Stefano Pilia e Massimo Pupillo: su Dark Night Mother e spazi che bruciano

Stefano Pilia - Massimo Pupillo
foto di Sylvia Steinhäuser

Dark Night Mother (Consouling/Offset) è il secondo album che esce a nome “Pilia + Pupillo”. Entrambi sono stati pubblicati nel 2018: il primo è l’ingiustamente trascurato Kenosis per Soave, ma in realtà, a livello di “origini” è Dark Night Mother il più vecchio. Non dimenticherei che il 2018 è stato anche l’anno di Mirror Emperor di Zu93, cioè David Tibet, Massimo Pupillo, Stefano Pilia, Luca Mai, Luca Tilli, Andrea Serrapiglio e Sara D’Uva.

Stefano e Massimo si conoscono da anni e hanno iniziato piano piano a lavorare assieme. Il secondo, come si sa, ha vissuto per un periodo in Amazzonia ed è stato raggiunto lì dal suo amico, ecco perché due delle quattro voci femminili che si trovano su questo disco – a tratti così inspiegabilmente sereno – sono di due sciamane di quel luogo. A proposito, per quanto riguarda i legami spirituali tra Dark Night Mother e Kenosis, due dischi che paiono appoggiarsi molto sull’intuizione (o qualcosa di simile) più che sulla ragione, vi rimandiamo all’intervista. Per quanto riguarda la musica, ci si accorge subito della rilevanza delle chitarre acustiche – sempre molto “libere” – e dei loro intrecci, cosa che scopriamo imparentare in qualche modo quest’album alle esperienze Blind Sun – New Century Christology (solista di Pilia) e Mirror Emperor. Poi entrano in scena le voci femminili, sincere e vitali, ma per certi versi fragili. In ultimo ci si rende conto del lavorio atmosferico intorno a chitarre e voci, che regala ancora altre sfumature al disco, così come le percussioni di Cristiano Calcagnile, presenti solo in due tracce. Basta arrivare quasi fino in fondo, a “Fatima Gate” in pratica, per rendersi conto di dover ascoltare di nuovo Dark Night Mother, per la bellezza delle melodie da un lato, dall’altro per sentire cose che non eravamo pronti a sentire all’inizio. Se Jack Rose e i Popol Vuh si fossero incontrati, insieme avrebbero fatto qualcosa di simile. Però, attenzione: Pilia e Pupillo suonano da tantissimi anni, e in band di cui tutti ci ricorderemo a lungo, quindi il gioco dei paragoni resta tale, l’importante per capirli è guardare la strada che hanno percorso.

Schiacciate play qui sotto e leggetevi l’intervista che segue. Domande mie (Fabrizio) e di Angelo.

C’è un “prequel” Pilia + Pupillo – sempre frutto di un’espressione spontanea e sempre collocato in una galassia ambient/drone/noise – di cui non si parla: siete assieme a Oren Ambarchi (nome fondamentale quando, come nel vostro caso, si parla di chitarre piegate in chiave atmosferica), è il 2015 e state suonando dal vivo a Bologna. Che cosa rappresenta Aithein (pubblicato da Karlrecords) nel vostro percorso insieme?

Massimo Pupillo: Oren è un amico e anche una grande ispirazione per noi. Ci accomuna il provenire da musiche suonate con un approccio diciamo rock, per poi aprire i nostri strumenti verso sonorità più astratte, se vuoi. Aithein è una pietra del nostro percorso. Tecnicamente, è la registrazione di un live completamente improvvisato, una di quelle occasioni in cui ti metti in gioco senza rete, in cui puoi miseramente schiantarti a terra, oppure a volte toccare qualcosa che non sapevi neanche esistesse. Non ci sono regole scritte per il successo o il fallimento di queste operazioni. In Aithein ha funzionato e quando ciò accade si crea uno spazio nuovo in cui entrare, uno spazio che abbiamo percepito bruciare, e brillare.

Stefano Pilia: Ancora molto prima di questo live credo sia stato proprio Oren a far conoscere la mia produzione a Massimo tramite Stephen O’Malley. In qualche modo Oren aveva giocato un ruolo inconsapevole nel nostro futuro incontro. Io già conoscevo bene gli Zu e la musica di Massimo, che ho ascoltato e visto dal vivo diverse volte. Il live del Freakout è stato molto significativo su un piano personale. Credo abbia dischiuso e sigillato qualcosa allo stesso tempo.

