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PAOLINO CANZONERI, La Stanza Della Musica

Ormai Paolino Canzoneri sta diventando una bella abitudine qui, considerando quanto di lui ascoltato negli ultimi due anni. Ora ritorna con un nuovo album, autoprodotto questa volta, intitolato La Stanza Della Musica. È una sorta di disco dei ricordi, un carillon che ci riporta in spazi vuoti e ingialliti, facendoli rivivere. Una musica che sembra suonare in assenza di azione e di pubblico, come un album fotografico chiuso smosso dal vento. Il disco sembra intricarsi e contorcersi, come se la foto di copertina stesse iniziando a mutare in qualcosa di maggiormente inquietante e quella stanza della musica, risalente al 1938, potesse emettere ancora una sorta di energia. Paolino sembra limitarsi a fare da tramite, riducendo le emissioni e lavorando sulla possibilità di vibrare, risuonando. Questo atteggiamento produce delicate distese ambientali, sulle quali il suono è stirato ed emerge in maniera compiuta soltanto a tratti. Poi sentori di una nenia orientale, lontana, fantasmatica, ma forse sono soltanto echi di una marcetta in una stanza vuota. C’è di che aver paura – a tratti – di questo disco, guardandosi alle spalle, mentre in altri momenti sembra stringerci a sé come una ninna nanna.

Forse la musica di Paolino Canzoneri riesce, ancora una volta, ad oltrepassare il tempo e lo spazio svelandosi direttamente nel nostro intimo ed aggrappandosi ai nostri recettori emotivi, ed è per quello che la sentiamo così vicina. Johann Wolfgang von Goethe le chiamava affinità elettive, la proprietà di alcuni elementi a legarsi con alcune sostanze a scapito di altre. Così questa stanza sonora, vera e propria invenzione ambientale che ridà vita a un’immagine, reinventandola e fissandone una musica sognante sulla superficie.