La psichedelia nascosta: viaggio tra i resti dell’Italian Occult Psychedelia

Qualche mese fa la NO=FI Recordings ha pubblicato una compilation dedicata al Thalassa, festival che si è svolto per tre edizioni al Dal Verme di Roma e che di fatto ha tenuto a battesimo l’Italian Occult Psychedelia. L’ascolto di queste registrazioni catturate nel piccolo locale romano (è una selezione uscita solo in digitale, non ci sono tutte le band che hanno suonato al Thalassa) è diventato la scusa per provare a capire com’è nato, si è sviluppato e cosa è rimasto del fenomeno in questione.

Cosa sono la psichedelia, l’hauntology music, partendo da lontano…

Per psichedelia si intende in generale l’arte di manifestare in senso artistico una serie di suggestioni, prendo a prestito questa definizione, che mi sembra la più completa.

Storicamente, dunque, l’affermazione del fenomeno della psichedelia va fatta risalire agli anni Sessanta, all’uso degli acidi favorito anche dagli esperimenti del dottor Hofmann. Col tempo però il termine è stato inglobato e utilizzato in molte musiche, sui giornali si parla di “blues psichedelico”, “pop psichedelico”, perfino l’elettronica – quella meno regolare negli schemi ritmici – ha vissuto l’influenza della psichedelia. I primi nomi che vengono in mente sono i soliti: Pink Floyd, 13th Floor Elevators… Viene naturale chiedersi cosa sia rimasto, oggi, di quel particolare e fecondo periodo storico-artistico. Senza addentrarsi troppo nell’argomento, che per la sua vastità andrebbe trattato in un articolo apposito, possiamo comunque provare a interpretarne le filiazioni e il suo utilizzo odierno. Intanto le tecnologie sono cambiate, la rivoluzione comprende naturalmente anche le droghe e i farmaci, e l’uso stesso che se ne fa oggigiorno. Tutti questi elementi hanno poi influito su una generazione di musicisti che è cresciuta a suon di videogame, film estremi e ricerca delle musiche più strambe, complice l’uso sistematico di Internet. Anche le band finite sotto l’ombrello dell’italian occult psichedelia hanno certamente potuto fare esperienza con tutta una serie di input che le hanno portate a impostare un discorso artistico peculiare. Alla psichedelia vanno aggiunti, in alcuni casi, i riferimenti alla cosiddetta hauntology, corrente di pensiero generata grazie alle teorie dello studioso francese Jacques Derrida. Nel nostro caso questa si sostanzia come una sorta di canone artistico che si basa su musiche del passato, morte e resuscitate (non a caso haunt in inglese significa infestare): siamo dunque al cospetto di una forma musicale fantasmatica, che idealmente ridà vita alle anime. Termini come psichedelia e hauntology sembrano dunque andare a braccetto, perché riportano alla mente una cerimonia misteriosa per antonomasia, ma affascinante e allo stesso tempo terrificante.

Data la penuria di uscite recenti ascrivibili a questa particolare corrente, è forse arrivato il momento di provare insomma a fare una classificazione-storicizzazione del fenomeno. Una prima, veloce disamina risale al 2015: nella versione cartacea del web-magazine Sentireascoltare, Stefano Pifferi provava a tirare le somme di un movimento che si stava affievolendo piano piano e in fondo senza far neanche troppo rumore. Quel saggio però, pur mettendo molta carne al fuoco, si limitava nella sua prassi analitica, forse per via delle poche pagine a disposizione. Tuttavia ritengo sia stata una lettura utile allo svolgimento dell’articolo che state leggendo…

Paletti e un passo indietro

Sei anni fa circa usciva, sempre per la NO=FI, la compilation Borgata Boredom. Di fatto si gettavano le basi per alcune musiche che avremmo successivamente ascoltato. Lo spirito di quella selezione era di provare a circoscrivere un suono rumoroso che nasceva e si sviluppava nell’underground romano. I risultati erano piuttosto altalenanti, ma di certo si tentava di far crescere una pianta che dava frutti volutamente marci. Alcuni dei nomi coinvolti poi confluiranno in progetti dei quali ci apprestiamo a scrivere. Negli Hiroshima Rock Around e Trouble Vs Glue milita Toni Cutrone del Dal Verme (poi Mai Mai Mai), nei Tetlvmth c’è Mattioli (poi negli Heroin In Tahiti), in System Hardware Abnormal e nei Maximillian I c’è Stefano Di Trapani dei Creapopoluqsve…

