TOMORROW WE SAIL, Tim Hay

Quella dei Tomorrow We Sail è una proposta che ha colpito da subito la nostra redazione in quanto ponte ideale tra alcuni generi di musica cui siamo profondamente legati: da una parte il cantautorato minimalista e dall’altro l’ambient più eterea. Avendoli seguiti praticamente sin dai loro inizi ed essendo estimatori di buona parte del catalogo della loro casa discografica Gizeh Records, ci è sembrato naturale voler approfondire la loro conoscenza in occasione del nuovo The Shadows. L’album prosegue il discorso iniziato in occasione di For Those Who Caught The Sun In Flight, apportando alcune impercettibili modifiche a un amalgama sonoro all’interno del quale nulla pare essere lasciato al caso. La chiacchierata che segue vuole essere un modo per concedere spazio a una formazione le cui canzoni sono contraddistinte da una profondità emotiva raramente riscontrabile in altri dischi e che ci auguriamo possa colpire anche i nostri lettori. A voi…

Ho recensito sia For Those Who Caught The Sun In Flight, sia Saturn. Se messo a confronto con il primo album, The Shadows sembra essere meno orchestrale e allo stesso tempo più intenso. Riprende alcuni influssi ambient di Saturn, ma appare maggiormente conciso. Come interpreti la vostra evoluzione attraverso questi dischi?

Tim Hay (chitarra, voce): Nel mentre ci avventuravamo attraverso la registrazione di questi progetti, la nostra line-up è gradualmente cambiata per ognuno di essi e questo ha senza dubbio influito sulla musica che abbiamo composto. Insieme a questo, penso che come band abbiamo sempre voluto cercare di realizzare cose diverse, rimanendo all’interno del contesto della musica che facciamo, e come musicisti siamo cambiati molto dai tempi delle nostre prime registrazioni. Siamo tutti influenzati da così tanta musica, ma allo stesso tempo condividiamo il medesimo obiettivo per quanto riguarda ciò che desideriamo raggiungere con la band.

La vostra musica è fragile, ma si insinua nel profondo del cuore dell’ascoltatore. Nonostante ci siano molta stratificazione e differenti input, la si potrebbe definire diretta. Le emozioni sono nude e pure, dunque mi chiedo quale sia la sua struttura di base. Quale strumento utilizzate quando scrivete i brani o come ve li immaginate nella vostra mente prima di provarli insieme agli altri membri della band?

Le idee per le canzoni provengono da vari membri della band e nascono con differenti strumenti, ma la fonte principale del processo di scrittura nasce dalla chitarra e dalle tastiere. Una canzone normalmente inizia con un modello o un’idea che qualcuno porta alla band  e che viene poi scolpita in gruppo partendo da uno stadio iniziale del processo. L’idea iniziale può evolversi significativamente e prendere una direzione del tutto nuova nel momento in cui suoniamo insieme ed è importante che l’influenza di tutta la band sia percepibile già a partire dai primi momenti.
Cerchiamo inoltre di assicurarci che le linee vocali ricoprano un ruolo importante si dall’inizio, nonostante abbiamo la tendenza di iniziare a scrivere da una prospettiva strumentale ancora prima di avere per le mani un qualsiasi testo. Inauguriamo il processo vocale cantando melodie prive di significato che a loro volta influenzano la direzione che una traccia prenderà. Questo avviene prima di iniziare a scrivere versi sulle melodie abbozzate.

Trovo che le vostre composizioni siano malinconiche e allo stesso tempo piene di speranza. Entrambi gli elementi sono fusi insieme e l’atmosfera della maggior parte delle vostre canzoni è caratterizzata da lunghe parti strumentali estremamente introspettive. Quali sono le sensazioni principali che desiderate esprimere attraverso la vostra musica?

