MATHIAS DELPLANQUE, Transmissions

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Dovunque vi saranno molte macchine per sostituire gli uomini, vi saranno sempre molti uomini che non sono altro che macchine.

Louis de Bonald, “Pensieri su diversi argomenti”, 1817

Immaginate di essere all’interno di una fabbrica: vi sentirete subito soffocare a causa dell’aria irrespirabile e avrete la sensazione di rimanere storditi dai rumori metallici e di essere inghiottiti dall’oscurità delle pareti impregnate di olio lubrificante. È in questo luogo che l’uomo si aliena da tutto e da tutti, diventando una macchina. Transmissions è proprio una delle testimonianze sotto forma di musica più riuscite dell’alienazione umana, perché, nonostante sia composto e registrato dall’uomo, non è l’uomo a esserne il protagonista, bensì le macchine industriali, che come noi “si accoppiano sempre tra di loro”. Con queste ultime, infatti, Mathias Delplanque, secondo il concetto di trasmissione meccanica, sperimenta nella prima parte le sonorità prodotte all’interno della fabbrica tessile di Cholet (in Francia), come se fosse un progetto di riqualificazione ambientale con il riutilizzo di spazi dismessi, e nella seconda quelle ricavate dagli studenti di un seminario condotto a Nantes dallo stesso musicista. Probabilmente, se qualcuno si avvicinasse a Transmissions senza sapere com’è stato realizzato, nemmeno capirebbe dove sono nati i pezzi. I rumori che si susseguono, infatti, sembrano tutt’altro che quelli di una manifattura: vetri che si rompono, campane di una chiesa che rimbombano, lancette di un orologio che si bloccano, macchine da scrivere che s’inceppano, gocce di pioggia che rimbalzano, battiti cardiaci che s’interrompono. Se però poi si ascolta il disco con gli occhi chiusi, ecco che l’immaginazione trasporta inevitabilmente il fruitore all’interno del set di “Deserto Rosso”, suoni industriali di sottofondo inclusi, o addirittura gli riporta alla mente fotogrammi d’altri tempi, facendolo immedesimare ad esempio con gli operai che nel 1895 uscivano dal una fabbrica di Lione, quelli ripresi dai fratelli Lumière. In apparenza qualcosa di già visto e sentito, quindi, questo lavoro uscito su Crònica ha quel non so che di originale. Alla base dell’esperimento c’è forse la stessa idea utilizzata per The Curfew Recordings, usciti su album per Harbinger Sound nel 2013, ma raccolti nel 1984 in uno stabilimento non più in funzione situato a Derwenthaugh, vicino a Scottswood sul fiume Tyne. Se l’idea è la stessa, il risultato è però completamente differente: in Transmissions, infatti, non ci sono strumentazioni acustiche, ma solo macchine industriali; soprattutto il materiale di partenza ha subito una trasformazione, al contrario di quanto succede in The Curfew Recordings. L’atmosfera di Transmissions, colorandosi di un sapore industrial non troppo arrugginito, ricorda a tratti anche le sperimentazioni robotiche di Pierre Bastien. Il suono, quindi, non viene umanizzato, bensì manipolato secondo lo scopo della musica concreta. Qualcosa, quindi, non solo alienante, ma – come si accennava – adatto a valorizzare gli spazi architettonici dismessi e poi riqualificati, come quelli contemporanei convertiti da Renzo Piano.

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