THE RIVER, Vessels Into White Tides


 

La genesi dei The River risale agli stessi anni in cui chi scrive muoveva i primi passi alla ricerca di formazioni doom che potessero riempire il vuoto emotivo che percepiva intorno a sé. Le loro prime autoproduzioni hanno significato molto a livello di crescita personale e i due album realizzati (Drawing Down The Sun, 2006 e In Situ, 2009) restano ancora oggi tra i più intensi che abbia ascoltato. Ritrovarli ora, dopo un ep autoprodotto strumentale (En No Ozunu, 2013) e un demo cd, risveglia emozioni lontane e ha il sapore di un ricongiungimento. Alcune dinamiche interne sono mutate, eppure la nuova cantante e polistrumentista Jenny Newton riporta il loro amalgama in lidi affini a quelli del passato, contribuendo a un’evoluzione che non può tralasciare l’esperienza del chitarrista Christian Leitch nei 40 Watt Sun (dove suonava la batteria). Vessels Into White Tides si rivela essere difatti sospeso tra le pulsioni cantautorali di Wider Than The Sky e il suono di derivazione slow core che li contraddistingueva già agli inizi di carriera. La proposta monolitica che fu si fa ora portatrice di molteplici suggestioni, apportando elementi inediti che vanno ad amplificare la malinconia intessuta da Stephen Morrissey al basso e da Jason Ludwig alla batteria. Gli episodi inclusi hanno in sé melodie intimiste cui fanno da contraltare il muro di suono plasmato dalla band londinese e la circolarità con cui determinate soluzioni vengono riprese. Laddove la produzione precedente mostrava un suono denso che in parte sommergeva le linee vocali, ora c’è un maggiore equilibrio nel ruolo ricoperto dai differenti strumenti e ciò eleva in modo significativo la resa finale di Vessels Into White Tides.