Silvia Tarozzi e la forza del suo canto

Silvia Tarozzi

Silvia Tarozzi si presenta come violinista interprete, improvvisatrice e compositrice. Chi la segue, probabilmente la associa a Deborah Walker, violoncellista con cui forma un duo da molti anni. È inoltre parte dell’ensemble francese Dedalus. È entrata in contatto e ha lavorato con compositori e musicisti molto importanti come Éliane Radigue, Pauline Oliveros, Philip Corner (e con l’ensemble Dedalus ha eseguito pezzi commissionati a giganti come Phill Niblock). I Dischi Di Angelica le ha pubblicato Virgin Violin (2014), poi è apparsa sull’americana Unseen Worlds quando questa ha dato alle stampe una raccolta di composizioni di Philip Corner, suonate da lei, Walker, in alcuni casi assieme a Rhodri Davies e Corner stesso. Unseen Worlds non l’ha dimenticata, accettando di scommettere su Mi Specchio E Rifletto, motivo scatenante di quest’intervista: un disco di canzoni ispirato dalle sue esperienze private, ma anche dall’opera e dalla vita della poetessa Alda Merini, così come dal musicista e compositore americano Garrett List. Non so chi poteva pensare che Tarozzi uscisse con un album in grado di parlare a tutti, complesso e semplice allo stesso tempo, ricercato eppure immediato, eclettico ma unitario. Parlare di sintesi degli opposti non è retorica, a volte il miracolo accade e potrà capitare di sapere a memoria le parole di alcune di queste tracce, così come di perdersi tra i loro rimandi, musicali e non (folk, musica da camera, avanguardia, prima elettronica, quel non so che di prog…). Con lei non sono fuori dalla mia comfort zone, ma sono proprio in mare aperto, per questo ho pensato che farci quattro chiacchiere fossero il modo migliore per dare spazio a un lavoro che sta su Pitchfork e su Wire. Quest’estate, quando ho ricevuto il suo materiale promozionale, ho tergiversato, poi, visti i primi, grossi consensi mi sono dato uno schiaffo da solo e ho capito che comunque c’era modo di occuparcene. 

Molti sono rimasti colpiti dai tempi di gestazione del disco (2008 – 2019, ci informi). Sto in un mondo dove anche musicisti fuori dai giri grossi pensano di dover mantenere costante l’attenzione su di loro: una foto, una traccia, una cover, un filmato live, mai sparire troppo. Sarà anche l’effetto dell’album, ma tu sembri vivere secondo un tuo ritmo, molto più umano. E non credo sia solo perché non hai esigenze commerciali. Che dici?

Silvia Tarozzi: Per me è il primo album come autrice perché di base sono una violinista e il modo di vivere la professione di un’interprete, seppur aperta all’improvvisazione e a progetti creativi, non è lo stesso di chi ha sempre solo fatto la propria musica ed è focalizzato sull’avere riconoscimento e successo attraverso quella. Comunque ho sempre pensato che se si riescono ad integrare i diversi piani dell’esistenza capendo a cosa dare la priorità momento per momento, si sta meglio con sé stessi. C’è un tempo in cui riesci a dedicarti a un progetto creativo e uno in cui tuo figlio ha la febbre e devi occupartene a tempo pieno, uno in cui studi per preparare un nuovo pezzo e uno in cui porti fuori la spazzatura. È interessante quando questi piani si mescolano e scopri che la febbre di tuo figlio ti ha offerto l’ispirazione per una musica o per un video… o per una cover! Sono anche una persona ambiziosa e spesso impaziente, ma ho sempre più fiducia nel fatto che le cose davvero importanti trovino il loro tempo per manifestarsi e che non serva spingerle.

Il tuo nome già compariva sul catalogo Unseen Worlds, per via del disco imperniato su Philip Corner. Cosa li ha convinti a pubblicare Mi Specchio E Rifletto? Il cantato italiano era un ostacolo per loro? 

Bisognerebbe chiedere a Tommy McCutchon, il produttore di Unseen Worlds. Quando gli ho scritto la scorsa estate (2019) per chiedergli chi secondo lui avrebbe potuto pubblicare questo album, mi ha risposto: “Lo faccio io!”. È stata una bellissima sorpresa, perché non ero sicura che l’etichetta si assumesse il rischio di una produzione di questo tipo, ma evidentemente la musica gli è piaciuta e ci ha creduto. Tanto che ha voluto farlo uscire in cd, ma anche in doppio vinile… che è quasi esaurito!

La lingua italiana non è stata un problema, Tommy mi ha chiesto una traduzione in inglese perché voleva capire cosa dicessero le canzoni e poi ha deciso di stampare i testi in doppia lingua nel libretto del disco, rendendoli comprensibili anche all’estero. È curioso perché alcune recensioni “estere”, come quella di Pitchfork, per esempio, sono molto centrate proprio sul significato dei testi!