Nel gennaio 2012, Antonio Ciarletta, sulle pagine del mensile Blow Up, racconta di questa piccola scena musicale nella quale confluiscono tutta una serie di progetti oscuri sui quali era giunto il momento di concentrarsi, dando finalmente loro il meritato spazio giornalistico. Nel primo speciale venivano menzionate le produzioni della Boring Machines e della Spettro Records e gente come Cannibal Movie, Father Murphy, In Zaire, Squadra Omega, Control Unit... Nel secondo capitolo, uscito ad aprile 2014 si completava il discorso con Mai Mai Mai, il Thalassa Festival, gli Architeuthis Rex, i Metzengerstein, How Much Wood Would A Woodchuck Chuck If A Woodchuck Could Chuck Wood?, The Great Saunites, Fulkanelli, Eternal Zio, La Piramide Di Sangue, Al Doum & The Faryds… Qualche tempo dopo usciva uno speciale sullo stesso fenomeno sul magazine Rumore, nel quale si tentava di raccontare un fenomeno per sua natura tentacolare e restio alle catalogazioni. Successivamente anche Il Mucchio Selvaggio ha fatto la sua parte in proposito. Su queste pagine ci siamo occupati in pratica di quasi tutti i nomi menzionati, anche noi possiamo dire che il fenomeno lo abbiamo conosciuto piuttosto bene. Ma da dove arrivano tutte queste band? Se si scorrono le biografie di alcuni dei protagonisti scopriamo che, ad esempio, Donato Epiro aveva collaborato coi Maisie e aveva condiviso un progetto con Black Eagle Child, cioè l’americano Michael Jantz, giusto un paio di anni prima che si parlasse di I.O.P., gli In Zaire sono composti da musicisti di lungo corso, da Claudio Rocchetti e Stefano Pilia (3/4HadBeenEliminated, il primo pure negli Olyvetty, il secondo chitarra per Massimo Volume e Afterhours) e Riccardo Biondetti e Alessandro De Zan (dei G.I. Joe), Ninni Morgia, prima di operare all’estero coi suoi Control Unit, aveva già una storia lunga, gli stessi Father Murphy avevano pubblicato il primo album già nel 2004 – erano sodali del Madcap Collective, etichetta veneta frequentata da Onga che anticipa di fatto il fenomeno IOP e produce, tra le altre cose, pure My Dear Killer – e i Great Saunites  sono un duo il cui bassista Marcello Groppi già stava negli X-Mary. Questo per sottolineare, ancora una volta, il fatto che nulla è mai veramente nuovo ma affonda le radici in un terreno più o meno fertile. A suggellare la liaison ormai alla luce del sole tra queste sonorità e l’eredità musicale di tanti compositori attivi tra i Sessanta ed i Settanta, arriva nel 2015 la compilation Nostra Signora Delle Tenebre. Nel disco, licenziato dalla pugliese Backwards Records, tutte le band coinvolte si misurano con un pezzo tratto dalla colonna sonora di un film. I Mamuthones che ripescano il Morricone di The Thing, pellicola di John Carpenter, mentre i Father Murphy riprendono L’Alba Dei Morti Viventi dei Goblin e i Cannibal Movie addirittura Sans Espoir di Bruno Nicolai. Curioso notare il coinvolgimento degli OvO, attivi da molto più tempo, che rileggono in maniera efficace “Nuda Per Satana” di Alberto Baldan Bembo. Più in generale si tratta di un viaggio negli inferi del pop più malato, quello che maggiormente ha più attecchito sulle band chiamate per l’occasione.

