Customize Consent Preferences

We use cookies to help you navigate efficiently and perform certain functions. You will find detailed information about all cookies under each consent category below.

The cookies that are categorized as "Necessary" are stored on your browser as they are essential for enabling the basic functionalities of the site. ... 

Always Active

Necessary cookies are required to enable the basic features of this site, such as providing secure log-in or adjusting your consent preferences. These cookies do not store any personally identifiable data.

No cookies to display.

Functional cookies help perform certain functionalities like sharing the content of the website on social media platforms, collecting feedback, and other third-party features.

No cookies to display.

Analytical cookies are used to understand how visitors interact with the website. These cookies help provide information on metrics such as the number of visitors, bounce rate, traffic source, etc.

No cookies to display.

Performance cookies are used to understand and analyze the key performance indexes of the website which helps in delivering a better user experience for the visitors.

No cookies to display.

Advertisement cookies are used to provide visitors with customized advertisements based on the pages you visited previously and to analyze the effectiveness of the ad campaigns.

No cookies to display.

ERIC CHENAUX TRIO, Delights Of My Life

Non so quanta familiarità abbiate con Eric Chenaux, ma forse né la mia né la vostra saranno mai abbastanza per comprenderlo del tutto: la sostanza del suo scrivere rimane inafferrabile e, dopo numerosi dischi, non ci siamo fino in fondo abituati al suo linguaggio.
Per quanto mi riguarda, è una sensazione bellissima.
Sarà la sua impronta compositiva, che lo porta a stirare i suoni e a organizzarli in strutture di cui spesso si perde la forma; sarà che, allungandosi, tutto rallenta e ci spinge verso un’attenzione fluttuante che ci fa inseguire, col pensiero, le singole note di un solo, convincendoci a osservarle mentre cercano la strada.
Sarà che, quando lo ascoltiamo, intorno a noi volano molecole di crooning, di soul, di jazz e la sostanza afferrabile, reale, ci sfugge di continuo: solo la voce – e solo a volte – riesce a riportarci, quasi, a terra.
In Delights Of My Life questo processo, già visibile nei dischi precedenti, si palesa con una particolare, piacevole, intensità grazie all’interplay fluido e attento fra i musicisti, che cesella le già ottime intuizioni di partenza. In trio, infatti, lo stile già molto riconoscibile di Chenaux prende più respiro grazie a Ryan Driver al Wurlitzer, suo collaboratore di lunghissima data, e a Philippe Melanson (già con U.S Girls, Bernice e Joseph Shabason) alle percussioni elettroniche.
È raro ascoltare un’opera così direzionata nel barcollare, in cui sia così visibile il pensiero che ha portato alle stesure finali dei pezzi, tanto simili a vecchie ballad jazz suonate al rallentatore, cantate in fase R.E.M., lasciate dipanare senza cercare troppo di imbrigliarle, affidandosi consapevoli al processo.
Già nella traccia di apertura “This Ain’t Life”, i cori (una novità importante, arrivata con il trio) e il dialogo lento fra gli strumenti, che si diluisce nei soli, ci danno un assaggio dello straniamento a venire, ed è solo con “These Things” che i pianeti si riallineano. Dopo quasi venti minuti di disco in cui il trio ha giocato a sparpagliarsi, a smembrare le melodie, in questa traccia a un certo punto si ricompone e segue la voce, aiutandoci con uno stile di ascolto più orientato al testo e lasciandoci liberi di perderci fra le parole, oltre che fra le note. La rincorsa ricomincia subito nella traccia successiva e finisce solo all’arrivo della title-track, un lungo strumentale in cui il cantato arriva dopo una elaborata, lunghissima introduzione, chiudendo il disco e facendoci venire voglia di ripartire da capo, per comprenderlo meglio.
Sono sicura che se lo osservassimo da molto vicino, Delights Of My Life ci apparirebbe come un oggetto stratificato, un minerale da studiare seguendone i colorati movimenti delle faglie: l’elettroacustica vivida, liquida, di Melanson e le armonie strutturanti di Drive, la voce di Chenaux, morbida, che si alterna all’altra voce, quella della chitarra, a tratti quasi un canto robotico da futuro lontano, ci restituiscono un disco da ascoltare e riascoltare, perché, alla nostra attenzione, ondivaga, sembrerà sempre diverso.