SÓLSTAFIR, Berdreyminn

Berdreyminn segue, a tre anni di distanza, Ótta, ampliandone le venature “post-” e segnando un ulteriore distacco dalle origini dei Sólstafir. La formazione di Reykjavík ha plasmato uno stile multiforme che ha in sé tanto la tendenza a delineare ampi paesaggi sonori, quanto una lieve malinconia. Gli episodi inclusi sottendono a una riflessività che si manifesta a partire dalla loro struttura in crescendo e che si rivela pienamente nei frangenti in cui le linee vocali di Aðalbjörn Tryggvason divengono drammatiche.

“Hula” è contraddistinta dalla simmetria esistente tra i fraseggi di chitarra, i cori che riportano alla mente i vasti paesaggi islandesi e gli interventi di piano evocativi.

“Nárós” mostra alcune aperture a sonorità estreme, ma è priva della creatività che caratterizzava l’esecuzione di Guðmundur Óli Pálmason: modificare gli equilibri di un’entità rimasta intatta per quasi due decenni può portare a un’evoluzione, ma anche a lasciare indietro qualcosa.

La progressiva “Ambátt” è assimilabile a quanto proposto a partire da Svartir Sandar e introduce l’ascoltatore alle atmosfere solenni della conclusiva “Bláfjall”.

Ne risulta un album in cui perdersi e ritrovarsi, consapevoli dei cambiamenti in atto.