Rileggere la realtà e togliersi il classico sassolino dalla scarpa

A un certo punto il fenomeno riesce a conquistare un buon seguito, anche grazie all’interessamento di grosse testate come XL di Repubblica o Rockit che se ne occupano – a onore del vero affrettatamente  – in articoli piuttosto sintetici, dove peraltro non mancano errori macroscopici. Tuttavia, un altro elemento interessante della faccenda è il fatto che se ne sia parlato anche all’estero, ad esempio Simon Reynolds ha affrontato il fenomeno sul suo blog). Successivamente, anche il giornalista di Wire, Joseph Stannard, ha scritto un report del Thalassa. Qualcuno dei protagonisti di quest’articolo è passato anche per il Liverpool Psych Fest (Lay Llamas, Mai Mai Mai, Father Murphy, In Zaire, Mamuthones, gli outsider Satelliti), quindi si registra comunque un – seppur breve  – interessamento estero verso queste realtà. In verità la partecipazione a un festival di quel tipo è da leggere più come un tentativo di provare a farsi conoscere ad un pubblico, nello specifico quello inglese, che in fondo cerca solide conferme attraverso riletture odierne di linguaggi ormai storicizzati come garage e psych-rock, aiutati in questo da etichette del settore come la Rocket Recordings (The Heads, Gnod, White Hills, Goat, Teeth Of The Sea, sono pure passati gli Ufomammut e, non a caso, Mamuthones e Lay Llamas ). Questo per sottolineare che in alcuni casi tra le band citate albergano idee in fondo piuttosto tradizionaliste dal punto di vista stilistico. Si nota piuttosto una caratterizzazione musicale nata proprio in uno strano recinto tutto italiano, con alla base la psichedelia e coordinate che ricordano il weird-folk, l’esoterismo, la magia in certi casi, in altri il cinema di nicchia e le colonne sonore più strambe (1).

I dischi e le etichette

Se c’è un’etichetta capofila del genere, questa può essere certamente la veneta Boring Machines, ma non va fatto un torto anche al lavoro di realtà come Fratto9, Black Sweat Records, Plastica Marella, Trasponsonic, NO=FI Recordings, Artetetra, Troglosound, Dreamsheep, Holidays Records, Black Moss, Lemming Records, Brigadisco, CORPOC, Backwards, Sound Of Cobra, Yerevan Tapes, sicuramente ne dimentico altre, a sottolineare la forte eterogeneità delle proposte. Riascoltando i dischi usciti nel periodo che sta tra il 2010 e (almeno) il 2014 ci si rende conto della voglia di fare insieme – o in parallelo – un viaggio verso l’ignoto, verso una dimensione sognante che mai cessa di manifestarsi nella mente di chi pensa e suona tali musiche. Allo stesso tempo, e qui sta la vera forza di questo non-movimento in fondo, è il fatto che il tourbillon di suoni e fascinazioni messi in pratica spiazzano e confondono le idee. Cosa accomuna la musica polverosa e selvaggia fatta con un organo vintage e una batteria dei Cannibal Movie alle riletture colorate ed ancestrali ma in odore di certi Talking Heads dei Lay Llamas? Ben poco… oppure, confrontate le intelaiature drone di Fabio Orsi alle riletture etniche in odore di Aktuala dei milanesi Al Doum & The Faryds o alle suite metalliche degli Architeuthis Rex… Ancora, notevoli sono le differenze tra l’elettronica glaciale (tra techno e nuances weird-ambient) degli Umanzuki e le chitarre twangy degli Heroin In Tahiti,  per non dire della psichedelia tossica e nera dei Metzengerstein che poco sembra avere a che spartire con la proposta febbrile dei torinesi La Piramide Di Sangue. A maggior ragione, fa specie riscontrare che realtà come i Luminance Ratio, che agiscono in maniera netta sull’improvvisazione rock, possano venire accostate alle proposte trans-psych dei sardi Hermetic Brotherhood Of Lux-Or o alla vigorosa vena occult-rock dei veneti Mamuthones. Sono insomma state espresse più riletture dell’immensa eredità musicale legata alla psichedelia di casa nostra. Il fatto che siano state anche apprezzate oltreconfine, come già accennato, non fa che aumentarne il prestigio artistico. Curioso poi confrontare il tutto con molte proposte italiane dei Novanta, per esempio, la differenza probabilmente sta nel fatto che la I.O.P. si misura anche con la propria tradizione, mentre l’indie dei Novanta si appoggia parecchio su canoni stilistici di chiara matrice anglosassone.

