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COUCH SLUT, You Could Do It Tonight

Oggi, a più di dieci anni dall’esordio, tutti parlano dei Couch Slut. Non tutti in quel senso lì, quei tutti.

I cinque Couch Slut hanno base a New York, città di Unsane e Nausea, sono arrivati ad aprile a quota 4 dischi con You Could Do It Tonight, questa volta su Brutal Panda (Fight Amp, Kowloon Walled City, Local H, Cherubs…), e un po’ prima hanno ricevuto una telefonata da quelli del Roadburn: “Ci hanno mandato il vostro ultimo disco: suonatelo per intero da noi”. Non male come lancio di un album noise rock nel 2024.

Niente di quanto fatto dai Couch Slout è disprezzabile, ma – non so se per merito del lavoro di Ben Greenberg e Matt Colton dietro le quinte – You Could Do It Tonight ha una botta disumana, i brani si gonfiano sempre di più sino a esplodere, il volume rimane altissimo anche se schiacci il tasto “mute”. La band dice che è partita da Brainbombs, Oxbow e Jesus Lizard, ma potrebbe essere la cugina americana di quelle su Riot Season o dei Part Chimp. Qualcuno ha correttamente notato che in un paio di pezzi ci sono delle virate black metal: non credo siano chissà quali innovazioni, di sicuro sono buone idee per non ripetere proprio sempre lo stesso numero di magia, e vale anche per l’intermezzo tra primo e secondo tempo che è “Presidential Welcome” o per episodi più articolati come quello di cui scriverò fra un po’ di righe. L’arma in più qui è la cantante Megan Osztrosits. Lo so, accorgersene è facile come per Bruce Willis sparare a Travolta che esce dal cesso in “Pulp Fiction”. La prima cosa che colpisce è la sua voce scartavetrata, la seconda sono i suoi testi, che sono racconti – penso anche al ricorso allo spoken word – di vita crudi, alcune volte realistici/autobiografici, imbevuti di sarcasmo quasi a esorcizzare l’orrore che contengono: “Couch Slut Lewis” parla di stupro, “Wilkinson’s Sword” di autolesionismo, “Ode To Jimbo” “semplicemente” di sfondarsi di alcol nel proprio locale preferito… Aggiungo alla lista “The Weaversville Home For Boys”, una storia che sarebbe piaciuta a Stephen King, contenuta in un pezzo più lungo e articolato, che resta noise rock eppure si mette al servizio della narrazione.

Lo recuperiamo ora, perché di sicuro ce lo ritroveremo come pietra di paragone (vedi recensione Buñuel) o nelle liste di fine anno e tutti (quei tutti) verranno a dirci “eh ma voi dov’eravate?”. Il cane ci aveva mangiato i compiti, maestra.