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ALUK TODOLO, Lux

Che a un gruppo come gli Aluk Todolo non freghi un cazzo di rispettare il ciclo album-tour-album-tour mi sembra palese. Loro prendono ordini solo dalla Musica e la Musica dà loro ordini solo quando è strettamente necessario.

Otto anni fa ho scritto un pezzo lungo sulla discografia degli Aluk Todolo e li ho intervistati, quindi fingo che lo abbiano letto tutti e che tutti siano a posto così. Durante questa lungo silenzio io non ho cambiato idea su di loro e loro non hanno cambiato idea su cosa fare: come i suoi predecessori, Lux (prima c’era stato un Finsternis, cioè “buio”) si basa su dei tour de force di reiterazioni ipnotiche, col sound che rimane sempre sinistro e obliquo, ma non del tutto identico a sé stesso, dato che questa volta sembra che l’esperienza di Matthieu Canaguier (basso) e Antoine Hadjioannou (batteria) con Gregory Raimo a nome Gunslingers si infiltri nel disco, spingendo in superficie una specie di vena rock’n’roll, protopunk e garage. A essere proprio nerd, se si pensa sia a questo aspetto, sia al legame della band col black metal, vengono in mente i Virus di Carl-Michael Eide (quello degli Aura Noir e dei Ved Buens Ende).

Questi sei pezzi non hanno un inizio o una fine, e non è un errore: non c’è la forma canzone, non c’è qualcosa che sembri una premessa o qualcosa che assomigli a una conclusione, ma solo un eterno svolgimento sempre uguale eppure un minimo sempre diverso, un flusso proveniente da non si sa dove e non si sa dove diretto che all’improvviso passa attraverso tre musicisti francesi che sono medium, antenne, rabdomanti, e che all’improvviso li abbandona.