Conclusioni e previsioni

Il periodo storico preso in esame risulta, a conti fatti, particolarmente breve. Pochi anni, una manciata di dischi, un festival a tema svoltosi in tre edizioni, possono bastare per farsi ricordare nel tempo? Chissà… La I.O.P. ha anche contribuito a far riascoltare, in certi casi scoprire per la prima volta, tutta una serie di band ed artisti che il tempo aveva sepolto, come gli Aktuala, Lino Capra Vaccina, Prima Materia, Egisto Macchi, il Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza, Roberto Donnini… Si è trattato in fondo di un trampolino di lancio per una serie di artisti con grande voglia di emergere, ma dal pedigree ultra-underground, che è riuscito a dimostrare di sapersi muovere nelle acque profonde della psichedelia, andando a ripescare nel passato, per rileggerlo con gli strumenti della contemporaneità. Una psichedelia possibile è di sicuro una psichedelia annacquata, spendibile alle orecchie degli ascoltatori meno esigenti. Una psichedelia impossibile, come quella portata avanti da alcuni dei protagonisti qui elencati, è invece fonte di fascino, di voglia di effettuare ideali scavi archeologici nel passato musicale di un Paese singolare come il nostro, che ad un certo momento ha avuto una scena musicale interessante ma molto meno presente sulle riviste di settore come è poi accaduto al tedesco krautrock. La I.O.P. ha provato – a suo modo, ma in fretta e senza nessun evidente ed efficace coordinamento discografico – a far tornare in auge delle musiche interessanti. Solo il tempo ci dirà se si è trattato della classica meteora o se l’onda lunga porterà a nuovi progetti che agiscono ancora nello stesso solco. Intanto, anche se si tratta di dischi con tirature limitatissime, chi ha ascoltato ha potuto godere di questi album peculiari ed ha, forse, meglio compreso la propria, ingarbugliata e oscura in molti casi, eredità musicale. Tutti gli altri potranno sempre sperare in una futura, non saprei dire quanto ancora lontana, operazione di ristampe, probabilmente sempre di nicchia, che di sicuro prima o poi arriveranno nei mailorder, staremo a vedere…

Intervista ad Antonio Ciarletta

Collaboratore ormai storico del mensile Blow Up, autore del libro Acid Brains (Harsh Edizioni), il campano Antonio Ciarletta è l’autore del saggio critico che ha dato l’avvio al movimento artistico preso in esame. L’ho raggiunto via email perché era da tempo che meditavo di chiedergli un po’ di cose riguardo l’ormai famigerata Italian Occult Psychedelia.

Siamo arrivati al 2017. L’Italian occult psychedelia mi pare ormai un movimento – mi piace pensare più ad un insieme di piccole idee discografico-artistiche – in odore di dissolvimento. Sono troppo pessimista? O è più semplicemente il classico ciclo che si chiude?

Antonio Ciarletta: I gruppi mi sembrano ancora in buona salute. Chi più chi meno, continuano a fare cose. In alcuni casi anche molto belle, nella quasi totalità dei casi non meno che discrete. Se invece ti riferisci al fermento che animava la scena, quello in effetti mi pare essere scemato. Ma è un’evoluzione abbastanza naturale delle cose. Le scene musicali nascono, crescono e poi muoiono. Se guardo alla durata media delle scene musicali nate negli anni Duemila, direi che l’Italian occult psychedelia è durata più di quanto mi potessi aspettare.

Come e perché nasce l’idea di provare a circoscrivere una serie di proposte underground ce lo spieghi nel primo articolo del 2012. Quelle premesse sono ancora storicamente valide secondo te?

