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SPALARNIA, Paradoks

Lo straniamento che percepisco ascoltando alcune lingue è sempre notevole, coinvolgente e brillante. Personalmente negli ultimi anni ho sviluppato una forte dipendenza dai cechi Berlin Manson. Anche il polacco Spalarnia, alias di Wojciech Kosma, promette benissimo. Co-produzione fra Präsens Editions, realtà svizzera tedesca attivissima negli ultimi anni sui suoni meno allineati e la torinese Gang Of Ducks, abbatte letteralmente frontiere nell’ottica di un suono misterioso e fascinoso.

Synth in primo piano, l’impressione di essere rimasti fra gli ultimi in piedi ad un rave che si avvia verso l’alba e il suo finale: le cose sono chiare fin da subito con l’iniziale “Nie Boję Się”. I toni si fanno in qualche modo drammatici e riescono a stringerci lo stomaco anche se non capiamo cosa succeda in una “Drzewo” dove Spalarnia sembra un Muezzin che salmodia su fallimenti e orrore: perfettamente appoggiato su suoni oscuri e gommosi, ci dà l’impressione di qualcuno intento a scendere sempre di più nelle viscere della terra, entrando in scenari sempre più bui. A tratti, come in “Zmieniam Się”, sembra aver strappato la vitalità a Mahmood tenendone solo il dolore. “Taka” risuona a strappi, musica e voce sembrano staccarsi a tratti lasciando Spalarnia nei movimenti del suo rito ipnotico ed euritmico. C’è spazio anche per una sorta di epica con “Twój Niepokój”, nella quale miracolosamente riesce a trasportare l’eurodance in una chiesa, uscendone vincitore.

Se dovessi connotare Spalarnia e questo disco con un termine, questo non potrebbe essere che passione, una sofferenza che eleva ma anche la capacità di stringere il cuore esulando dal significato ma agendo su umori ed atmosfere in maniera brillante. Un centro pieno a scoperchiare un mondo che non sospettavamo così toccante: finiamo alzando le mani su “Powietrze”, la festa sembra ricominciata.