MYRKUR, Mareridt

Myrkur è Amalie Bruun, polistrumentista danese la cui formazione classica sta lentamente affiorando dal magma sonoro tramite cui si era fatta conoscere ai tempi di Nattens Barn (Bambino della notte, 2014). Mareridt (Incubo) si rivela essere ciò che il titolo evoca, vale a dire un caleidoscopio di suoni che si sovrappongono in maniera apparentemente disordinata, alternando episodi assimilabili al black metal ad altri eterei. Nonostante M lasciasse trasparire un’evoluzione in tal senso, è in “Crown” e “De Tre Piker”  (Le tre fanciulle) che affiorano influssi folk in precedenza appena accennati. Il ricorso a strumenti quali violino, organo, nyckelharpa (corrispondente svedese della viella a chiavi), contrabbasso, mandola e scacciapensieri amplificano il distacco dalla scena estrema, permettendole di inglobare all’interno della propria musica sensazioni altrimenti inveicolabili. La partecipazione di Chelsea Wolfe in “Funeral” assume in tal senso un ruolo centrale nell’economia dell’album, in quanto permette di dare sfumature innovative per Myrkur, peculiari invece per l’artista di Sacramento. Laddove permangono elementi di matrice estrema (“Ulvinde”, cioè Lupa), vengono inclusi all’interno di una struttura suscettibile di aprirsi a un ampio spettro emozionale e per questo avulsa da un contesto rock. La fusione di queste differenti anime avviene tra i solchi dell’evocativa “Gladiatrix”, che se non fosse per il lavoro svolto da Aaron Weaver (Wolves In The Throne Room, batteria) avrebbe potuto chiudere il discorso in maniera soft, risparmiando l’epilogo affidato alla medievale “Kætteren” (L’eretico) e alla corale “Børnehjem” (Orfanotrofio). Si può immaginare che Mareridt verrà aspramente criticato da coloro avevano accolto malamente l’evoluzione iniziata con Den Lille Piges Død (La morte della piccola fanciulla, 2015), ma forse solo in quanto volutamente disturbante e innovativo. Nelle parole della musicista stessa: «I wanted to make an album that I always needed to exist but never did. So, I wrote it myself».