Customize Consent Preferences

We use cookies to help you navigate efficiently and perform certain functions. You will find detailed information about all cookies under each consent category below.

The cookies that are categorized as "Necessary" are stored on your browser as they are essential for enabling the basic functionalities of the site. ... 

Always Active

Necessary cookies are required to enable the basic features of this site, such as providing secure log-in or adjusting your consent preferences. These cookies do not store any personally identifiable data.

No cookies to display.

Functional cookies help perform certain functionalities like sharing the content of the website on social media platforms, collecting feedback, and other third-party features.

No cookies to display.

Analytical cookies are used to understand how visitors interact with the website. These cookies help provide information on metrics such as the number of visitors, bounce rate, traffic source, etc.

No cookies to display.

Performance cookies are used to understand and analyze the key performance indexes of the website which helps in delivering a better user experience for the visitors.

No cookies to display.

Advertisement cookies are used to provide visitors with customized advertisements based on the pages you visited previously and to analyze the effectiveness of the ad campaigns.

No cookies to display.

KATHRYN MOHR, Waiting Room

Kathryn Mohr accende una luce nel songwriting folk di area sperimentale. Una luce fioca, in quanto inevitabilmente spettrale, ma capace di riscaldare appieno. Queste luci, che siano emanate da candele goticheggianti o dalle lampadine, in copertina, della stanza di cemento, priva di finestre, all’interno della fabbrica di pesce abbandonata dove il nuovo album è stato composto e registrato in autonomia, baluginano proprio come le canzoni, a evocare volendo un po’ la prima Cat Power, un po’ Scout Niblett, un po’ Grouper.

Il sound è grave e crepitante, lo spirito è do it yourself. Per l’artista statunitense fare musica è come un movimento interiore, è come spalancare delle porte su un ipotetico film. Questo film sarebbe probabilmente raccapricciante, a giudicare dai temi trattati: la fuggevolezza dell’umanità, la distorsione della memoria e il trauma, se non addirittura l’imprevedibilità dell’orrore dietro l’angolo, quello per esempio dell’amputazione di un arto causata da un ascensore difettoso (avviene nella sferragliante “Elevator”, vicina alla PJ Harvey di Dry/Rid Of Me).

Di base a Oakland, Mohr unisce ispirazioni geografiche in apparenza agli antipodi, dagli oggetti smarriti trascinati a riva nella baia di San Francisco alle coste di Stöðvarfjörður, un villaggio islandese di pescatori fuori dalla succitata fabbrica, in attesa di riqualificazione. Un luogo dunque di passaggio, dove le pecore sono più numerose delle persone, quasi a farci immaginare scenari in stile Lamb (lì, nella pellicola di Valdimar Jóhannsson, i protagonisti erano però contadini). Un luogo ad ogni modo fuori da logiche lineari.

In Waiting Room, il suo esordio per The Flenser dopo un paio di ep, coesistono le scarne corde acustiche dell’iniziale “Diver”, il ruvido spoken word di “Rated”, i vocalizzi effettati di “Driven”, le serpentine elettriche di “Take It”, il piano-voce straziante con coda avant-rumorista di “Prove It”, l’alt-rock di “Wheel” e i toni maggiormente elegiaci della title-track in chiusura – tutte canzoni frutto di lunghe passeggiate nella natura incontaminata, con il field recorder in mano e il cervello lasciato libero di rimuginare, contorcersi, accartocciarsi. Un interruttore di genuino turbamento.