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ARK ZEAD, Niptaktuk

Il mistero, l’oscurità, la suggestione.

Ci approccia in modo sibillino Ark Zead, che in Niptaktuk unisce paesaggi lontani e glaciali a scie luminose che paiono code di comete o di stelle cadenti nel buio. Brani lunghi e circospetti, che sorpresero in primo luogo anche Alessandro Tedeschi di Glacial Movements, una volta ricevuti un paio d’anni fa per vie misteriose. Ark Zead si presentò come suonatore di gong e campane tibetane, ispirato dal freddo canadese più ostile ed approcciatosi a computer e sintetizzatori per descrivere l’estremo nord.  Per associazione la copertina non può che riportarci a un grande classico, quel Dalla Nascita dei Dyskinesia che così bene seppe rappresentare la sofferenza e la tragedia, lo smarrimento derivato dai ghiacci e dalle nevi. Qui la musica è però cristallina, mai sferzata dai crepacci violenti dei piacentini, più simile semmai a dei pindarici voli ambientali su di un territorio sempre uguale a sé stesso. Il titolo, niptaktuk, lo dice l’Iñupiat Eskimi Dictionary del 1970, sta a significare la dispersione delle nuvole e lo schiarirsi del cielo, fattore che riporterebbe il territorio ghiacciato e finora ombroso a diventare una lastra luminosa, uno specchio sulla neve perenne.

Per entrare in questo disco occorre dimenticarsi di tutto il mondo circostante, abbassare la luce farsi guidare in un viaggio di un’ora circa nel quale perdere e riprendere i sensi, lasciandosi trasportare dalle correnti e dai venti. Non sappiamo se Ark Zed si svelerà mai o se oppure la sua identità rimarrà un mistero, ma poco importa, quel che è certo è che ancora una volta Glacial Movements riesce a trasportarci nella natura più incontaminata, ridandoci la giusta prospettiva di grandezza. Noi, il suono, il bianco, asiktuk.