The Lone Madman: lacerare il buio dentro noi

The Lone Madman: lacerare il buio dentro noi

Let The Night Come è da annoverarsi tra i migliori album doom realizzati negli ultimi tempi e a mesi di distanza dalla sua pubblicazione gira ancora ininterrotto nel lettore di casa. Al suo interno si trovano riferimenti al suono epico degli anni Novanta e inflessioni ascrivibili alla contemporaneità: un album che è un tributo non solo alle band del passato, ma anche a se stessi. C’è difatti un’innegabile coerenza in quello che i finlandesi Lone Madman hanno realizzato. Da qui il desiderio di approfondire la genesi dell’album e altro inerente il loro mondo, insieme a Juuso Raunio (JR, chitarre) e Turkka Inkilä (TI, chitarre e voce).

Quali ricordi serbate del periodo in cui iniziaste a suonare uno strumento e (se ne avete avute) delle vostre precedenti esperienze musicali?  

JR: Ricevetti la prima chitarra quando avevo qualcosa come 10 o 12 anni. Avevo già suonato il violoncello a partire dai 5 anni. In effetti sono un chitarrista autodidatta, nonostante nel corso degli anni abbia preso alcune lezioni. Non mi è mai particolarmente interessato diventare un abile esecutore e l’obiettivo principale è stato imparare a suonare sufficientemente bene da potere eseguire la musica che scrivo. Ad ogni modo, mi considero maggiormente un compositore che non un esecutore. Nel corso degli anni ho suonato diversi strumenti e anche studiato musica.

TI: A nove anni suonavo il flauto e intorno ai dodici imbracciai la chitarra. Per quanto riguarda il cantare non saprei dire, perché ho cantato e composto musica per tutta la mia vita. Ci sono state così tante fasi nella mia carriera musicale, che è impossibile riassumerle in un paragrafo.

Quando avete formato la band e cosa vi ha spinto a proporre epic doom?

JR: Abbiamo cominciato nel 2014 con l’idea di suonare doom tradizionale, ma la componente epica è affiorata presto. Ho sempre apprezzato lunghe partiture nella musica e anche quelle tracce metal più vicine a una composizione che non a una canzone – ed è da qui che ha origine la mia tendenza a scrivere lunghi episodi. L’epic doom metal rappresenta una base naturale per la nostra musica e artisticamente ci permette di fare praticamente tutto quello che desideriamo. Ci definiamo in questo modo, ma sento che non siamo incatenati o limitati da questa etichetta.

TI: Non abbiamo davvero deciso di suonare epic doom, ma siamo andati in quella direzione già a partire dal nostro primo ep. Quantomeno per i miei progetti, l’evoluzione del suono della band è un processo intuitivo.

Apprezzo il fatto che abbiate scritto solo una manciata di canzoni ispirate, che sono egualmente heavy ed evocative. Come vi approcciate alla composizione? Provate insieme o scrivete individualmente a casa?

JR: Grazie per le tue parole gentili! È piacevole sentire che alcune delle emozioni provate nello scrivere le canzoni affiorino dall’ascolto dell’album. Sinora io e Turkka abbiamo scritto le canzoni da soli, per poi presentarle al resto della band. Molto spesso la prima fase include anche gli arrangiamenti, ma al risultato finale di una canzone contribuiamo sicuramente tutti insieme. Nel mio caso, i testi tendono a prendere forma simultaneamente alla musica, nonostante la versione definitiva venga rifinita in un secondo momento.

TI: Solitamente Juuso sa esattamente come desidera esca fuori una canzone o un arrangiamento. Probabilmente io sono più il tipo di persona che prima di completare la composizione di una canzone necessita di testare le idee con il resto della band. Entrambi i metodi hanno portato a risultati adeguati.

Sinora avete realizzato un ep (Dreary Task, 2016) e un album (Let The Night Come, 2019). In che modo considerate la vostra evoluzione durante questi primi anni di attività?

JR: Insomma, ad ascoltare ora l’ep, risulta essere grezzo e primitivo – cosa che in realtà è la sua forza, davvero. Ha rappresentato un passo importante e secondo me anche un inizio consistente. L’album è la naturale prosecuzione di ciò che abbiamo avviato con l’ep e siamo migliorati sotto tutti gli aspetti – composizione, produzione e performance… Sono successe molte cose tra la pubblicazione di questi due lavori e resto ansioso di vedere cosa accadrà prossimamente.

