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ZIMOUN, Dust Resonance

Ormai riconosciamo Room40 dai toni e dai soggetti delle copertine. Negli ultimi anni l’etichetta di Lawrence English non ha perso occasione per dare spazio a più progetti meritevoli di non aver mai smesso di cercare, di raccontare storie, di ricostruire paesaggi. Le anguille di Hyunhye Seo, la polvere di Fabio Perletta, il fenicottero nero di Mike Cooper, gli uccelli di Kate Carr e la conchiglia di Lawrence English e David Toop.

In questa risonanza di polvere troviamo invece un chitarrista svizzero, bernese per la precisione, di nome Zimoun: a me nuovo, ma leggendo il suo curriculum c’è da rimaner impressionati per quanto fatto sotto il piano di installazioni e musica, e a un esame più approfondito questi lavori sembrano avere dell’incredibile per un insieme di tecnica, sagacia e meraviglia.

Questo Dust Resonance parte dai suoni di una chitarra amplificati da diversi sistemi – ad esempio un Magnatone Tube Amplifier del 1960 – per poi ri-registrarli dopo averli provati in ambienti differenti per catturarne i riverberi. La bellezza, in questo tipo di dischi, è data dall’ampiezza e dalla rotondità che un suono del genere può raggiungere, trasformandosi quasi sinesteticamente in luce crescente e calante, riempiendo le cuffie degli ascoltatori di tenue meraviglia. Il perfetto equilibrio fra vibrazioni, colori ed echi. Dust Resonance pare un disco perfetto per una meditazione guidata, a immergersi in acque sconosciute tramite la voce insieme ferma e suadente di un maestro di cerimonia. Un’ora di musica che vorremmo letteralmente non finisse mai, talmente alto il grado di assuefazione e di coinvolgimento da rimanere perfettamente in sincrono, in risonanza con le note di Zimoun.

Una volta entrati nulla ci preoccupa, nulla ci pressa, in un limbo polveroso e ristoratore che potrebbe andare avanti per sempre.