SARCOFAGUS, Envoy Of Death

Scrivere di Envoy Of Death evoca ricordi sbiaditi e accorcia la distanza tra la persona che sta per mettere insieme questo articolo e qualcuno che forse non c’è più. Uscito nel 1980 come il debutto Cycle Of Life (sempre per JP-Musiikki OY, che l’anno prima aveva pubblicato anche il 7” “Go To Hell”/“All Those Lies”), il secondo album dei finlandesi Sarcofagus attrasse un diciannovenne grazie a questa nota sul retrocopertina:

What comes after death is a question which has always occupied the human mind. Will we simply stop existing or will we move to another level of existence, to be part of a universal mind or g to heaven or hell? Perhaps we will be reincarnated to live life after life? Are we really alive at all? We’ll only know for sure when we die, and meanwhile there is plenty of scope for imagination and myth.

Le parole scelte dal chitarrista Kimmo Kuusniemi (fondatore dell’Associazione finlandese Heavy Rock: Suomen Heavy rock-yhdistys, tramite la quale all’epoca organizzava concerti) contenevano l’essenza dei tantissimi dischi in apparenza scuri – ma pieni di speranza – che quel ragazzo stava imparando a conoscere. Ad affascinarlo fu un suono sospeso tra riferimenti ai tardi anni Settanta e la cosiddetta NWOBHM, poi nei sette capitoli del disco avrebbe riconosciuto anche tematiche introspettive – appena celate da riferimenti iconografici ai misteri dell’Antico Egitto – e sorprendenti inflessioni (proto) doom. Ascoltò per la prima volta il cd (era la ristampa di Mellotron Records del 1996) durante il viaggio di ritorno da un corso serale su di un bus di mezzanotte poco frequentato: dopo alcune fermate in cittadine di provincia tristemente grigie si rese conto di essere l’unico passeggero rimasto e, mentre le palpebre si chiudevano, il testo di “The Deadly Game” lo incoraggiò a cercare di realizzare sé stesso e trovare il proprio posto nel mondo. Quella di Envoy Of Death era una narrazione che voleva insegnarci ad assumere la responsabilità delle nostre decisioni e a rimanere fedeli ai nostri cuori […]. Ogni canzone è la storia di un’anima che racconta la sua vita passata all’inviato dalla morte. La strofa conclusiva di “Insane Rebel” vede il cantante Jukka Homi (in seguito bassista degli OZ, a partire da Fire The Brain del 1983) rivelare con limpidezza queste intenzioni:

My life passed by before it really even started […] It was a dark and cold winter night When I least expected it, five guys attacked me Senseless beating and kicking, terrible pain Ended at last in sweet, sweet death.

Il batterista Ronnie Österberg morì alcune settimane dopo le registrazioni dell’album ed è possibile ascoltarlo solo nella trama noise e psichedelica di “Black Contract”, che chiude tutto con questo sinistro spoken word:

I’m your creator, your god, I am all I am the universe, I am the eternity, I am everything.

Negli altri brani avrebbe suonato Ari-Pekka Roitto (già presente su Cycle Of Life), poi sostituito da Urpo Sorvali (padre di Henri Sorvali di Finntroll e Moonsorrow) su Moottorilinnut della Kimmo Kuusniemi Band (1982). Forse in futuro analizzeremo le vicende che porteranno alla realizzazione di quel terzo disco e alla nascita dei progetti Exciter (Automania, 1986) e Double Vision (Dream On, 1991), o ancora della successiva rinascita dei Sarcofagus (in concomitanza con la realizzazione del documentario “Promised Land of Heavy Metal”, 2008, di Tanja Katinka Karttunen)…