TI: È come ha detto Juuso. Abbiamo gettato basi solide e ho un’idea precisa della nostra attuale direzione.

Ritenete che la musica che ascoltiamo (o suoniamo) possa cambiarci a livello personale? Se sì, in che modo?

JR: Assolutamente. Tutto quello che facciamo o consumiamo ci cambia, ma ritengo sia la sua intensità a fare la differenza. Personalmente sono profondamente appassionato di musica e non potrei mai immaginare di vivere senza. Inoltre, è la musica che suono a cambiarmi, oppure essa stessa rappresenta un frammento di ciò che sono? Credo funzioni in entrambe le direzioni. Forse sarebbe ancor più interessante chiedersi perché ci interessiamo a determinate cose. Perché sono giunto a suonare o ascoltare questa musica e non altro? In che modo ci cambia la musica – questa sì che sarebbe una lunga e interessante discussione! Se siamo attratti da un certo tipo di musica (o da qualsiasi altra forma di arte), nella misura in cui correliamo ad essa le nostre emozioni, sicuramente contribuisce in qualche modo a dare forma alla nostra vita.

TI: Domanda difficile. Nonostante possa osservare come tutto ciò che assorbiamo ci plasmi, devo prendere una posizione cinica e sottolineare quanto l’esperienza dell’ascolto non sia mai un processo passivo. Siamo animali così indulgenti da tendere a recepire solo quello che reputiamo confortevole, sia esso musica o arte.

Avete già realizzato due video per “Soul Stillborn” e “Haxan”. Viviamo in un periodo in cui la fruizione della musica non è più legata esclusivamente all’ascolto di un album, ma anche alla visione di immagini che possano rappresentarla. Come considerate il legame tra le emozioni che esterniamo attraverso la musica e gli aspetti visivi o estetici di una band?

JR: I video sono fortemente ispirati dalla visione del regista, Perttu Inkilä, che li ha girati entrambi. Ad ogni modo, ritengo che tutti questi aspetti diano forma al mondo The Lone Madman e che ognuno di essi sia importante. Per esempio, siamo stati davvero contenti di come è stata realizzata la copertina, in quanto rispecchia alla perfezione l’umore dell’album. Non sono un esperto di arti visive, ma è interessante come sinora sia venuto fuori tutto con naturalezza. Le foto e i video costituiscono un ottimo complemento alla nostra musica.

Per quanto ne sappia, avete registrato parte dell’album presso i Finnvox Studios, parte ai JKB e parte ancora in una chiesa. Quali differenze avete riscontrato in questi luoghi e che tipo di suono desideravate ottenere?

JR: In effetti i tre spazi che hai menzionato sono molto differenti tra loro. I Finnvox sono stati un’ottima scelta per registrare basso e batteria, in particolare perché è stato semplice ottenere il suono di batteria che desideravamo. Per quanto riguarda appunto il suono, la batteria rappresenta il fulcro di questo tipo di musica. Per le chitarre e tutto il resto non necessitavamo di uno spazio altrettanto specifico, quindi poteva andare bene anche uno studio più contenuto. Per quanto riguarda i cori, una chiesa era l’ambiente ideale e credo abbia anche aiutato i cantanti a calarsi nella situazione emotiva più adatta – ad esempio molto più che cantare uno ad uno in una cabina di registrazione. Nel complesso desideravamo un suono grave e potente, non troppo vintage, ma allo stesso tempo neppure moderno. Veera, che è anche il nostro bassista, ha fatto un ottimo lavoro in fase di missaggio.

Qual è il vostro approccio ai testi e che tipo di emozioni desiderate riversarvi?

JR: I testi sono importanti, ma il loro scopo primario è di completare la musica. Questo è il modo in cui la penso io. I testi che scrivo tendono a essere piuttosto oscuri e pessimistici – quantomeno a una prima analisi. In un certo qual modo, nei miei testi si può intravedere un lento venire ai patti con gli aspetti inquietanti del mondo in cui viviamo. Quindi penso sia ovvio che le emozioni presenti più spesso siano dolore, sfiducia, rabbia… ma come visto e sentito molte volte, vi è luce nell’oscurità e tutti noi conosciamo gli effetti purificatori del superare con onestà le emozioni più difficili. Spesso quelle forme d’arte, che in un primo momento possono apparire disperate, confluiscono in qualcosa di miracolosamente confortevole, ed è proprio ciò a cui sto puntando.