Ho letto un’intervista molto buona a Massimo Pupillo, uscita su Rockit nel 2014: Massimo racconta che è in Amazzonia, ha solo una chitarra acustica da suonare e riceve registrazioni di Stefano Pilia, sulle quali si esercita. Dark Night Mother inizia da lì?

Massimo Pupillo: Dark Night Mother nasce da quella esperienza in molti modi, principalmente personali. Sicuramente anche l’impianto acustico del disco ha la sua genesi in quel periodo, ascoltavo il disco che poi sarebbe diventato New Century Christology e provavo un po’ a scimmiottare dei brani di Stefano esercitandomi con una chitarrina acustica, all’inizio per non perdere la mano visto che non stavo suonando da un bel po’ di tempo, poi prendendoci gusto, sentendo che si apriva un nuovo canale di espressione.

Stefano Pilia: In quel periodo stavo iniziando a scrivere e registrare brani nuovi soprattutto con l’acustica. Giusto qualche anno prima mi avvicinai alla chitarra acustica proprio perché Massimo mi aveva invitato a lavorare con lui su Zu93 dicendomi esplicitamente “vorrei che suonassi la chitarra acustica e che scrivessi qualcosa”. Non era un “che ne pensi di…”. Al tempo non avevo una chitarra acustica, così andai di corsa a cercarne una in un negozio vicino a casa. Quelle decenti avevano tutte dei prezzi davvero inavvicinabili, ma mentre temporeggiavo nell’indecisione si avvicinò un signore che mi propose di provare questa chitarra che lui stava praticamente svendendo… una splendida Larrivée Jumbo che non ho più smesso di suonare. Ci abbiamo registrato ben tre dischi… Zu93, Dark Night Mother e Blind Sun – New Century Christology.

Quando Massimo tornava dall’Amazzonia si fermava sempre a Bologna per periodi più o meno lunghi, così abbiamo iniziato a registrare improvvisando con le chitarre acustiche. A un certo punto lo raggiunsi poi io in Amazzonia. Il tempo amazzonico è stato fondamentale per sentire e vedere l’anima di questo lavoro e intuire la necessità delle voci femminili. Lì abbiamo registrato anche la voce e gli Ikaro di maestra Olivia, una sciamana Shipibo speciale e potentissima.

Credo mi abbia fregato la religiosità che scorre sotto al tutto, ma dopo l’ascolto di Dark Night Mother metto sempre i Popol Vuh, come d’istinto. Se doveste passare in radio un pezzo di Dark Night Mother, cosa gli fareste seguire? O con che cosa lo introdurreste?

Massimo Pupillo: Bellissima intuizione! In generale sono legatissimo a tutto quello che proviene dalla Germania dei primi anni Settanta (per citare Julian Cope, cosa mettevano nell’ acqua degli acquedotti tedeschi in quegli anni?) ma ai Popol Vuh proprio in modo speciale. Potrei risponderti che lo introdurrei con Imperium dei Current 93 (e se qualcuno sarà tentato di ascoltarlo capirà forse il perché). Lo farei seguire da Harmony Of The Spheres del compositore olandese Joep Franssen.

Stefano Pilia: Sì, perfetti! Ogni volta che sento una nota dei Popol Vuh visualizzo sempre il fiume Ucayali, la foresta amazzonica. L’incredibile tema di “Aguirre” ancora mi sorprende dopo innumerevoli volte. Penso metterei TURYASAGITANANDA di Alice Coltrane. Sento Dark Night Mother come un disco di musica devozionale molto vicino in questo senso a questo disco di Alice Coltrane.

Stefano Pilia - Massimo Pupillo
foto di Sylvia Steinhäuser

Nella presentazione di Dark Night Mother si parla di sciamani. Il titolo dell’altro vostro album uscito quest’anno per Soave rimanda a un diverso misticismo, quello cristiano, e sempre a una “notte scura”, quella di un mistico spagnolo: sound non identici, ma stesso approccio a-razionale. Purtroppo Kenosis è passato sotto silenzio, invece è un grandissimo disco “ambient”, potente, con una forza d’attrazione incredibile. Cosa vi ha influenzato quella volta? Lo avete ri-analizzato a distanza di tempo?

