The River: attraverso un vetro opaco

Come accaduto in occasione delle interviste a Garden Of Worm, Pagan Altar e Mirror Of Deception, anche quella con gli inglesi The River mi riporta indietro di molti anni e più esattamente al periodo in cui iniziai ad ascoltare doom in modo approfondito. Questa band fu una delle prime contemporanee di cui acquistai qualcosa (il demo ep Oneiric Dirges In Mono) e che riuscii a vedere dal vivo, inoltre l’ho sempre considerata a parte rispetto al resto della scena, perché meno legata alle formazioni classiche e contraddistinta da un suono peculiare. Ho da subito apprezzato anche la sua inafferrabile estetica, che prediligeva anche allora foto sfumate e dal retrogusto etereo. La sua musica era al contempo heavy e impenetrabile, ma controbilanciata dalle fragili linee vocali e da una presenza scenica quasi nulla. La musica era ed è a tuttora al centro del loro fare e il nuovo Vessels Into White Tides ne è una conferma. Del nuovo, stupendo album e di un ormai lontano passato abbiamo avuto il piacere di parlare con il chitarrista Christian Leitch. Buona lettura…

Quando avete iniziato a suonare – negli anni Novanta – c’erano pochi gruppi doom. Cosa vi spinse a proporre questo genere di musica e quali emozioni desideravate fare confluire nelle vostre canzoni?

Christian Leitch (chitarra): Penso che a quel tempo il doom, essendo un genere davvero poco diffuso, consentisse una libertà di espressione che non era possibile ottenere in altre forme di musica più heavy. Ogni band era a sé stante ed era ciò che accade in ogni forma artistica prima che si saturi. Apprezzavo sempre la musica heavy, ma sentivo che la musica cui avevo dedicato il mio tempo sino ad allora, death metal e così via, stesse stagnando. All’inverso, gradivo da sempre sonorità più melodiche, così il doom metal fu il giusto punto di incontro tra questi mondi. Non c’era nessun desiderio di esprimere nulla di particolare attraverso la musica, eravamo soddisfatti di divertirci e qualsiasi cosa ne fosse uscita sarebbe stata nostra.

Quali ricordi serbi degli anni in cui iniziasti a suonare uno strumento e dei tempi in cui nacquero The River?

Mentre crescevo, in casa ci sono sempre state una chitarra e una radio accesa o un disco che girava, quindi sono certo che questo abbia avuto un qualche effetto sin dall’inizio. A scuola seguii delle lezioni di rullante quando avevo otto o nove anni, ma l’insegnante mi bullizzava e conseguentemente mollai tutto. Un paio di anni più tardi io e mio fratello mettemmo insieme i soldi ricevuti a Natale, in modo da acquistare una chitarra usata e un amplificatore. Se ben ricordo fu l’anno successivo dopo l’abbandono di mio padre – che si portò via anche la sua chitarra acustica – e questo è quanto. Per quanto riguarda The River, la cosa migliore dei primi anni, che credo dica chiunque quando parla della propria band, era il cameratismo.

Se ricordo bene, ai tempi di En No Ozunu stavate già cercando una nuova cantante, ma alla fine realizzaste un emozionante album strumentale. Come lo consideri oggi?  

In quel periodo non eravamo seriamente alla ricerca di una cantante. Mi andava bene fare musica strumentale e avevamo più che abbastanza materiale per registrare un intero album di quel tipo. Sfortunatamente, Stephen ebbe alcuni problemi di salute e ciò che ci restava era solo del vecchio materiale riarrangiato. Decidemmo di registrarlo in modo da avere qualcosa di pronto, ma non troppo tempo dopo la pubblicazione, Stephen si stufò di suonare materiale strumentale e insistette affinché trovassimo una cantante. Personalmente, apprezzo molto quel lavoro. Emanava una libertà che a suo tempo fu una boccata d’aria fresca e ritengo che avremmo potuto proseguire in quella direzione, se solo tutta la band l’avesse desiderato.

I vostri testi sono profondamente intimisti e ritengo che ciò amplifichi le sensazioni trasmesse dalle canzoni. In particolare nei nuovi brani trovano spazio frammenti melodici che riempiono lo spazio tra le parole. In che modo vi approcciate ai testi? Ritieni che la vostra musica resterebbe invariata anche senza il loro apporto? In termini più ampi, come consideri la musica strumentale in relazione a quella accompagnata dalle parole?

Per quanto riguarda i testi, oggi sono solo combinazioni di parole e nulla più. Sono più visivamente descrittivi che non emozionali e le persone sembrano trovare questa idea allo stesso modo gratificante e riconoscibile. Posso solo supporre che l’ambiguità renda le parole più personali per ogni individuo. Ritengo che la musica strumentale possa essere ugualmente toccante tanto quanto quella cantata e di certo lo è  per me, ma credo che normalmente le persone percepiscano la voce a un livello più istintivo, in particolare se ricorre a un linguaggio e a sensazioni che possano raggiungerle direttamente. Il pensiero di quanto possa essere toccante la musica con o senza parole non ha mai davvero sfiorato la mia mente.

Nel caso ve ne siano, quali sono gli autori o libri che vi ispirano nello scrivere in questo modo?

