Tre cassette Svbterrean Tapes: Untitled Noise, Adamennon, Don’t DJ

Svbterrean Tapes è una tape-label italiana. La manda avanti una nostra conoscenza, ma cercherò di essere asettico. 

UNTITLED NOISE, Untitled 33​/​26

Il mondo degli Untitled Noise è estremamente scabro e monocromatico: rumore analogico, improvvisazione, poco altro. I due Untitled Noise Michele Lombardelli e Luca Scarabelli sono attivi su più fronti, ad esempio quello delle arti visive: guardando cosa fanno quando non suonano, s’intuisce che agiscono secondo una specie di coerenza interdisciplinare, dato che tutto sembra in bianco e nero o scolorito, essenziale, spoglio. La loro collaborazione, in effetti, dovrebbe essere partita da altrove, dato che Luca scrisse già nel 2013 un articolo – quasi un suo flusso di coscienza – sul lavoro grafico e plastico di Michele, utilizzando aggettivi come “unheimlich”, “crudo”, “oscuro”, e alla fin fine flusso di coscienza, unheimlich, crudo e oscuro sono finiti dentro Untitled Noise, del resto non è la prima volta che un certo tipo di dischi è realizzato da persone che non provengono dalla musica, coi limiti tecnici che smettono di essere tali e diventano quasi un presupposto. Interessante, a tal riguardo, che sia una cassetta a ospitare questi due pezzi, tra l’altro già esaurita e già in ristampa. Non ha molto senso fare paragoni con una band o un progetto specifico: chiunque ascolti un genere estremo, deve pensare al al suo demo preferito, a qualcosa di grezzo e vero. Nel caso specifico, ai primi passi di una delle micro-scene noise e industrial avvicendatesi negli anni, non importa se italiana, svedese o americana, conta il momento, che è quello iniziale.

ADAMENNON, Lilium

Probabilmente Adamennon ha pensato il materiale contenuto in questa cassetta di nuovo in termini di soundtrack: ogni traccia si intitola “Sequenza [numero]” e poi ha una descrizione. Qui, ancora di più che nel disco da poco pubblicato con Boring Machines, cerca di emulare una vera e propria band, suonando synth, tastiere, piano, ma pure chitarra e batteria. L’unico elemento per cui c’è bisogno dell’aiuto esterno è la voce (cantilenante e lontana, indicata a nome Antonius Block).

Come già scritto, Adamennon negli anni ha realizzato lavori dark ambient (stampo Cold Meat Industry, per farla semplice) e poi ha iniziato un percorso semi-parallelo col quale fondere Goblin, Fabio Frizzi, elementi del cosiddetto “dark sound italiano” e – sempre nell’ultimo disco – anche frammenti di metal estremo. Si può prendere Lilium e metterlo in questa seconda scatola, anche se in realtà è un episodio molto strano, parente dei precedenti, ma più al servizio di qualche favola surreale e/o sconclusionata che di un “Giallo”. C’è un omaggio dichiarato ai Popol Vuh, quindi da un lato si rimane nell’epoca preferita di Adamennon, cioè i Settanta (ma si sfocia negli Ottanta), dall’altro si scarta, basta sentire le prime due tracce: emotional, eerie songs with a touch of pure blackness, scrive lui o l’etichetta, e ci può stare. Forse per qualche crate-digger i riferimenti saranno chiarissimi, ma io sono rimasto abbastanza spiazzato, una bella sensazione.

DON’T DJ, Nagoya


L’ormai quarantenne Florian Meyer vive a Berino, manda (o ha mandato) avanti l’etichetta Diskant e ha fatto musica da solo o in gruppo con vari nomi, tra i quali Don’t DJ e Durian Brothers. A Meyer interessano il giradischi-come-strumento, i poliritmi e le percussioni “esotiche”, che riproduce per mezzo del software Collision (Ableton) senza pretese filologiche, piuttosto – come succede sempre in ambiente dance – per evitare il 4/4 e per essere sempre più fresco di tutti gli altri. Questa cassetta di un’ora lo vede dal vivo nel 2016 presso tale Spazio Rita della città giapponese Nagoya, sul banco un laptop e un giradischi preparato.

Durante quest’ora di set chi ha ascoltato dischi come Authentic Exoticism o Musique Acephale ritroverà il Florian Meyer che conosce, intento a passare in rassegna varie metriche incrociate tra loro, unendo idealmente regioni del pianeta distanti migliaia di chilometri mentre in qualche modo sembra rifare una sua versione di My Life In The Bush Of Ghosts, aggiornata al suo background e alla sua epoca. Chi invece non si è mai avvicinato al lavoro del tedesco, rimarrà colpito dal suo eclettismo, dalla sua fantasia e da un sound sbilenco eppure funzionante. Anche in questo caso non voglio vendere un’uscita collaterale come il capolavoro del 2017, ma roba per divertirsi qui ce n’è.