JÉRÔME NOETINGER & ANTHONY PATERAS, 15 Coruscations

Musique concrète come spazio immaginario del ricordo. Musica senza corpo, senza fonte. Definizioni inevitabili che si formano in noi quando approcciamo un disco anche solo nominalmente assimilabile a questa corrente artistica. Facile pensare che non sia poi molta la differenza fra la registrazione di un oggetto, suono etereo senza origine, dall’avulsione di uno spazio-tempo passato, raccontato attraverso il field recording. Da questo nucleo molto semplificato le possibilità acustiche, così come concettuali, esplodono toccando di tutto, dal noise all’ambient music. La capacità che un artista possiede di evocare mondi e tempi tangibili, “concreti”, usando il suono come varco, è una caratteristica che non solo la critica, ma anche il gusto estetico dell’ascoltatore, ricerca. Il problema però è che in questa foga descrittiva perdiamo di vista un elemento in grado di orientare in maniera radicale la traiettoria del discorso. Si tratta dell’atto artistico in sé, sia come momento compositivo, sia come “gesture” performativa.

La manipolazione a posteriori di quanto registrato (originariamente sezionando e incollando metri e metri di nastro magnetico) rappresenta un passaggio fondamentale, inalienabile dalla creazione finale. Il contenuto dell’esperienza sonora si fonde con l’operazione tecnico/compositiva ed è proprio questo a rendere così vivido il risultato finale. Come in un rituale, la sequenzialità codificata di atti tecnici evoca, attraverso il suono, le esperienze acusmatiche di oggetti e paesaggi a noi completamente alieni, generando la nota sensazione di sfasamento la cui intensità, mediata dalle scelte sonore (timbro, velocità della narrazione…) assume infine una connotazione estetica per noi più o meno piacevole. La memoria diviene quindi un artificio tecnico, un collage olografico reso possibile dall’abilità dell’artista. Non considerare l’impalcatura tecnica come parte fondante del processo-oggetto musicale è, in questo caso, un errore di valutazione che ci impedisce di cogliere la tridimensionalità di quanto stiamo ascoltando.

Un passaggio ulteriore, che aggiunge complessità al discorso, è analizzare il momento artistico, o più semplicemente la creazione di un brano o un disco, come un evento “performativo”. A prima vista potrebbe sembrare paradossale: una corrente musicale inseparabile dalla lentezza del registrare e manipolare suoni e oggetti, improvvisamente viene definita performativa, dinamica, acquisendo quell’urgenza solitamente riservata a ben altri ambiti. Come nelle migliori narrazioni, per risolvere questo impasse, ci serve la provvidenziale comparsa di un deus ex machina. Anzi, in questo caso, due: Jérôme Noetinger e Anthony Pateras, con la loro ultima creazione collaborativa, 15 Coruscations, edita da Penultimate Press. I quindici frammenti contenuti nel disco (la cui durata si assesta su una non eccessiva mezz’ora) sono un perfetto esempio di come, per i due artisti, composizione e performance siano indissolubili, saldati assieme da una profonda conoscenza tecnica. Dopotutto ci approcciamo a due personalità di primo piano in tutto quel vasto territorio di confine fra Musique concrète, elettronica sui generis, improvvisazione e noise, che hanno scavato così a fondo nella matrice del suono “registrato” da poterne ormai scomporre e manipolare gli elementi più nucleici. Ma perché atto performativo? Cosa rende questa collaborazione e quest’opera così uniche? La chiave, ancora una volta, sta nel nastro magnetico e nella sua manipolazione, un atto-oggetto in grado di rendere visibili, e quindi esperibili, i contorni di ciò che sta dietro alla musica, l’impalcatura tecnica normalmente trasparente, invisibile. La magia avviene perché non c’è nessuna soluzione di continuità fra la mano che tocca il nastro e l’apparizione acusmatica di un ricordo o di un suono. Ciò che ci viene presentato non solo è un album, con i suoi quindici piccoli movimenti, ma è contemporaneamente “the sound of its own making”, una vertiginosa stanza degli specchi in cui ogni gesto, ogni frammento, amplifica ulteriormente questo loop concettuale. Dettagli microscopici, come un’interferenza magnetica o il suono meccanico di un (ormai) mitologico Revox B77, rompono drasticamente le pareti – citate prima – che separano composizione da performance. E acusmatico non è quindi più solo il tempo-spazio del ricordo ma la definizione si estende a tutti gli strati ed eventi del disco. L’ascolto di 15 Coruscations è un’esperienza intensa perché ne percepiamo il corpo, intero, apparentemente indivisibile e allo stesso tempo ne apprezziamo tutte le infinite sezioni, tutti i rimandi fra gli elementi.

Il nastro magnetico, ovviamente, è solo un pretesto, una parte per il tutto. Dentro i trentasei minuti di musica potrete trovare anche frequenti esplosioni squisitamente noise (Pateras) così come voci infantili, campionamenti di varia natura e profonde incursioni nella natura sonora di oggetti più disparati. L’urgenza espressiva emerge anche da questo approccio eclettico e multiforme, magnificato dalla natura collaborativa dell’opera. Le arti magnetiche di Noetinger si sposano benissimo con il radicalismo elettronico, concreto e ruvido, di Pateras, non fosse altro che per la loro più che decennale collaborazione, il cui inizio è datato 2009. Un cammino comune inevitabile che lega loro e le altre anime affini della scena elettroacustica (Tricoli ma non solo) con un nastro “magnetico” di Möbius.

La gesture, l’atto artistico materico agito sul Revox o su un sintetizzatore o su un campionamento, è quindi anche un evento collaborativo: le possibilità racchiuse nel semplice meccanismo di azione-reazione che ritroviamo certo qui ma anche nel mondo dell’improvvisazione radicale, sono infinite proprio perché condivise da più attori, umani e non. Aggiungere questo ulteriore ingranaggio, come detto prima, bypassa completamente l’interpretazione compositiva, ci offre il suono pulsante in sé in tutte le sue infinite sfumature.

15 Coruscations è una stanza con quindici finestre aperte su altrettanti mondi fantasmatici, non-luoghi artificiali e magnetici, in cui le regole della composizione vengono meno e, come per magia, idea e strumento si fondono in un unico, indivisibile, movimento sonoro.