Massimo Pupillo: Grazie delle belle parole. Quando esce un disco per me , forse è una cosa trita e ritrita da dire, ma è come un bambino che ormai ha una vita propria; e tendo a non tornarci molto e a non ri-analizzarlo a posteriori. Credo che le influenze o le ispirazioni non siano legate ad un singolo disco ma siano forze che prendono archi propulsivi propri e spesso racchiudono diversi lavori, anche nati con formazioni diverse. Anzi, a volte produrre più lavori permette di esplorare fino in fondo le intuizioni che sono arrivate. Credo che siamo entrambi giunti a una fase in cui riusciamo a dichiarare in musica quello che sentiamo, in modo profondo e senza paura di essere fraintesi. E arrivare a questo è stato un processo non esente da profonde e lunghe notti oscure dell’anima. Quanto alle metafore, alle immagini ed ai simboli cui facciamo riferimento, credo che sarebbe una questione da elaborare con calma, e forse l’intervista per l’uscita di un album non è la sede adatta a farlo.

Stefano Pilia: Grazie davvero. Dark Night Mother è stata come la necessaria invocazione alle Muse che ci ha permesso di affrontare il percorso di Kenosis e della musica che stiamo scoprendo e sviluppando assieme. Siamo partiti principalmente dai nostri due strumenti abbandonandone i codici più convenzionali e procedendo in un dimensione di esplorazione e di ascolto, di “ricerca dell’aura dei suoni” attraverso di loro. Ho ritrovato molto delle modalità di registrazione e composizione che mettevamo in atto con i 3/4HadBeenEliminated. Si tratta di modalità di ricezione, di stratificazione di improvvisazione e di aspetti compositivi convogliati in un processo più ampio, che definirei alchemico. La musica passa attraverso di noi, ci mostra la direzione, seguiamo quest’onda alla quale affidiamo poi altre intenzioni e direzioni. È un processo trasformativo continuo di noi stessi attraverso la musica e viceversa.

I vostri nomi sono legati principalmente a musiche strumentali, anche se non sono mancate collaborazioni con voci “importanti”, basta pensare solo a quella con David Tibet in Zu93: quanto l’aspetto testuale nella musica rappresenta per voi uno stimolo e quanto invece un peso?

Massimo Pupillo: Ti direi che il Logos è così cruciale e ritengo la voce umana uno strumento possibile portatore di un senso così profondo che con Zu, ad esempio, proprio per questo motivo, abbiamo deciso di non usarla. L’intenzione di un autore è fondamentale e va oltre la cosa detta. Quindi sì, è uno stimolo, certamente, quando hai l’ onore di lavorare con qualcuno come David Tibet che davanti ai tuoi occhi distilla un testo gnostico, di una profondità e di una visione enormi. Allora è interessante, il testo nutre la musica che poi nutre il cantato. Prendi decisioni musicali come fossero scene teatrali che si spostano.

Stefano Pilia: È una domanda a cui è difficilissimo rispondere. La parola ha un potere incommensurabile. Quando è ed esprime verità è assai più di uno stimolo. È illuminante. Contrariamente si trasforma in una gabbia incatenante.

Che rapporto c’è con House Of Mythology, nello specifico con questa specie di nebulosa in cui si incrociano in vari modi ex Guapo, ex Coil (e Cyclobe) e Current 93? Sono progetti di riferimento per entrambi? Che pensate di questa strana famiglia che si è creata intorno a quell’etichetta? O non è strana?