Ritengo l’abbia già illustrato perfettamente tu stesso! Molta della musica cui ci ispiriamo è oscura, meditabonda e pesante, e forse è da qui che deriva la natura malinconica di alcune delle nostre fughe strumentali. Come hai già fatto notare nella domanda, mi piace pensare vi siano anche elementi di speranza che le persone possano estrapolare dalle canzoni.  Non penso che decidiamo realmente di esprimere particolari emozioni attraverso la nostra musica quando iniziamo a scrivere un pezzo. Più spesso la vera emozione che sottende a una canzone non è realmente percepita o rivelata sino a che non viene suonata dal vivo ed è in quell’occasione che le emozioni reali possono essere espresse attraverso la tua musica.

Il ricorso a differenti cantanti e a molti cori aggiunge varietà di colori alla vostra musica, che finisce per essere ricca di emozioni. In che modo scegliete chi debba cantare alcune parti e chi altre? Questa scelta è in qualche maniera legata al significato dei testi?

Varia da canzone a canzone, davvero. A volte il significato dei testi ha effetto su chi canta quella particolare canzone o sezione. Notare che sul primo album molti testi furono scritti specificamente da una prospettiva femminile o maschile e ciò ci guidò nello scegliere chi dovesse cantare determinate sezioni. Per esempio, in “The White Rose” la prospettiva cambia nei differenti versi e questo si riflette in chi canta le linee principali.
Sul nuovo album, tuttavia, queste decisioni sono state forse prese in maniera più naturale, basandosi su chi ha scritto il testo o la melodia, oppure in base a ciò che pensavamo avrebbe funzionato meglio dal punto di vista della trama e del tono.
Abbiamo sempre utilizzato voci multiple per aggiungere trame differenti alla nostra musica a partire da uno stadio iniziale. Spesso le nostre canzoni non seguono nessuna struttura tradizionale del tipo verso/ritornello/verso, così  utilizzando voci multiple possiamo aggiungere peso e significato a certe sezioni e avvalendoci di ripetizioni possiamo dare maggiore importanza a frasi precise.

Alcune delle nuove canzoni sono più brevi rispetto a quelle passate, ma vi è comunque un retrogusto di calma e lentezza. Laddove il primo album era più un contenitore di canzoni differenti con una loro struttura e personalità distinta, The Shadows sembra includere al suo interno alcuni canzoni che paiono essere parte di una sorta di unità. Vi sono tematiche comuni che le legano o qualcosa che rimandi da una canzone a un’altra?

Quando ci siamo messi a scrivere questo album, aleggiava per aria un’idea semi-cosciente di cercare di scrivere tracce più brevi e concise, con particolare attenzione alle canzoni in sé.
Credo ci sia un tema comune che corre lungo tutto il nuovo album: la perdita delle cose tangibili. Che esse siano lo spazio comune, la stabilità o l’ambiente che cambia. Come chiunque, veniamo influenzati da ciò  che leggiamo, vediamo e sentiamo attorno a noi e di conseguenza penso che questo alimenti i temi e il tono dell’album. Almeno che tu non abbia la testa sepolta nella sabbia, hai la sensazione di vivere in un periodo abbastanza caotico per il mondo e credo che ciò sia confluito nel soggetto dei testi, probabilmente portandoci a esprimere maggiore urgenza nella fase di scrittura.

Su Saturn avete avuto come ospite un poeta e avete proposto un brano sperimentale. Ai tempi ipotizzai che quella canzone avrebbe potuto dare inizio a un nuovo capitolo della vostra discografia. The Shadows pare collocarsi nel mezzo tra quell’ep e For Those Who Caught The Sun In Flight. Anche il testo era particolare… cosa vi ha portato a incidere un ep di quel tipo?

