WERNER HERZOG & ERNST REIJSEGER, 20/7/2020

Requiem For a Dying Planet – cineconcerto. Nell’ambito di Ravenna Festival (foto ©Zani-Casadio).

Le nostre imprese, i nostri fallimenti, l’epica del vivere su questa Terra, in questi tempi allagati, immaginando altre galassie. Poi, un urlo, in una stanza seicentesca: comincia da solo, Ernst Reijseger, l’olandese volante capace di far parlare lingue indicibili al suo violoncello (lo strumento più vicino alla voce umana, è stato detto a più riprese), sulle scene spettacolari dei film dell’impresario alla conquista dell’inutile, Werner Herzog, che ha disseminato di tante perle il rosario della storia del cinema, portandoci per mano dentro ad una realtà fatta di visioni e di storie  più grandi della stessa vita. Il connubio tra i lungometraggi del tedesco e questi inni trascendenti rappresenta uno dei più alti esempi di interazione tra suono e immagine (e i dischi, tutti incisi per Winter & Winter, sono splendidi): le due cose si fondono infatti in una sola, lirica, nitida, potente, proprio come una preghiera laica per un pianeta morente. Mola Sylla, il griot senegalese, comincia a cantare da sotto il palco, avanzando lentamente. La sua voce di ebano e miele muove alla commozione, poi entrano il pianista Harmen Fraanje ed i Cuncordu e Tenores de Orosei e intonano Kyrie Eleison, con le immagini della terra vista dall’alto tratte dalla fake fiction “Wild Blue Yonder”. Un folk celeste, luminoso, intimo e lontanissimo, una musica capace di un respiro remoto eppure così familiare, fragile e monumentale. Problemi tecnici purtroppo fanno saltare le immagini per alcuni minuti, ma Reijseger non è tipo da scoraggiarsi, la febbre con cui danza ad occhi chiusi sullo strumento ce lo mostra quasi in trance; poi tre note di “Africa” (Sylla alla kalimba), il violoncello che mette le ali, un beat tutto per aria, inni delicati e fortissimi, relitti di navi (da “Nomad, In the footsteps of Bruce Chatwin”), bestie delle Galapagos. La bellezza intatta del mondo risplende in queste visioni che ci restituiscono il necessario stupore e uno sguardo finalmente mondato di tante inutilità, di tanto rumore di fondo: e la musica risponde perfettamente, asciutta, essenziale, dolente e gioiosa. Canzoni da un altro mondo, visionarie, umanissime ed ancestrali, capaci di arrivare fin dove la luce non giunge, di sondare i nostri reconditi abissi. Il cantante soffia in una sorta di corno, probabilmente un antico richiamo da caccia, ci soffia dentro la storia dei primi uomini, poi usa il pianoforte come cassa di risonanza, quasi uno stregone a convocare le divinità sparite da questo nostro cielo. Scorrono immagini da altri capolavori, “The White Diamond”, “Cave Of Forgotten Dreams”, le nebbie delle prime foreste, pitture rupestri antichissime, e l’imprendibile incontro tra il canto a tenore sardo ed il trio pianoforte-violoncello-voce genera un ibrido che non sappiamo né vogliamo definire, arresi a tanta bellezza, mentre le autostrade interplanetarie raccontate da un astrofisico trovano la strada per arrivare fino al nostro cuore. La versatilità di Reijseger è strabiliante, usa lo strumento come un contrabbasso o un banjo, entra ed esce dal ritmo, poi lo fa diventare un cajòn, suonandone il corpo con le dita umettate. La dimensione sacra, mistica di questi suoni che cercano di far avvicinare Dio o chi gli somiglia alle nostre terre desolate diventa di nuovo evidente con “Libera Me Domine”: la musica è capace di prodigi, e questi interpreti ne dispensano a piene mani. Così alla fine liberi siamo anche noi, per la durata del cineconcerto, dalle miserie dell’oggi, catapultati in una dimensione magica e (iper)reale dove il mondo mostra i suoi miracoli e la musica li traduce in meraviglia.