Massimo Pupillo: Sono cresciuto ascoltando e seguendo etichette molto diverse fra loro, come 4AD o la SST, label che oggi verrebbero definite “boutique”, gestite da persone con una visione ben precisa, musicale ed estetica, che facevano sì che gli ascoltatori o i fan di una band finissero per interessarsi ed acquistare anche le altre uscite che magari non conoscevano. Oggi a mio avviso mancano etichette con una visione simile a questa, che è quella di House Of Mythology, il cui curatore è infatti Kristoffer Rygg, la mente dietro agli Ulver. Un musicista, amico,appassionato di musica quanto noi. Il creatore delle copertine è Paschalis Zervas, un artista greco che possiede una sensibilità unica. Il filo conduttore è fatto quindi di persone che si conoscono e stimano reciprocamente il proprio lavoro. Sono entrato in House Of Mythology con Laniakea, un duo con Daniel O’Sullivan, ex Guapo, Sunn O))) e Ulver, attualmente nei This Is Not This Heat. Il nostro album credo sia stato il secondo in assoluto che pubblicavano. Ci troviamo bene, è un rapporto in cui ci sentiamo spesso, parliamo di idee, e a volte queste conversazioni portano poi ad un progetto . Per quanto riguarda la tua seconda domanda, “strano” è uno dei migliori complimenti che io possa concepire. Quindi ne penso bene.

Visto che – come s’intuisce – tra di voi c’è una solida collaborazione, che dura da prima che pubblicaste qualcosa a vostro nome, è logico chiedere cosa ha imparato Stefano da Massimo, e viceversa. In che modo uno permette all’altro di migliorare?

Massimo Pupillo: È difficile rispondere in modo razionale a questa domanda: con Stefano c’è una profonda amicizia che dura da circa dieci anni, che ci ha avvicinato prima personalmente e poi, sempre di più, anche musicalmente. Io credo moltissimo nei processi di osmosi, cioè nel passarsi cose per vie che spesso non sono razionali ma direi epidermiche. Come fanno i maestri tibetani che ti passano un insegnamento poggiandoti la fronte sulla tua. Allo stesso modo e molto più laicamente, per gli Zu stare in tour coi Melvins cambiò il nostro suono, ma senza che cercassimo o volessimo imitarli. Sono processi misteriosi che però avvengono, se ci fai caso; e credo che fra me e Stefano ci sia un percorso ed un legame del genere in corso.

Stefano Pilia: C’è sempre stato uno scambio continuo che è certamente in gran parte osmotico. Il tutto ha alla base una ricerca esistenziale, filosofica e religiosa condivisa che arriva ancora prima del discorso musicale, e dal quale io credo nasca poi anche la musica che facciamo. È una cosa molto preziosa. Ho scoperto testi che oggi ritengo per me fondamentali proprio grazie a Massimo. Per me è un po’ come un fratello maggiore.

Siete anche degli stakanovisti, sempre impegnati in una mole considerevole di progetti: quale è il disco in cui suona Massimo che piace più a Stefano e quale è il disco in cui suona Stefano che piace più a Massimo?

Massimo Pupillo: Non mi sento uno stakanovista. Preferisco pensarmi come un albero da frutta, che in alcune stagioni ha molto da offrire mentre in altre riposa, o si ricarica. Di Stefano mi è difficile isolare un solo disco, devo dirti almeno tutto quello cha ha prodotto con i 3/4HadBeenElminated e tutto il suo lavoro solista, è tutta musica davvero incredibile.

Stefano Pilia: Praticamente tutti i dischi degli Zu, Becoming Animal e Uruk.

Dove vi vedremo suonare nel 2019? Intendiamo voi due insieme, perché già si annunciano tour teatrali di Massimo Volume e altro ancora…

Massimo Pupillo: Speriamo ci siano occasioni di continuare l’avventura del duo. Abbiamo lavorato tanto nell’ultimo anno, abbiamo ancora idee e registrazioni inedite. Non ho dubbi che ci sarà molto altro. Per rispondere in senso pratico, credo che saremmo molto interessati a continuare anche un lavoro in trio con Lillevan ai video: con lui, che è un vero maestro nell’ improvvisazione live con i video, abbiamo suonato all’ A L’Arme Festival a Berlino lo scorso agosto e ci siamo trovati benissimo su tutti i fronti, e sarebbe molto interessante approfondire questa collaborazione.

Stefano Pilia: Non suono più con i Massimo Volume. Le strade si sono separate per necessità e per vite ed orizzonti diversi. Ma l’amicizia e il rispetto per fortuna non si sono persi mai. Massimo ed io abbiamo molta altra musica già registrata e molte altre cose che stiamo sviluppando e scrivendo. Non solo in due. Certamente suoneremo durante il prossimo anno. Speriamo di rincontrare presto anche Lillevan e di avere occasione di continuare il lavoro con lui.