TROLL, Legend Master

TROLL, Legend Master

I Troll di Portland nel 2016 realizzarono uno dei più validi album doom di quel periodo. Fu un debutto che riscosse parecchi riscontri positivi e assicurò loro un contratto con Shadow Kingdom, per la quale esce ora Legend Master.

Si percepisce immediatamente come la formazione statunitense sia dotata di una classe infinita, ma si rileva anche quanto si stia evolvendo, intraprendendo una direzione allora imprevedibile. Le nuove canzoni sono caratterizzate da una ritmica più corposa e da una non troppo velata cromatura del suono in fase di produzione. Sebbene non sia necessariamente un difetto, questa caratteristica li porta a essere assimilabili ai Pallbearer. I brani della produzione passata mostravano già alcune affinità con la band di Brett Campbell e l’approccio vocale di John non li aiutava a distinguersi, facendoli apparire come degli (ottimi) gregari. Nella proposta dei Troll, in realtà, c’è molto di più e gli accorgimenti necessari ad arricchirla ricoprono un ruolo predominante nell’economia di episodi come “Three Evil Words”, un pezzo che necessita comunque di svariati ascolti prima di rivelarsi per ciò che è. “The Door” fa da ponte tra lo stile che fu e le nuove suggestioni, immergendosi in un vibrante doom rock il cui destino sarà confluire ancora una volta in un mare di malinconia. Le melodie evocative intessute dal chitarrista Lou VanLanning risultano essere allo stesso tempo lineari e sufficientemente intricate da non stancare nel loro tornare ciclicamente al punto di partenza. Questa caratteristica rappresenta il fulcro di Legend Master, che nel suo essere il risultato dell’abbandono – in favore di uno stile più metallico – di coordinate stilistiche in perfetto equilibrio tra un impeto rock e la  mestizia del doom, ne mantiene la forza espressiva.