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Perché io non spero più di ritornare. Viaggio letterario notturno con Carnevali, Eliot, Shepard. Motel Chronicles.

Lugano, Teatro Foce, 4/12/2024.

Entro per primo, posto che più centrale non si può. Non vado a teatro da “Microwalser” di Danilo Bernardi e Ledwina Costantini a febbraio, ed è la prima volta per me al Teatro Foce. Non so cosa aspettarmi, anche se le persone (Matteo Casari ed Enrico Mangione) che hanno visto questo “spettacolo” me ne hanno parlato in termini di bellezza e ispirazione. Del resto gli ingredienti ci sono tutti: Sam Shepard, T.S. Eliot, Emanuel Carnevali. Il progetto è di Corrado Nuccini ed Emidio Clementi, coadiuvati in scena da Francesca Bono e Emanuele Reverberi, e diretti da Paolo Bignamini. Per citare tutti: Matteo Gozzi alle luci ed allo spazio scenico e Giulia Asselta ad aiuto regia e drammaturgia.

Letteratura, musica, teatro, una scena. Tre autori che hanno lasciato segni, strascichi e vie. Sul palco una valigia. Mimì arriva in canotta posizionandosi davanti a uno specchio lercio, inizia il racconto del ritrovamento di un uccello morto e di un tassidermista. Appare chiaro praticamente da subito che il mondo entro il quale ci muoviamo è quello che sempre accompagna le storie di Emidio Clementi. Tra Burt Lancaster e una famiglia allo sbando, con un suono fossile e fantasma, dove le orchestrazioni sembrano provenire da un altro tempo e la musica riecheggia pronta per essere deteriorata da Leyland Kirby. Dalla piazza si passa ai Santi a tradimento di Buzzati in una macchina dai finestrini appannati, i discorsi spezzati dalla droga. I suoni letargici di New York, la grande delusione, miserabile bagascia.
Il lavoro, “il mestiere che paghi per fare” (come direbbe Giovanni Succi), sporco viandante su una musica profonda ed elementare, sorta di blues indispensabile per rollare i versi recitati. Camerieri terrificanti e drammatici come Greenaway più oscuri, come Monty Python senza umorismo, come Pompucci western. Poi l’America, Francesca che si fa corpo camminando in scena, poi Corrado, cui bastano due passi per prendere vita. Un uomo legato a un sicomoro e bruciato, un predicatore senza audio e un lento vociare anglofono cullato fra le pulsazioni e i suoni.
Quando la tromba di Emanuele risuona come nel vuoto, sostenuta dalle note lente di Corrado, viene in mente la prima unione fra Emidio e i Giardini Di Mirò, Malmoe nel 2002, per una scena che si oscura mentre scrosciano gli applausi.
Poi si torna nelle Badlands del South Dakota, la crescita dei denti, “Peg of My Heart” e i dinosauri. Tutto prima di ritornare ad un dialogo fra figlio e madre, nel quale ripercorre la sciagurata storia della famiglia, a chiudere un cerchio iniziato con il licenziamento del padre. Ma l’insegnamento tramandato è quello del silenzio e dell’odio per sé stessi, trasformato qui in ritmo, verbo e suono, dove i racconti corrono mentre i musicisti ne amplificano il percorso.
Mangiare e bere, letame e morte.
“Perché io non spero più di ritornare”, declamato sotto il palco, con Francesca Bono che si prende la scena accompagnata da un battito di mani sedato sul finale da Corrado.
Siamo ai ringraziamenti, con degli inchini come se i personaggi di Grant Wood avessero avuto la possibilità di bagnarsi in una splendida eleganza.