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FINLAY SHAKESPEARE, Directions Out Of Town

Agitatore bristoliano, Finlay Shakespeare ha messo insieme, dal 2019, più di un album all’anno, considerando anche il progetto synth-pop The Remainder insieme al frontman dei Blancmage Neil Arthur e al batterista Liam Hutton. 8 album in 5 anni per un’espressività strabordante e vitale. Su queste stesse pagine è apparso come personaggio in crescita in una scena comunitaria, perso nei trip dei propri synth e attivo nel rielaborare spunti anni Ottanta in maniera totalmente personale.

L’attacco del disco, corredato da una splendida copertina minimale e legata ad un immaginario che a quel decennio rimanda, è praticamente perfetto: il primo brano, “Away”, ci mostra una voce che sembra uscire da David Byrne in acido che gioca sopra bleeps e beats, per arie pop oscure e perfettamente rifinite, con l’alternarsi di tonalità in chiaroscuro. Poi “Get”, altra fulminante gemma pop che avrebbe fatto scintille e classifiche anni or sono, ma che oggi si fileranno in quattro anche se rimane una bomba da dancefloor. Quando il ritmo si adagia su tempi più morbidi Finlay riesce a evocare visioni artistiche nelle quali Peter Gabriel ed Andy Bell si muovono come dervisci su di una spiaggia invernale, come nella fantasica “Direction”. I rapporti interpersonali sembra stiano crollando come palazzine abbandonate in una “I Go For A Walk” che prova ad uscire dall’impasse urlando stremata. È un disco in movimento, come se Finlay stesse a tutti costi cercando soluzioni e sbocchi, innervosito dal grigiume del presente. Una pianola bizzosa, la monarchia e gli agrumi in una “International” da strike, la perenne capacità di attaccarsi alla nostra giugulare e al nostro cuore con creazioni minimali, evocative e perfettamente centrate, forti di una cultura musicale ampia, che saltella da Jean Michel Jarre ai Throbbing Gristle ed è in grado di coinvogliare spessore e dinamica all’interno di cellule pop perfettamente limate, come le cineserie senza peso nell’evocativa “Go Back”. In chiusura c’è “Poli”, con un Finlay disilluso che dice there’s nothing on the page / It’s gone and it’s gone and it’s gone. Sul suo Bandcamp c’è scritto che se le classifiche avessero cervello, questo disco sarebbe il disco dell’anno…  ci rincuora che qualcuno possa sperare in un mondo del genere, muovendosi affinché possa accadere.