REVELATION, Inner Harbor

Revelation

2004. Nasce la Bland Hand Records, etichetta indipendente il cui fine è pubblicare in formato digitale dei brani composti ed eseguiti dagli Against Nature, formazione il cui nome riporta subito alla memoria Never Comes Silence, secondo album dei seminali Revelation. E infatti di loro si tratta. La strumentazione è rimasta invariata e con essa l’approccio compositivo memore dei power-trio degli anni Settanta, quelli che ti facevano annusare il sudore che colava dai microfoni ed esalavano in pieno volto il fumo che usciva da degli amplificatori scarni ma potenti. Chitarre ronzanti in evidenza e inaspettate divagazioni strumentali, dalle cui retrovie pulsa il basso di Bert Hall e giungono i fantasiosi cambi di tempo attuati da Steve Branagan, che si lasciano apprezzare sin dalle prime note di “Inner Harbor”. I Revelation hanno ormai acquisito quel savoir-faire da uomini di mezz’età in grado di muoversi con destrezza tra serpeggianti vibrazioni bluesy e trascinanti cavalcate impreziosite dall’interpretazione di John Brenner. Le linee vocali fanno da contorno ad audaci trame sonore, sorrette da un paio di soluzioni ritmiche di base sulle quali vanno a innestarsi ulteriori elementi, come il jazz destrutturato in “Rebecca At The Well” o la nostalgia per il movimento NWOBHM di “Eve Separated”. L’intenzione pare essere quella di esplorare gli anfratti più reconditi del progressive doom, pur non sbilanciandosi troppo su uno dei due versanti. I tre esploratori di Baltimora hanno valutato con acume la conformazione geografica dei territori nei quali desideravano avventurarsi e ne danno piena dimostrazione, offrendo un album eloquente.