Customize Consent Preferences

We use cookies to help you navigate efficiently and perform certain functions. You will find detailed information about all cookies under each consent category below.

The cookies that are categorized as "Necessary" are stored on your browser as they are essential for enabling the basic functionalities of the site. ... 

Always Active

Necessary cookies are required to enable the basic features of this site, such as providing secure log-in or adjusting your consent preferences. These cookies do not store any personally identifiable data.

No cookies to display.

Functional cookies help perform certain functionalities like sharing the content of the website on social media platforms, collecting feedback, and other third-party features.

No cookies to display.

Analytical cookies are used to understand how visitors interact with the website. These cookies help provide information on metrics such as the number of visitors, bounce rate, traffic source, etc.

No cookies to display.

Performance cookies are used to understand and analyze the key performance indexes of the website which helps in delivering a better user experience for the visitors.

No cookies to display.

Advertisement cookies are used to provide visitors with customized advertisements based on the pages you visited previously and to analyze the effectiveness of the ad campaigns.

No cookies to display.

YUGEN, Yugen

Di Gianluca Ceccarini avevamo già parlato mesi fa, occupandoci degli Zakhme. Oggi ritrova Alessandro Ciccarelli, con il quale condivide Damāvand, e a loro si unisce il trombettista Tetsuroh Konishi per una visita a posti più brumosi fra fiati, sibili e rintocchi. Yugen è vocabolo complesso, che sembra connotare un’emozione inesprimibile. Oscurità, mistero, simbolismo sono le parole che associamo al concetto e a questo progetto che si muove come anima senza corpo, esprimendosi attraverso un suono volatile e vitale.

I titoli delle tracce, se uniti, riprendono un poema dell’iraniana Nahid Rezashateri che riesce semplicemente a centrare il bersaglio: come nebbia e sole i miei suoni scompaiono, diventano pioggia e cadono. C’è l’intenzione di creare ambienti che si allarghino e si dilatino grazie agli strumenti, ma non ci sono né ripetizione meditativa né elegia ambientale. Il tutto ricorda sì l’Oriente per quel senso di sospensione e spiritualità che siamo abituati a conferirgli, ma si allarga grazie a incursioni jazz, musica popolare, musica ambient e psichedelia. Quest’ultima presa realmente come estensione della coscienza per un disco che non può a mio parere essere fruito staticamente, ma necessita di una connessione con il nostro movimento, con il nostro agire, che lo connette a pochi altri lavori che mi hanno smosso in questo senso negli ultimi anni, ad esempio quelli di Steve Fors o di Andrea Penso. Oltre a questo poi si percepisce, nei movimenti strumentali, un grondare umido che profuma di foresta, luogo che in Giappone può connettersi con il trapasso o con gli spiriti, mentre in Europa lo riallacciamo al buio e alle paure più recondite. Musica che smuove e che ci fa vibrare d’esperienza, che in “The Rain” sembra quasi fermare tutto intorno a sé, mentre si rimane incantati e incuranti della pioggia, pensandoci noi stessi acqua e unendoci in un solo elemento. Sul finale si aggiunge anche il violoncello di Milena Punzi Anfossi, ma un disco come questo ha una parte ben più lunga dopo il suo termine, quella nella quale ricollegarsi al ritmo di un mondo ben più aspro dopo un lungo viaggio immaginario.