PHARAOH, After The Fire

Pharaoh

Con la pubblicazione di After The Fire (in origine avvenuta nel 2003) hanno avuto inizio diverse avventure, se così le si può definire. La prima è quella della band stessa, la seconda quella di Cruz Del Sur e la terza quella di chi sta scrivendo queste poche righe. Da qui, infatti, scoprii Tim Aymar e poi alcune delle formazioni di cui aveva fatto parte in passato. I lettori lo conosceranno per avere fatto parte dei Control Denied, il cui suono è affine a quello degli stessi Pharaoh, che con il tempo hanno sviluppato un gusto melodico qui appena accennato. Da allora il gruppo ha realizzato altri tre album e un paio di ep (il primo dei quali è un tributo ai Coroner, condiviso con Canvas Solaris) e ha evoluto il suo stile divenendo più tecnico, eppure mantenendone intatti gli elementi essenziali. Escluso Aymar, tutti i musicisti qui coinvolti hanno fatto parte dei Dawnbringer, i cui ultimi due dischi mostrano alcune somiglianze con i Pharaoh, anche se nel caso di questi ultimi lo spettro di influenze (e quindi anche la varietà della musica proposta) è più ampio. Il chitarrista Matt Johnsen afferma infatti che inizialmente i suoi punti di riferimento erano Rage e Angra, mentre per Chris Black lo erano Saxon e Iron Maiden. Per me i Pharaoh sono sempre stati gli unici a sintetizzare in modo efficace i tecnicismi e le melodie dei Control Denied con l’aggressività degli Iced Earth. All’interno della loro discografia, After The Fire sta nel mezzo, nel senso che mostra ancora alcuni margini di crescita (non raggiungendo le vette di Be Gone), ma evidenzia anche un approccio più d’impatto, poi abbandonato in favore di uno più cerebrale. In occasione del quindicesimo anniversario dalla sua pubblicazione, l’album esce in vinile, andando a riempire un buco sinora inspiegabile nella collezione di chi ama l’heavy metal di classe.