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GABRIELE GASPAROTTI, Tropismi

5 anni dopo torna con un nuovo gruppo di composizioni Gabriele Gasparotti. In questo caso, dopo le istantanee del 2019 qui siamo nell’ambito dei Tropismi, movimenti orientati di un organismo (o parte di esso) determinati dall’azione di uno stimolo esterno. Il suono si muove in maniera leggera e giunge a un crocevia sinestetico, che esplode in testa quasi come se qualcuno si fosse divertito a ravvivare con dei colori accesi un Super8 in bianco e nero delle vacanze di famiglia del secolo scorso. Già, perché nei tropismi di Gabriele c’è un’estrema vitalità che nasce da parti sopite, in una sorta di risveglio elettroacustico che in alcuni frangenti ricorda le più azzeccate produzioni della Sonig. Altrove, in “Dal Treno Della Via Lattea”, il suono si fa lunare, acquistando una sorta di respiro sintetico che riproduce il montare delle mareggiate. Prende volume ma rimane leggero, facendo vibrare le cellule in una sorta di sublimazione sonora. Ci sono attimi nei quali le atmosfere si fanno sinistre, risuonando quasi di una macchiettistica caratterizzazione. Poi tratti più sognanti di una scaletta altrove dedicata al paesaggio ed alla profondità, nei quali i suoni delle corde dei cellotronics di Benedetta Dazzi ornano l’unione fra gli elementi acquatici e aerei. I suoni sono molteplici in Tropismi e interpretano delicatezza e crudezza come se fossero compressi nel mantice di una fisarmonica. Gabriele Gasparotti riesce a confermarsi come difficilmente inquadrabile, capace di slanci totalmente singolari e a fuoco da immaginarceli come futuri classici alla Jean-Michel Jarre (compositore a me caro, visto che un suo brano caratterizzò per anni un programma di informazione elvetico), così come di arie rarefatte e difficili da catturare. In “Catabasi” sembra addirittura di sentire la spinta del sole in un viaggio sub-tropicale, fase che si allunga anche nel brano successivo.

I due ultimi brani sono intitolati “Addio” e “Per Sempre”. Distanti, differenti ma che formano una frase che mette i brividi, come un disco dal quale si fatica ad accomiatarsi, tanto che ci si ritrova ad ascoltare una parvenza di silenzio in cuffia cercando di capire in quale parte del mantice siamo finiti.