NEGURĂ BUNGET, Zău

I Negură Bunget erano la creatura di Gabriel “Negru” Mafa, in particolare da quando – dopo la separazione dal partner storico Edmond Karban (Hupogrammos) – avevano finito per combaciare completamente con la sua visione artistica. Del resto, la band di Timișoara aveva già intrapreso un percorso personale e lontano dai cliché del genere, visto che si era via via spostata da un black metal primordiale ma ricco di atmosfera a un ibrido in perfetto equilibrio tra questo e la musica tradizionale rumena, di cui gli ultimi album avevano rappresentato una vera e propria celebrazione. Quello dei Negură Bunget non era però un semplice mix di furia metal e suoni tradizionali ascrivibile al folk-metal, quanto una vera e propria ricerca che partiva dall’osservazione della propria terra natale per metterla in correlazione con la cultura e il sentire dei suoi abitanti, in un continuo passare dalla natura al suo impatto sulla spiritualità, dal piano materiale a quello metafisico. Una delle priorità di Negru era, infatti, proprio la voglia di liberare la Transilvania da tutte le sovrastrutture posticce che la penna e la fantasia di osservatori esterni le avevamo appiccicato nel tempo per restituirla ad uno sguardo interno, soprattutto allo sguardo di chi aveva passato gran parte della sua vita a studiare e cercare connessioni ulteriori e più profonde con quei paesaggi tanto affascinanti quanto impervi. A questo scopo, il musicista aveva ideato la trilogia transilvana che si sarebbe dovuta comporre di tre capitoli, il primo, TĂU del 2015, incentrato proprio sulla natura e su quelle montagne e foreste che il batterista amava fotografare, il successivo ZI, uscito nel 2016, che la collegava alle tradizioni e alle leggende della gente che la abita e un terzo che riunisse in sé i due aspetti, terreno e spirituale, in quella che era la visione da sempre propria della band. Purtroppo, nel marzo del 2017 il musicista è venuto a mancare lasciando un vuoto incolmabile sia in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di apprezzarne tutto il valore umano, sia in chi ne ha apprezzato la musica e l’enorme passione che la caratterizzava. Con la sua morte sembrava persa anche ogni speranza di vedere compiuta la trilogia e di poter godere appieno del suo lascito e della sua opera completa così come era stata progettata, aggiungendo un senso di incompletezza alla scomparsa prematura del musicista. In realtà. Prima di partire per l’ultimo tour, Negru aveva già registrato tutte le parti di batteria del disco e aveva raccolto appunti, parti di brani e quanto altro doveva servire per completare il terzo capitolo una volta rientrati a casa: da questi elementi e delle molte conversazioni tenute circa il risultato finale che avrebbe avuto Zău, i compagni di viaggio di Gabriel hanno tratto la spina dorsale del disco e hanno lavorato il più fedelmente possibile alla sua visione per chiudere il percorso e portare a termine quanto intrapreso insieme. Ecco, quindi, che oggi possiamo mettere realmente la parola fine alla parabola di una delle realtà più interessanti del panorama metal mondiale, attiva dal lontano 1995 e destinata a restare legata indissolubilmente alla figura del suo ideatore e membro originario. Sul piano musicale, Zău dimostra come Tibor Kati, Adi “OQ” Neagoe e Petrică Ionuţescu abbiano saputo rendere appieno giustizia al loro amico, perché quello che ci ritroviamo di fronte è un disco maestoso in cui le anime metal e tradizionale dei Negură Bunget si amalgamano alla perfezione e chiudono il cerchio con un disco tanto legato all’ultima parte del percorso quanto capace di guardarsi indietro per riabbracciare la furia black degli esordi e la sua indole più ferale e al contempo maestosa. Un ultimo capitolo che serve a terminare il viaggio e rende giustizia all’opera di Negru, tanto riuscito quanto accompagnato dal dolore di saperlo capitolo finale e addio definitivo al suo ideatore.