SATOR, Ordeal

Si era parlato dei Sator in occasione dell’uscita del debutto omonimo (2015) e ritrovarli fa affiorare un pizzico di nostalgia per ciò che erano stati in grado di confezionare. Ordeal prende le mosse proprio da dove eravamo rimasti, aggiungendovi frangenti nei quali si denota una maggiore aggressività.

I rallentamenti presenti in “Soulride” tendono a una revisione dello stile della band, oggi privo di aperture ad altro che non sia lo sludge doom e propenso ad annientare l’ascoltatore per mezzo di riff oscuri eppure intrinsecamente legati alla tradizione. In “Sky Burial” , invece, emergono echi di ciò che avevano proposto in passato, ma sono inghiottiti da una matassa sonora dalla quale è difficile liberarsi. Ipnotici e al contempo lievemente ridondanti, i Sator evocano immagini di desolazione e le rendono ancora più inquietanti ricorrendo a linee vocali estremamente ruvide, il cui apporto è comunque un ingranaggio dell’insieme: la scorrevolezza di “Funeral Pyres”, ad esempio, è in gran parte dovuta alla fitta trama sonora sulla quale si erige. Tenendo conto che un brano (“Heartache”) era già stato diffuso durante il 2016 (in una versione diversa da quella qui inclusa) e che è stato sapientemente posto in apertura, le restanti tracce costituiscono la conferma di quanto offerto in precedenza, ovverosia una rilettura personale della musica del destino.