Vorrei che ci parlassi del tuo legame con AngelicA, che ha pubblicato un tuo disco e ti ha fatto suonare al festival. I musicisti che hai coinvolto in Mi Specchio E Rifletto sono associabili anche loro a questo Centro/Festival/Etichetta? Come li hai scelti? Con Deborah Walker lavori da molto…

AngelicA è un punto di riferimento per la musica di ricerca a livello internazionale ed è tra i pochissimi Festival italiani a commissionare nuove produzioni musicali e discografiche non in ambito accademico. Tra il 2010 e il 2013 Massimo Simonini, il suo direttore, ha prodotto e lavorato con me a Virgin Violin (i dischi di Angelica, 2013), un disco che contiene musiche per violino frutto di una collaborazione molto stretta e personale con le compositrici francesi Pascale Criton ed Éliane Radigue e con l’americana Pauline Oliveros. Ho incontrato quest’ultima proprio al Festival e da allora si è instaurato un rapporto di amicizia durato fino alla sua scomparsa, nel 2016. Inoltre da dieci anni AngelicA è anche la “mamma” del Piccolo Coro Angelico, un coro di bambini dedicato alla musica di ricerca e alla sperimentazione vocale immaginato da Massimo Simonini e portato avanti da me insieme a Giovanna e Gloria Giovannini.

Alcuni dei musicisti che hanno suonato in Mi Specchio E Rifletto fanno parte della storia del Festival e più in generale di una scena improvvisativa e jazz molto fertile a Bologna nei decenni scorsi, come Edoardo Marraffa, Domenico Caliri, Vincenzo Vasi e Tiziano Popoli. Caterina Romano e Jessica Colarelli, invece, mi sono state presentate dalla compianta flautista Annamaria Morini, che insegnava al Conservatorio di Bologna. Valentina Malanot è una mia amica ed è l’unica che non fa la musicista per professione, ma ha una voce splendida e canta gregoriano da quando era una bambina. Deborah Walker è la violoncellista e l’amica con cui suono da quasi vent’anni, sia in duo che in formazioni più ampie, come l’ensemble francese Dedalus di cui facciamo entrambe parte. Ora stiamo lavorando a un nuovo disco in duo ispirato ai canti tradizionali e di lavoro dell’Emilia, riletti in chiave sperimentale e contemporanea.

“Al Cancello”, che ovviamente è l’ingresso di Mi Specchio E Rifletto, mi ha convinto a parlare con te di quest’album. Ogni volta che l’ascolto è come se tu mi portassi al cine e io vedessi i titoli di testa di un film di cinquant’anni fa, italiano ma non necessariamente. Di solito penso a domande più intelligenti, mentre qui voglio solo sapere come hai fatto, cosa ti ha ispirata. Me lo racconti, per favore?

“Al Cancello” nasce da una poesia omonima di Alda Merini della raccolta “La Terra Santa”, parla del manicomio e usa un linguaggio molto “visivo”, molto cinematografico in effetti! C’è nella poesia un contrasto fortissimo, paradossale, tra i volti e le mani dei malati mentali avvinghiate ad un cancello che rinchiude ma anche protegge la loro sofferenza e un “treno che passa, assolato leggero, come uno schianto di luce propria”… Non era un testo che potessi cantare, così sono salita su quel treno e l’ho seguito nella sua corsa, coi suoni di strumenti classici (violini, violoncello, contrabbasso, flauto e clarinetto) attraverso un paesaggio che ad ogni curva si apriva a una nuova melodia. Comporlo è stata una sorta di catarsi, per riscattare una sofferenza che non riguarda solo i malati di mente ma tutti noi, inevitabilmente.

Silvia Tarozzi

Chi ha ascoltato Mi Specchio E Rifletto ci ha trovato musica da camera, jazz, folk, alcuni hanno parlato di prog, tutti hanno menzionato gli esperimenti del secolo scorso con nastri, sintetizzatori et similia… eppure nessuno lo ha trovato disomogeneo. Temevi che qualcuno lo pensasse? Riuscire a farlo sembrare un album e non una raccolta era una tua preoccupazione?

Non lo temevo ma un po’ me lo aspettavo. Ho pensato che per via della varietà di elementi musicali che esprime e che rendono difficile collocarlo in un genere preciso, quest’album potesse scontentare tutti! Invece sto vedendo con mia grande sorpresa che ne è uscita una musica che si fa capire da molti, che interessa mondi musicali diversi. Questo lo considero un risultato bellissimo e in un certo senso un regalo.

Mi Specchio E Rifletto avrebbe dovuto contenere le parole di Alda Merini. Per ragioni di diritto d’autore, a un certo punto sono state sostituite da testi scritti da te. Questo fatto, se uno vuole approfondire il tuo lavoro leggendone in giro, è già abbastanza chiaro. C’è anche un altro indizio che l’etichetta Unseen Worlds ci dà per cominciare a orientarci, e sono i tuoi studi con Garrett List. Su questo nessuno ha più o meno detto nulla. Lui ha influenzato il disco? In che modo?