L’idea nacque dalla semplice constatazione di un fatto: c’erano un bel po’ di gruppi che facevano cose simili. Non tanto o non solo dal punto di vista dei suoni, quanto dal punto di vista dello spirito, dell’approccio e in generale della visione. Insomma, mi pareva ci fosse un sentire comune.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda… Secondo me già da qualche tempo siamo in una fase di ri-territorializzazione. Non solo a livello musicale. A dire, dopo la fase liquida/de-territorializzante che ha caratterizzato il postmoderno, e che ha favorito lo sviluppo di espressioni artistiche fluide, rizomatiche e in generale lontane o addirittura antagoniste rispetto a qualunque concezione identitaria, dall’inizio degli anni Duemila è tornato di moda il passato come punto di appiglio (o se vuoi come sicurezza) rispetto alla spaesante liquidità della società post-ideologica e globalizzata. Non mi riferisco solo ai vari revival che abbiamo visto nascere e morire nel giro di qualche anno, mi riferisco più che altro a uno zeitgeist complessivo avente come punto focale il recupero di memorie andate sepolte o rimosse, quando non proprio delle radici. Il caso della New Weird America in questo senso è più che indicativo. L’Italian occult psychedelia, così come l’hauntology e l’hypnagogic pop, si inserisce proprio in un contesto del genere. Ciò detto, la domanda è: siamo ancora in una fase di ri-territorializzazione? Vedendo quello che succede nella società, mi pare di sì. La crisi della globalizzazione, la fase di de-globalizzazione che stiamo attraversando, la crisi delle istituzioni sovranazionali, il ritorno a una voglia di nazione o addirittura di piccole patrie sono segnali che vanno proprio in quella direzione. Per dire, gli indipendentismi sono più forti che mai, vedremo come andrà a finire in Catalogna.
Attenzione però, non sto dicendo che i trend musicali, le scene, i gruppi, i produttori… che hanno posto il passato o le radici al centro del proprio discorso artistico siano intrinsecamente o inconsapevolmente reazionari. Sarebbe un errore esiziale pensarlo. Voglio dire invece che questa fase di ri-territorializzazione può essere interpretata in senso progressivo e liberatorio, com’è successo nella maggior parte dei casi, ma purtroppo può essere interpretata anche in senso regressivo e reazionario, come nel caso della fashwave.

Come pensi sia stato davvero vissuto in Italia il fenomeno? In un’intervista che ci ha concesso lo scorso anno Andrea Penso (Selaxon Lutberg, a capo della Black Moss), egli affermava: Penso ad esempio al fenomeno della nuova psichedelia italiana, in molti hanno cercato chissà dove le cause del decadimento di questa nuova “scena”… a mio avviso uno dei problemi, forse il più grande, è stato proprio che i giornalisti (e altri “esperti del settore”) hanno fatto di tutta l’erba un fascio con il loro solito approccio approssimativo, accostando progetti mediocri (o magari gruppi validi ma che non c’entravano assolutamente nulla con l’idea che si stava creando…) ad altri con un loro valore, o quanto meno con una loro specifica coerenza come Donato Epiro e i Cannibal Movie, Jooklo Duo, gli Heroin In Tahiti e pochi altri… Era ovvio che con quelle premesse il giochino sarebbe risultato interessante solo in Italia e pure per poco tempo. Ad un certo punto ogni disco di anonimo drone industriale, come per magia, si è trasformato in un album di library-music, oppure una brutta copia del krautrock è diventata un eccezionale esempio di “minimalismo etnico italiano”.

Non ha tutti i torti, ma anche qui niente di nuovo. Tutte le scene, dalle più grandi alle più piccole, sono soggette a derive del genere. Ti ricordi il periodo del grunge? Ogni nuovo gruppo che usava le chitarre in un certo modo era etichettato come tale. Per dire, erano considerati grunge i Tad e pure i Candlebox.
Non sono sicuro che l’Italian occult psychedelia sia risultata interessante solo in Italia. Anzi, mi pare abbia suscitato un interesse maggiore proprio all’estero. Se ne sono occupati Simon Reynolds, The Wire e svariate altre riviste, cartacee e online. Se poi consideri che la voce “Italian occult psychedelia” è presente sulla Wikipedia inglese e non su quella italiana… Parliamo pur sempre di musica underground, certo non mi aspettavo ne parlassero alla CNN.

Parlami invece dell’approccio con l’estero e dei feedback ricevuti oltreconfine. Tempo fa ho incontrato Federico Zanatta dei Father Murphy. Mi ha confermato che gli italiani tendenzialmente si muovono poco fuori dal nostro Paese, i motivi sono tanti ovviamente…

Per il discorso dei feedback oltreconfine ti rimando alla risposta precedente. Sul perché gli italiani si muovano tendenzialmente poco, non saprei dirti. Forse aveva ragione Padoa-Schioppa, siamo tutti un po’ bamboccioni. La  famiglia, il ragù della mamma, il calcetto al giovedì…
Scherzi a parte, non lo so. Dovresti chiedere ai diretti interessati. I Father Murphy si fanno il mazzo. Suonano dappertutto e non si fermano mai. Massimo rispetto. Dall’altra parte, però, c’è la moda dell’italiano a Berlino. Bastano due scorregge elettroniche a legittimare la voglia di trasferirsi a Berlino. Il che è strano se ci pensi. Con Internet puoi stare dappertutto ed essere connesso con tutti, ma chissà perché c’è questa gran voglia di fare i camerieri a Berlino. Sono esclusi dal discorso quelli che hanno davvero qualcosa da dire, e fortunatamente ce ne sono diversi.

