THE SONIC DAWN

È sempre un piacere ricevere buona musica da recensire, soprattutto se si tratta di gruppi che non si conosce e che per un motivo o per l’altro colpiscono la nostra attenzione. Sin da quando ho avuto per le mani Into The Long Night e ho realizzato che The Sonic Dawn erano danesi, ho pensato fosse una buona occasione per rinfrescare le mie competenze linguistiche e sottoporli a un’intervista, anche a fronte del fatto che proprio in quel momento stavo per leggere “Dette burdes skrives i nutid di Helle Helle” (recentemente pubblicato in Italia dai tipi di Scritturapura, con il titolo “Come fosse al presente”) e desideravo parlare in danese con qualcuno. Nondimeno si tratta di un ottimo album ricco di richiami al pop rock anni Sessanta e assimilabile a quanto proposto da alcune grandi band danesi tipo Baby Woodrose e Spids Nøgenhat. È con entusiasmo che introduco i lettori di The New Noise a una piacevole chiacchierata in cui si è avuto modo di parlare di musica, ma non solo….

Jonas: Ciao Samuele. Mi chiamo Jonas Waaben, sono il batterista dei The Sonic Dawn e rispondo alle tue domande per conto della band, dall’aeroporto di Madrid. E in danese… una sorpresa, devo dire!

Quando avete iniziato a suonare uno strumento musicale?

Abbiamo suonato insieme da quando eravamo bambini. La musica ha certamente sempre suscitato interesse in noi.

Volete raccontarci qualcosa dei vostri inizi come musicisti?

All’inizio, quando eravamo bambini, era solo una delle cose che facevamo. Abbiamo tutti fratelli più grandi e genitori che suonavano qualche strumento. Il padre di Emil, per esempio, è un abile chitarrista. È certamente stato d’ispirazione. Uno dei miei primi ricordi di bambino è quello di avere ascoltato The Wall dal registratore di mia sorella.

Come vi siete conosciuti? Quando avete iniziato a suonare insieme?

Io ed Emil ci siamo conoosciuti tramite uno dei miei compagni di classe, quando avevamo 11-12 anni. Volevamo mettere su una band – la nostra prima – e fra i nostri coetanei, Emil era il miglior chitarrista che conoscevamo. Così, la prima volta che ho incontrato Emil è stata alla prima prova della band, con la sua chitarra elettrica rossa. Un paio di anni più tardi, quando abbiamo iniziato il liceo, io e Emil abbiamo fondato una nuova band, alla quale mancava un bassista. È in questo modo che abbbiamo conosciuto Niels. Noi tre abbiamo suonato insieme in diverse costellazioni, più o meno costantemente, per più di 15 anni.

Quando vi siete resi conto per la prima volta che stavate andando nella giusta direzione?

Dipende da cosa intendi dire. Vedo piuttosto la nostra storia come un’evoluzione continua, ma vi è stato un punto di svolta nel momento in cui abbiamo ottenuto il nostro primo contratto discografico internazionale in occasione dell’album di debutto, Perception, per Nasoni Records. Dopo questo siamo stati in tour diverse volte e oggi abbiamo un pubblico in tutta Europa. Tuttavia, è solo recentemente che i media hanno iniziato a tenere d’occhio la nostra musica. Per alcune settimane, “L’Espion”, tratta dal nostro nuovo album, si è piazzata al numero uno di P3, la più importante classifica radiofonica alternativa danese, e siamo stati recensiti su grosse riviste come Classic Rock.

Il vostro suono affonda le radici negli anni Sessanta, ma senza essere anacronistico. Vi interessate degli aspetti tecnici degli strumenti? Che cosa utilizzate?

Siamo violentemente interessati a tutti gli aspetti che concorrono alla realizzazione di un disco. Gli aspetti artistici si sovrappongono in un certo grado a quelli tecnici, in modo che a volte non li si può proprio separare. Secondo la nostra opinione il suono migliore – che permette alla musica di essere efficace e di migliore qualità – è quello degli album pubblicati durante il periodo 1966-70. Successivamente è andato peggiorando e oggi è normale che produzioni costose effettuate in buoni studi di registrazione, suonino decisamente poco musicali. Ci sono diverse ragioni che hanno portato a questa situazione. Detto in breve, riteniamo che sia necessario tornare indietro e cercare di riscoprire il mestiere artigianale, ormai quasi dimenticato, che permette di ottenere un  una produzione rock “musicale” e contraddistinta da un bel suono. Non per divertimento o per nostalgia, ma semplicemente perché non vediamo alcuna alternativa. Vorremmo sviluppare ulteriormente il suono, modellarlo secondo le nostre necessità, ma non possiamo continuare a costruire seguendo per esempio le esperienze e le tecnologie tipiche delle produzioni anni Ottanta, dunque la ricostruzione degli ottimi suoni dimenticati è un lavoro necessario. Ciò significa che utilizziamo solamente vecchi strumenti, missando direttamente su nastro e così via, in modo da ottenere il migliore suono hi-fi possibile. È una questione controversa. Posso solo dire che se fosse stato altrettanto valido ricorrendo alle nuove attrezzature e al metodo digitale, avremmo optato per questi metodi più pratici ed economici.