TI: La modalità in cui la mia mente sembra operare dipende dal fatto che è sempre presente più di una voce. Quando scrivo i testi cerco di trovare una via in cui queste voci possano incontrarsi. Di solito si manifestano in una narrativa poetica di cui sono l’unico a conoscere temi e dettagli specifici. Non ritengo che riversare in un testo le mie emozioni secondo una modalità più diretta possa renderlo più reale. Probabilmente ne uscirebbe un pasticcio.

Oggigiorno sembra che molte band preferiscano adottare un differente approccio vocale, ricorrendo a stili vocali estremi come il growl. Cosa pensate di questo tipo di doom? Vi è un motivo specifico per cui preferite utilizzare linee vocali pulite?

JR: Penso che fare affidamento su linee vocali pulite possa portare una ventata di aria fresca. Ancora una volta, è semplicemente un modo naturale di sentire.  Nelle nostre canzoni abbiamo comunque fatto ricorso a differenti tipologie di grida, ma sinora non abbiamo sentito il bisogno di utilizzare il growl. In effetti ve ne sono alcuni in “Häxan”, ma  sono registrati a un volume piuttosto basso. In generale non ho un’opinione su questo approccio più estremo al doom, perché non ho interesse nel dire cosa altre band debbano o non debbano fare. Se però penso alla musica che io stesso ascolto, vi è molto metal estremo e non riuscirei a immaginarlo accompagnato da linee vocali pulite, che invece preferisco enormemente se si parla di doom metal. Ad esempio, non ascolto affatto band death doom.

Cosa potete dirci a proposito del suggestivo dipinto utilizzato per la copertina? Chi è l’autore? Vi è un qualche riferimento diretto ai testi dell’album o all’atmosfera che desideravate ricreare?

JR: La copertina è stata dipinta da Timo Ketola. Immagino sia un qualcosa che sortisce meglio i propri effetti se non indagato in modo approfondito, funziona di più se lo si lascia aperto a tutte le interpretazioni. Ketola ha dipinto l’opera fondandosi sui nostri desideri e l’intero processo è stato davvero intuitivo. La nostra idea di base partiva dalla biblica La valle delle ossa secche (o Visione delle ossa secche, Ezechiele 37:1-14), menzionata anche nel testo della canzone che dà il titolo all’album, ma si è trattato solamente di un punto di partenza per il processo nel suo insieme.

Nei vostri testi ricorre spesso la parola “God” (sia nelle forme singolare e plurale che con il sinonimo Lord). Qual è la vostra percezione di questa parola e dei temi a essa correlati?

JR: Sì, ora che ci penso, questa parola è utilizzata in forme differenti in ogni canzone dell’album! Per giunta, ogni volta con un significato diverso. È una domanda affascinante e si tratta ancora una volta di un qualcosa che richiederebbe una lunga discussione a sé stante! Che io ricordi, le religioni e il significato di Dio mi hanno intrigato da sempre. In molte persone la parola Dio – davvero incomprensibilmente – fa affiorare pensieri negativi, specialmente in occidente, dove il concetto cristiano di Dio è quello cui le persone fanno maggiormente riferimento. Eppure vi sono molte altre chiavi di lettura possibili. Davvero infinite interpretazioni e manifestazioni. Personalmente, dopo essere passato attraverso cicliche negazioni di Dio, dubbi e crisi spirituali, oggi non trovo problematico ricorrere al termine Dio, anche discorrendo della mia visione del mondo, quindi non solo di arte. Ad ogni modo, queste sono problematiche personali, complicate da esporre brevemente. Non dubito dell’esistenza di Dio, ma ciò che significa realmente dovrebbe essere materia di una più lunga e dettagliata discussione.

TI: Quando si parla dei testi, si deve essere in grado di dedurre dal contesto la ragione del ricorso a un concetto specifico. Non ci  sono limiti nello scrivere di adorazioni mistiche in una canzone e di odio infernale in un’altra (perché non all’interno di una stessa canzone? Devo appuntarmi quest’idea…), a meno che non si sia per esempio ideologicamente motivati. Vorrei rispondere facendo riferimento a quando ho parlato delle molteplici voci che sento. Ognuna di esse ha la propria relazione e sarebbe stupido affermare che stiano tutte dalla stessa parte.