Parte della stampa, sia quella piccola, piccolissima dei blog e quella più a larga scala, delle riviste insomma, ha secondo me compreso piuttosto parzialmente il fenomeno, nel migliore dei casi ha provato a circoscriverlo in maniera oggettiva, forse perché si rendeva conto che si trattava di un oggetto troppo scivoloso da gestire. Va detto che stiamo parlando di una cosa super-underground e volutamente fumosa, poco incasellabile, no?

Come ti dicevo in precedenza, l’Italian occult psychedelia non identifica un suono, ma una visione comune, uno spirito comune o usa pure il termine che ritieni più adatto. Va da sé che risulti qualcosa di difficilmente delimitabile. E la cosa non mi dispiace, anzi.
Ho letto diversi articoli sulla scena. Onestamente non credo si sia ricercata l’oggettività. Ognuno ha cercato,  a suo modo, di darne un’interpretazione. E ogni interpretazione è lecita, purché ci sia logica e coerenza nell’argomentazione. Per quelli che ricercano l’oggettività in un qualsiasi discorso artistico, dovrebbero riaprire i manicomi.

Cos’è rimasto di buono, a conti fatti, di tutte queste musiche? Vedremo nascere secondo te altre proposte di quel tipo o l’underground vivrà un’altra fase di riflessione ed azione?

Banalmente, è rimasta la musica. Tanti bei dischi, tanti ottimi concerti, il Thalassa. E poi una bella rete di relazioni umane, che per la verità in buona parte già c’era.
Non so se vedremo nascere altre proposte di quel tipo, a occhio credo di sì. Comunque, per quanto mi riguarda, gli anni Duemila e gli anni Dieci sono stati (e sono ancora) un periodo d’oro per la musica underground italiana. Tanti ottimi progetti, tanti suoni diversi, tante belle etichette e tanta attenzione all’estero. L’Italian occult psychedelia è solo una parte di tutto ciò, anche se una parte importante.

Non escludo che in un futuro, neanche troppo lontano forse, avremo modo di trovarci di fronte anche qui a piccole operazioni di ristampa, utili a ricordare ai più giovani cos’è avvenuto nel passato recente. La pensi anche tu così?

Spero di sì e credo di sì, anche se con Internet che ti aiuta a ricordare tutto l’effetto riscoperta è meno forte che in passato. Mi auguro delle belle ristampe in vinile gatefold, chissà.

(1) Una deviazione di percorso – Lo strano caso dei Klippa Kloppa

Fuori da questa corrente musicale citazionista, che pesca dal passato per proiettarsi in un futuro che non esiste, c’è una band occulta per eccellenza, si tratta dei casertani Klippa Kloppa. Loro non fanno parte di nessuna scena in particolare – è bene sottolinearlo e sempre ammesso che si possa parlare di scena, termine da usare sempre con le pinze… – però nel loro percorso a zig-zag tra psichedelia appunto, folk stralunato e forma-canzone, hanno tirato fuori delle perle che potrebbero inaspettatamente rientrare a pieno titolo in questo calderone. Dischi come Amore Cosmico, una sola traccia di psych-drone che più aliena non si può…, le paturnie spagnoleggianti tra tammurriata, blues e iconografia black metal dal taglio ironico di “O’cuniglie”, le strane e trasognate prove pop di El Pais Encantado, sono tutte testimonianze di un modo di sfruttare i generi per ricavare poi una musica senza particolari barriere stilistiche. Qui probabilmente siamo di fronte alla vera psichedelia occulta, a quella sorta di viaggio a ritroso nei ricordi e nel sub-cosciente che risulta affascinante quanto terribile da affrontare a occhi aperti. Detto questo, magari alla band in questione la cosa lascia indifferente, ma ogni scusa, come scrivevo anni fa, è buona per raccontare di un gruppo tra i più incredibili e sottovalutati dell’underground italiano degli ultimi vent’anni.