SONAR WITH DAVID TORN, Vortex

Inverno 2015, mi trovavo a lavorare e vivere, ahimè, a Zurigo, una città bellissima ma purtroppo abitata dagli svizzeri tedeschi (gente dal cui mood mi sento lontano non anni, ma secoli-luce). Di questo gioiellino algido e gelido, dove un cappuccino costa 5 euro, ricordo con nostalgia soprattutto un negozio dischi: Recommended Records, a dir poco fantastico, in RautiStrasse. La prima volta che ci entrai iniziai a sudare per l’emozione, era praticamente il posto dei miei sogni: tutto quello che c’era dentro era interessante. Un giorno, mentre stavo ascoltando altro in cuffia, sentii in diffusione una musica che mi catturò all’istante, ma che non conoscevo affatto. Erano i Sonar, un quartetto svizzero, e il disco che stava girando era il loro penultimo lavoro, Black Light, pubblicato da Cuneiform. Due chitarre, basso e batteria, accordature tritone usate in modo molto particolare, labirinti ritmici, groove matematici eppure naturali, poche idee ma nitide e chiare per uno stile asciutto, rigoroso, esatto (sono pur sempre svizzeri, del resto): un disco che non è nulla di rivoluzionario ma che aveva saputo catturarmi, ed aveva richiamato l’attenzione anche di un guru come Henry Kaiser (uno che spazia dalle colonne sonore di Herzog, per cui ha fatto anche riprese subacquee, a Yo Miles!, il tributo al Davis elettrico in coabitazione con Wadada Leo Smith), che ha avuto l’idea di invitare il chitarrista e produttore David Torn (me lo ricordo dal vivo a Reggio Jazz secoli fa, è uno che calca le scene da una vita, ed al quale musicisti come ad esempio Nils Petter Molvaer devono più di qualcosa) a produrre il loro nuovo disco. Come si suol dire, da cosa nasce cosa, ed il rapporto in studio si è evoluto in qualcosa di più solido, per cui Torn in questo Vortex figura effettivamente come quinto membro della band. Il suo armamentario classico (chitarra elettrica, live looping & manipulation) si fonde senza sembrare messo lì ex post con le architetture austere e funzionali del quartetto elvetico, ma anzi regalando nuova, inedita profondità e spazio, prospettive, punti, linee di fuga (come titola un pezzo di uno dei geni da esportazione di casa nostra, il sardo trapiantato a Barcellona Paolo Angeli). I grooves euclidei, come una rivisitazione secondo sei angoli diversi di “Frame By Frame” dei King Crimson (avete mai sentito la versione di Stefano Bollani per solo pianoforte?) di “Part 44”, l’incedere dispari e math di “Red Shift”, che ricorda da vicinissimo proprio certi momenti di Black light, su cui Torn svisa come un Hendrix più rugginoso e ambient, “Waves & Particles” e il suo portare Steve Reich su territori rock, “Monolith”, di nome ma non di fatto, in realtà aperta e circospetta, notturna, “Vortex” e il suo metronomo assassino, sulla scia dei Goat (quelli giapponesi), ed a chiudere “Lookface!”, con un groove più liquido e quasi jazz, e un Torn sopra le righe (forse perfino troppo), come un funky senza gravità.

Sei tracce mai sotto i sette minuti di durata per un disco senz’altro riuscito, che non offre nulla di inedito ma mostra grande classe e chiarezza di intenti, per una band che ha svezzato anche altre formazioni svizzere come ad esempio Schnellertollermeier, visti qualche tempo fa all’Area Sismica. Leggendo la presskit, noto con stupore che il disco è stato registrato a Maur, nelle campagne vicino a Zurigo, esattamente a due passi da una casa dove ho vissuto qualche tempo. Mi era sempre venuta voglia di curiosare in quell’enorme struttura di legno, quando passeggiavo attorno al lago. Mi devo essere perso sicuramente qualcosa.

Tracklist

A1. Part 44
A2. Red Shift
B1. Waves And Particles
B2. Monolith
C1. Vortex
C2. Lookface!
D1. Monolith (live)
D2. Part 44 (live)