Di che cosa parlate nei vostri testi? Vi sono alcuni temi ricorrenti?

I testi di Into The Long Night sono in genere critici nei confronti delle norme, dei diritti e degli obblighi che ci sono nella nostra parte di mondo. Ci opponiamo al mettere la preoccupazione per il profitto davanti a quella per gli uomini e per il pianeta. Desideriamo un mondo libero dalle disuguaglianze, dalle discriminazioni e dalla guerra. Un mondo in cui le persone siano libere di realizzare se stesse. Le canzoni – non solamente i testi – trattano questi argomenti in molteplici modi e da differenti angolazioni. Di regola sotto forma di racconto personale, che può essere interpretato liberamente. Non sono slogan. Non si deve essere necessariamente d’accordo con le nostre opinioni per apprezzare la musica, è evidente.

Avete mai pensato di scrivere alcune canzoni in danese? Qual è la più grande differenza tra usare il danese o l’inglese?

No, non seriamente. Noi lavoriamo in inglese. Certamente ci si esprime con maggiori sfumature ricorrendo alla propria lingua madre e i danesi comprendono i testi in danese e la letteratura danese più profondamente – può ritrovarsi a tutti i livelli culturali e linguistici nei testi – ma ascolta volentieri musica in inglese, guarda film in inglese e così via. L’inglese funziona meglio per noi – forse perché il vocabolario è più ricco di quello danese – e concede anche maggiori possibilità al di fuori della Danimarca, che è un piccolo Paese.

Alcuni stranieri dicono che il danese sia una lingua poco musicale, ma credo che non sia vero… Via piace leggere libri di autori danesi? Quali sono i vostri autori danesi preferiti?

La pronuncia danese è abbastanza ‘piatta’, come quella tedesca, fiamminga ed ebraica. Non è musicale come quella inglese, svedese o italiana. Eppure il danese può essere potente, è chiaro. Tra noi sono probabilmente quello che legge più libri. Emil ha appena finito di leggere “Sulla strada” di Jack Kerouac. Anche io sono affascinato dalla letteratura proveniente da tutto il mondo, ho appena riletto “Il lupo della steppa” di Hermann Hesse, ma ritengo che si possa trovare ottima letteratura danese. Mi piacciono ad esempio Erwin Neutzsky-Wulff e Jan Sonnergaard. È divertente che tu abbia menzionato Helle Helle, lei è cresciuta nella nostra stessa parte di Danimarca. Durante il liceo avevo il suo vecchio libro di latino, su cui aveva scritto il suo nome.

Quali sono i vostri cantanti danesi preferiti?

Jonas: Ve ne sono molti di ottimi. C.V. Jørgensen ha scritto alcune fantastiche canzoni in danese. Attualmente ritengo che la voce più significativa appartenga a Uffe Lorenzen aka Lorenzo Woodrose, se si parla di danesi che cantano in danese. Abbiamo suonato insieme di recente e sono stato rapito dalle sue nuove canzoni. Uffe si confronta anche con alcuni numeri scritti da Hans Vinding, che è stato un importante, ma decisamente sottovalutato, autore danese.

Sono in molti a proporre il vostro tipo di musica psichedelica? Ricordo solamente  On Trial/Baby Woodrose, Papir, ØresundSpace Collective, Causa Sui, … ma sono band che hanno già una certa carriera alle spalle. Potete consigliarci qualche nuova band?

Tutte grandi band! Alcuni nuovi gruppi di ispirazione acid rock sono ad esempio Telstar Sound Drone, De Underjordiske e Måneskjold. Gli ultimi due menzionati cantano in danese.

Ho sempre amato la Danimarca e ne apprezzo molti luoghi (Lejre, Skagen, …). Quali sono i vostri luoghi preferiti in Danimarca, ma anche all’estero?

In Danimarca, direi Nørrebro, Christiania e Sydfyn insieme a Det Sydfynske Øhav (arcipelago di piccole isole, baie e insenature situate a sud di Fyn, la regione dove si trova Odense, ndr). Attualmente ho nostalgia di Nashville negli USA e tengo molto a Berlino in Germania, dove abbiamo suonato il 19 maggio. Penso spesso anche alla natura svedese di Småland. Siamo molto privilegiati a fare parte dei Sonic Dawn, ad avere la possibilità di visitare così tanti luoghi fantastici e avere amici in tutta Europa. Non di meno in Italia, dove si tiene il Duna Jam.

Grazie per il vostro tempo. Potete concludere l’intervista con qualcosa che riteniate essere importante…

Jonas: Desidero invitare tutti ad ascoltare la musica dei Sonic Dawn, per esempio su Bandcamp. E se qualcuno dovesse venire a uno dei nostri concerti, durante il nostro tour primaverile oppure più in là, che si faccia vedere per un saluto. Non mordiamo. Fino ad allora… pace, coraggio e amore libero!