Non so se qualche autore abbia avuto un’influenza diretta su ciò che abbiamo scritto. I testi sono l’ultimo elemento ad essere completato e solitamente avviene sotto costrizione, quindi probabilmente sono più uno spaccato delle emozioni di quel momento preciso, che non qualcosa di premeditato.

In seguito alla pubblicazione di En No Ozunu siete rimasti apparentemente inattivi per alcuni anni e ora siete tornati con Vessels Into White Tides. Che cosa è accaduto durante questo periodo e cosa vi ha spinti a scrivere nuovamente?

È stata semplicemente la ricerca di una nuova cantante ad averci fermato per alcuni anni. Stephen non voleva fare nulla finché non avessimo trovato qualcuno. Abbiamo continuato a scrivere e provare anche durante quel periodo e l’unico ulteriore blocco è stato riuscire a trovarci tutti insieme nello stesso luogo e momento per potere suonare insieme. Io e Jason siamo entrambi lavoratori autonomi e Stephen lavora su turni, per cui trovarci può risultare complesso. Jenny è l’unica di noi che lavora dalle 9 alle 17.

Mi chiedo come consideriate ora i vostri primi due album e gli ep pubblicati non molto prima. Dovendo andare alle origini del vostro stile attuale attraverso i vostri lavori precedenti, quali elementi scegliereste e perché? Secondo voi cos’è più importante condividere con i vostri ascoltatori?

Non riesco ad ascoltarli per nulla! Drawing Down The Sun lo considero un album incompleto, c’era così tanto che avrei voluto aggiungere, solo che gli altri ritennero fosse meglio mantenerlo così com’era. La versione strumentale di “If Only” che c’è su En No Ozunu e la versione di “Inside the Flood Diary” sul 10” Broken Window sono molto più simili a come le avrei volute sin dall’inizio. La band era soddisfatta di come venne fuori Different Ways To Be Haunted, sia dal punto di vista musicale, sia di suono, e mentre al tempo gli altri desideravano seguire quella linea, io la consideravo una buona partenza da cui potere avviare un’ulteriore crescita. Penso che i problemi degli album abbiano origine proprio lì. Inoltre, entrambi gli album sono stati prodotti da persone con idee differenti su come dovessimo suonare, non lasciandoci essere noi stessi e portandoci di conseguenza a un risultato distante da quanto sperato. Quello che posso dire riguardo le nostre prime uscite è che si riconosce che siamo la stessa band di oggi, ne siamo solamente stati troppo a lungo la versione base. Credo che aggiunga almeno integrità a quello che facciamo, nonostante quanto poco incisivi io ritenga siamo stati in passato. Non so se abbiamo qualcosa di importante da esprimere e condividere. Lasciamo solamente che le cose vadano come debbano andare si spera che le persone trovino in questo del conforto.

Alcuni aspetti che ho sempre apprezzato di The River sono la poetica semplicità del vostro modo di porvi e l’atmosfera onirica delle vostre canzoni. Come considerate questi elementi (o altri cui teniate particolarmente)? Ritenete siano tra loro connessi?

A essere onesto non ci ho mai prestato attenzione. Come dici tu, deve essere tutto inconsciamente connesso, ma non si tratta di un qualcosa di pianificato. Non credo ci siano elementi essenziali alla creazione del nostro stile, nonostante sia sicuro che dall’esterno le persone possano interpretare le cose in maniera differente e avere le proprie aspettative. L’unico elemento essenziale per fare ciò che facciamo è esserne soddisfatti e crederci. Penso che tutto quello che ne esce fuori sia un sintomo di ciò e nulla più.

Avete sempre utilizzato delle stupende immagini di copertina con fotografie che non rivelano molto di ciò che rappresentano. Sono come parte di qualcosa di più ampio e che è possibile scorgere solo in parte. Credete che la necessità di esprimere il proprio pensiero in maniera esplicita sia oggi sopravvalutata?

La copertina è solo un’ulteriore estensione di quello che esprimiamo in modo naturale. Generalmente abbiamo utilizzato fotografie invece che opere commissionate a terzi, perché abbiamo un sufficientemente ampio giro di amici impegnati in questo ambito e perché noi stessi sappiamo come lavorare sulle fotografie. Ogni volta che ci siamo ritrovati a scegliere una copertina, lo abbiamo fatto in base all’estetica e alle sensazioni che trasmetteva, senza la pretesa di proporre qualcosa di maggiormente specifico o intriso di significato. Tra l’altro, mi piace l’idea di ricorrere a immagini che non rivelino molto. La più generica che abbiamo utilizzato è stata quella di Drawing Down The Sun ed è stato un errore. Potevamo scegliere tra due immagini e abbiamo optato per quella errata. Me ne pento ancora oggi.

Potete chiudere l’intervista come preferite…

Desidero ringraziarti per averci seguito così a lungo e per avere voluto sapere di più su cosa e perché lo facciamo. Lo apprezziamo davvero molto! Se qualcuno desiderasse saperne di più, può guardare riverbanduk sui vari siti internet oppure chiedere di noi a Nine Records. Siamo anche su Spotify, se è davvero la piattaforma dove preferite trovarci. Grazie ancora, Samuele!