Abbiamo discusso l’idea con il nostro caro amico Alexander Cummins per un periodo abbastanza lungo prima di realizzare il brano. È stato solo dopo la pubblicazione di For Those Who Caught The Sun In Flight e la fine del relativo tour che abbiamo avuto la possibilità di incontrarci e metterci mano. Alexander abita negli USA, per cui abbiamo avuto davvero poco tempo per provare e registrare il tutto. Credo che il livello di immediatezza che caratterizza quel progetto sia stato uno dei lati positivi per noi come band e che abbia creato un contrasto brillante con il primo album. La scrittura e la registrazione di For Those Who Caught The Sun In Flight ci hanno portato via molto tempo e sono state effettuate in più luoghi, quindi la prospettiva di ritrovarci tutti insieme in una stanza e completare la registrazione in un giorno è stata una ventata d’aria fresca. Da un punto di vista tecnico è stato carino creare una situazione in cui eravamo meno preoccupati e quindi potevamo accettare le imperfezioni della registrazione ed essere maggiormente concentrati sulle emozioni che sottostavano all’esecuzione forse più di quanto non lo fossimo stati prima.
È stato inoltre stimolante per noi come band lavorare con qualcun altro ed essere influenzati dalle sue idee. Tutti i soggetti e le tematiche per quel pezzo sono venute da Alexander e dal suo lavoro in qualità di storico, poeta e studioso di occulto e hanno come fulcro la pratica dell’astrologia magica del Rinascimento – che ha fortemente influenzato la medicina e la psichiatria di quel tempo – in cui a un pianeta (spesso in forma di divinità omonima) viene richiesto aiuto per evitare, contrastare o dominare le condizioni, gli squilibri che si ritiene di dovere regolare. Questo ci ha fornito un brillante punto di partenza per improvvisare e sperimentare con nuove idee e strumenti, nella speranza che riflettano i temi del soggetto.

Cosa vi ispira maggiormente?  Le vostre emozioni oppure cose ed eventi attorno a voi? Come vi sentite nel riversarle nella musica e nel condividerle con i vostri ascoltatori?

Credo che suonare le canzoni dal vivo fornisca molta ispirazione. Prima di registrare il nuovo album, abbiamo cercato di essere certi di avere provato tutto il nuovo materiale in sede live. A volte hai un’idea precostituita di come una canzone debba suonare o di come possa incontrare l’ascoltatore, ma parlare con il pubblico dopo un concerto può essere d’ispirazione e aprirti gli occhi su come interpretano la tua musica, o di come li ha fatti sentire.
Nonostante molti dei nostri testi riguardino eventi e cose di cui leggiamo e che vediamo attorno a noi, la musica che componiamo è ispirata da molte cose, come l’ambiente, il tempo trascorso in mezzo alla natura, una vista o un suono può ispirare una nuova idea. Allo stesso modo, la tecnologia di cui ci avvaliamo ha un grande effetto su una nuova idea musicale più di qualsiasi altra cosa.

Gizeh ha molti artisti accomunati da una visione simile di come la musica debba fuoriuscire. Anche gli artwork hanno una base comune (colori, soggetti…). In che modo avete iniziato a lavorare con Richard Knox?

Tutti noi della band conosciamo Richard da molti anni. Oltre ad essere ottimi amici, abbiamo lavorato insieme nel mondo della musica per diverso tempo. Alistair, Angela e io abbiamo suonato dal vivo nella band di Richard, Glissando, e Angela ha continuato a lavorare con Richard attraverso altri progetti quali The Rustle Of The Stars e A-Sun Amissa.
Gizeh è una bella etichetta discografica con un ethos positivo. È stupendo avere la possibilità di condividere una casa con una così grande varietà di artisti. Nonostante molti degli artisti della etichetta discografica siano differenti tra loro nel sound e nello stile, credo vi sia un’idea comune da tutte le persone coinvolte con una forte enfasi sull’attitudine DIY.

Dato che ho introdotto il tema tramite la domanda precedente, cosa potete dirci a proposito del concept sottostante le copertine di entrambi i vostri album?

Sinora, gli artwork di tutte le nostre pubblicazioni sono stati realizzati da Ella. Le differenze musicali tra i nostri dischi sono proprio riflesse dagli stili differenti delle loro copertine.
L’esplorazione di luce e oscurità, e di speranze e paure, che facciamo con The Shadows ha alimentato e influenzato il suo artwork.

Grazie per il tempo dedicato a rispondere  alle mie domande. Sentitevi liberi di chiudere questa chiacchierata con qualcosa di importante per voi…

Desideriamo solo ringraziarvi fortemente per il tempo che avete speso nel tirare fuori domande così  interessanti e profonde. È un vero piacere sapere che la nostra musica è apprezzata sino in Italia.

Grazie infinite! (lo scrive in italiano, ndr)