Tra il 2008 e il 2009 partecipai a due masterclass con Garrett List a Parigi e Bruxelles. La prima era centrata sulla composizione istantanea di gruppo e la seconda sulla relazione tra parole e musica nella costruzione di una canzone. Entrambe sono state esperienze importanti da un punto di vista creativo perché Garrett List aveva un modo molto coinvolgente di insegnare, tantissima esperienza (aveva aperto la classe di improvvisazione al Conservatorio di Liegi nell’81 e vi aveva insegnato fino alla pensione) e un approccio alla composizione che lui definiva “musica eclettica”. Da un lato l’improvvisazione collettiva intesa come composizione nel tempo presente dava alle idee e alle combinazioni spontanee dei suoni il valore di una creazione musicale che poteva essere anche ripetuta, ritrovata, sviluppata. Poi il lavoro sulla relazione creativa tra parole e musica mi ha incoraggiata enormemente nel lavoro sulle poesie di Alda Merini, che ho iniziato poco dopo quell’esperienza. Garrett List mi ha indirettamente detto “si può fare, e lo puoi fare anche tu!”.

Avevi mai scritto canzoni prima? Se no, come hai fatto il salto quantico?

No, non avevo mai scritto una canzone. Musiche strumentali sì, basate soprattutto su una personale ricerca sonora col violino, ma mai parole e musica insieme. Però ho ascoltato tanta canzone, italiana, americana, francese, inglese, brasiliana, vecchia, nuova, rock, punk, melodica, cantautorale… Il “salto” è avvenuto attraverso la poesia e l’intuizione, che mi è stata offerta da esperienze musicali diverse, di poter tradurre il suono delle parole in musica, in melodie, timbri, arrangiamenti, orchestrazioni, strutture. Quindi prima ho composto le musiche, poi, siccome le parole originali non le potevo usare, ho scritto i testi, attraverso il processo contrario: dalle melodie e dal suono degli strumenti ho trovato il suono di nuove parole. Più che un salto quantico un percorso ad ostacoli! Che però mi ha portata a trovare qualcosa che non avrei mai trovato altrimenti, non con questa forma che in un certo senso mi trascende e mi esprime allo stesso tempo.

Ci sono dischi che ascoltiamo per un periodo e poi lasciamo sullo scaffale. Poi ci sono dischi sui quali ritorniamo periodicamente. Quali sono i dischi su cui ritorni periodicamente? È una domanda classica, ma tieni presente che chi mi legge non frequenta necessariamente i tuoi mondi e questo potrebbe essere un modo per capirti meglio.

Per rispondere a questa domanda devo rispolverare ascolti del passato lontano e recente, perché negli ultimi anni mi piace di più esplorare suoni che non conosco ancora piuttosto che tornare ossessivamente agli stessi ascolti, come invece facevo da ragazzina. Diciamo che questi, in ordine sparso, sono alcuni degli album sui quali potrei ritornare più spesso… e questa intervista è forse l’occasione per farlo! Velvet Underground & Nico, The Roots Of The Moment di Pauline Oliveros, Alexandre Tharaud Plays Rameau, Moonchild di Pharoah Sanders, Vibrations di Albert Ayler e Don Cherry, Kyema di Éliane Radigue, Pour Pier Paolo Pasolini di Giovanna Marini e il suo quartetto vocale (le chant du monde), Maggot Brain dei Funkadelic, Tomorrow Is The Question di Ornette Coleman, String Quartets di Jürg Frey (“Streichquartett n 2” soprattutto, un capolavoro!), Rock Bottom di Robert Wyatt. Davvero una lista non esauriente… domani me ne verranno in mente di diversi!

Dimentica che c’è una pandemia. Riesci o vuoi portare dal vivo Mi Specchio E Rifletto?

Sì, lo voglio! Nel disco ci sono archi, fiati, suoni midi, chitarre, sintetizzatori e tanto altro e non è facile trasporre la stessa ricchezza su un palco senza una piccola orchestra! Però sto iniziando a lavorare con dei musicisti molto bravi e che suonano più strumenti, come Stefano Pilia, Valeria Sturba, Cecilia Stacchiotti ed Edoardo Marraffa (l’unico già presente sul disco). L’idea di aprire un progetto finora così personale al contributo creativo di una band mi rende felice! Ci sono già dei programmatori interessati a Copenhagen, a Londra, a Bruxelles e forse in primavera riusciremo ad organizzare un primo tour. Spero che anche in Italia si accenda un interesse, e se non dovesse essere possibile suonare in primavera, aspetteremo l’autunno. Come si diceva all’inizio: le cose davvero importanti trovano il loro tempo!