i musicisti.

È il 3 agosto, un sabato come tanti altri. A imprimere una direzione diversa al moto rotatorio è l’attesa, ormai protratta per giorni, della tappa cremonese dei tedeschi Jungbluth. È un nome di non facile digestione, sicuramente a molti non noto. Uscito da poco il loro Part Ache, primo e rivelatore esordio sulla lunga distanza, sono a tutti gli effetti una “protesi” dei ben più conosciuti Alpinist, e di questi conservano le spiccate doti musicali e attitudinali. Ad accompagnare il loro secondo exploit italiano saranno per l’occasione i nostrani O e i Lamantide, compagni di fuoco ideali per una serata che sceglie come proprio teatro il CSA Kavarna, ancora attivo e pulsante nonostante le recenti minacce di sgombero avanzate dall’amministrazione locale. Queste minacce non hanno minimamente intaccato lo smalto di un ambiente che si presenta nella sua consueta forma, alveo di manifestazioni che vorrebbero essere sempre un segnale destinato a trascendere l’esperienza di un concerto per sublimarla in qualcosa di più collettivamente sentito e condiviso. Il CSA Kavarna, infatti, ci mette del suo, tanto con una bella e graditissima apertura alle distribuzioni indipendenti, presenti a tentare gli appassionati con numerose leccornie in vinile e cd, quanto con una sala concerti intima e minimalista, adatta ad enfatizzare la portata emozionale della musica. 

Aprono gli O con i pezzi del loro ultimo lavoro, ibridando schemi hardcore con influenze più sperimentali (che destrutturano la classica “forma canzone”) e accelerazioni sulle parti più oscure, venature di black metal che riaffiorano spesso e volentieri, permettendo di trasmettere la carica nichilista e disperata ben incarnata dai testi. Un’esibizione tutta d’un pezzo, senza tempi morti, che riesce, complice anche un’illuminazione minima, a far passare una percezione assai diretta e intima dell’intensità espressa dalla band. 

I secondi a esibirsi sono i Lamantide, che fanno escalare a dismisura il rapporto col pubblico presente. L’assenza di palco permette al cantante Marco di contagiare tutti i presenti con la sua carica d’adrenalina: interpreta anima e corpo ogni passaggio frenetico, ogni stacco e impennata ritmica che la sezione strumentale intesse, inoltre sottolinea con rabbiosa enfasi le proprie parti vocali. Una sequenza di brani veloci, tecnici e passionali, caratterizzati da una rielaborazione dell’hardcore in ambito metal e math, che lascia addirittura spazio, alla fine, a una versione di “O Fortuna” degli intramontabili Botch. 

Se la serata dovesse chiudersi a questo punto, ci sarebbero già abbastanza motivi per tornare a casa appagati, felici e carichi a pallettoni, eppure il livello, ben alto, sta per passare un’ulteriore soglia con gli Jungbluth. I tre sembrano al contempo estremamente a loro agio nel contesto del concerto e avvolti da un alone di umiltà, di sincerità minimalista, presentandosi così come sono, con la loro attitudine genuina e proponendo la loro musica in maniera semplice, pura. L’unica fonte di luce è costituita da una lampada di fil di ferro ai piedi della batteria; s’accende con la prima nota del concerto, indicando che l’energia ha iniziato a scorrere, che il pubblico, come richiesto anche dal cantante-chitarrista, deve farsi più avanti e condividere lo spazio il più possibile con la band. I brani di Part Ache iniziano a scorrere, tra crescendo, violenti attimi di vuoto creati dalla sezione ritmica e la loro variegata struttura compositiva, a formare un mosaico in cui ogni tassello sonoro è prezioso e giustamente messo in risalto. Ci sono l’inno esistenziale di “Looks Like Freedom”, la vibrante ouverture dalle tonalità “post-” di “Crevasse”, in mezzo solo da brevi ringraziamenti quasi commossi, che colpiscono al cuore dei presenti tanto quanto le canzoni fanno centro nei loro timpani. Restar fermi al ritmo di “Angebot/Nachsage”, non venir coinvolti dall’emotività di “These Rare Moments” o rimanere indifferenti alla naturalezza con cui gli Jungbluth miscelano abilità strumentale, efficacia espressiva e carisma è praticamente impossibile. Chiude “Zwang Abwarts”, brano esteso, macchinale e senza fronzoli, capace di definire una volta per tutti i confini della serata e di strappare denti e capelli a ognuno dei presenti.

Ultima nota, la lampada si spegne. Il concerto è finito, restano gli applausi, l’euforia e il doveroso, mai come in quest’occasione, spazio per i ringraziamenti. Una visita al banchetto del merchandise della band evidenzia un’ulteriore aspetto che non può far altro che caricare ancor più positivamente il giudizio sugli Jungbluth e sullo spirito della serata in generale. Un cartoncino posto sul tavolo recita, tradotto dall’inglese:

Non importa quanti soldi tu abbia in tasca, ogni persona dovrebbe poter aver accesso al merchandise. Lo daremmo via gratis se potessimo, ma, da gruppo in tour, abbiamo delle spese vive cui far fronte, come l’affitto del furgone e la benzina. Sentiti libero di darci qualsiasi somma che ritieni giusta e adatta alle tue possibilità.

Il contenuto sociale, emotivo e dirompente, dell’hardcore ha e dovrebbe sempre avere una sicura preminenza rispetto a molti degli altri suoi aspetti spesso posti in primo piano. La logica del dono che si evidenzia da queste semplici e sentite parole, fa capire come la musica venga concepita dalla band tedesca non come un prodotto in commercio, ma piuttosto come un bene composto da un insieme di atti e parole che non desidera essere mercificato e il cui valore non è da definirsi tanto con la moneta a un prezzo stabilito, quanto tramite un reciproco scambio di esperienze, emozioni e rispetto.

Come non provare una stretta al cuore, sentire un “Crepaccio” aprirsi di fronte a quest’onestà?

In poche parole, gente che ha capito tutto dello spirito underground, cui piace suonare per mostrare la propria passione e che sa come farsi rispettare e benvolere rispettando e volendo bene a sua volta. Fortunata serie d’eventi, di situazioni, di luoghi e di persone che c’è da sperare si possano ripetere a breve e sempre più spesso. Una serata memorabile.