Kevin Hufnagel (Dysrhythmia, Sabbath Assembly, Vaura, Gorguts…): secondi spezzati

Kevin Hufnagel, photo by Justina Villanueva
Kevin Hufnagel, photo by Justina Villanueva

Kevin Hufnagel, spesso su queste pagine, è un musicista americano che in circa vent’anni di attività ha prestato le proprie idee e capacità esecutive a più band e progetti. Il mio incontro con la sua musica è avvenuto agli albori degli anni Duemila: si trattava dei suoi Dysrhythmia. In tempi recenti, invece, l’ho ritrovato un album solista davvero significativo. Nel frattempo ha pubblicato anche Terminal Threshold e una colonna sonora. A mio parere le sue uscite non deludono mai e anzi aprono spiragli su mondi sonori da me talvolta inesplorati, rinnovando la curiosità verso altre musiche. La stessa curiosità che mi spinge a scrivere e cercare sempre qualcosa di nuovo. Quest’intervista vuole dunque essere un modo per ringraziare Kevin per tutto quanto di buono ci ha regalato sinora e che (ne sono certo) saprà offrirci anche in futuro. Buona lettura.

Per quanto ne so, la tua carriera di musicista ha avuto inizio durante la prima metà degli anni Novanta, ma non conosco nulla di quel periodo. Potresti condividere con i nostri lettori qualcosa riguardante i tuoi anni formativi?

Kevin Hufnagel: Certamente. Ho iniziato a suonare la chitarra a dieci anni dopo averne ricevuta una per Natale dai miei genitori. Durante le scuole superiori avevo due differenti progetti musicali. Uno si chiamava The Fifth Season ed era una progressive metal band. Abbiamo realizzato un demo nel 1993 per poi scioglierci. Nel 1994 fondai un progetto strumentale acustico chiamato Grey Division Blue insieme a Clayton Ingerson, con cui fondai poi i Dysrhythmia nel 1998. Abbiamo pubblicato un ep intitolato Departure e suonato alcune volte dal vivo. Nel 1994 ho anche iniziato a studiare musica e chitarra jazz presso la University of the Arts a Philadelphia. Appena diplomato, ho iniziato a suonare con i Dysrhythmia.

Nonostante abbia sempre realizzato lavori da solista, Dysrhythmia sembra essere la band di cui abbia fatto parte più a lungo e si è evoluta molto in questi venti anni. Come vedi la tua crescita attraverso gli album realizzati con Dysrhythmia?

Credo che con il passare degli anni la scrittura e la direzione musicale degli album siano divenute più coese. Agli inizi lavoravamo su una canzone per volta senza pensare a una specifica direzione musicale. Parte del nostro primo materiale è nato incontrandoci e semplicemente improvvisando. Abbiamo registrato queste improvvisazioni e poi trovato le parti buone su cui costruire le canzoni. Ciò ha portato ad album interessanti e per certi aspetti eclettici (penso in particolare a No Interference). Durante la scrittura di Psychic Maps il nostro approccio ha iniziato a cambiare. Io e Colin (Marston, basso) abbiamo iniziato a portare canzoni già complete su cui poi ognuno lavorava aggiungendo i propri interventi. Occasionalmente scriviamo anche le parti degli altri. Un esempio è “Twin Stalkers” dal nuovo album, che ho scritto per Jeff (Eber, batteria) utilizzando una drum machine e su cui ho poi costruito le parti di chitarra.

Terminal Threshold è un album davvero complesso che (penso) segna un ritorno a un suono e a una produzione tradizionale che si discosta almeno in parte dalle precedenti uscite della band. Pare ti sia mosso in più direzioni avendo in mente idee differenti, quindi mi chiedo quale fosse il tuo obiettivo quando fondasti la band e quale sia ora, dopo otto album in studio.

Non ho mai avuto progetti a lungo termine con questa band. È sempre stato un andare avanti un album alla volta. L’obiettivo principale è sempre quello di rendere al meglio la musica che stiamo scrivendo in un dato momento. Quando ho fondato i Dysrhythmia avevo in mente di realizzare almeno un album e suonare qualche volta dal vivo (dato che allora nessuna delle mie band aveva raggiunto questo traguardo). È assurdo pensare che lo stiamo facendo ancora venti anni dopo e con la sensazione di avere sempre qualcosa da dire musicalmente e dal punto di vista creativo. Non l’avrei mai immaginato ai tempi.

Nei Dysrhythmia devi confrontarti con le idee di altri due musicisti, eppure ho sempre considerato la band come un’unità, forse per la natura della vostra musica, che è allo stesso tempo intricata e orecchiabile (quantomeno a mio parere). Come lavorate a una nuova canzone o album? Scrivete qualcosa in autonomia e poi ne parlate oppure suonate insieme tutti e tre già a partire dalla prima nota?

Come detto, oggi di solito è uno di noi che porta un brano interamente scritto e gli altri poi ci si esercitano sopra scrivendo le proprie parti a casa o durante le prove. A volte abbiamo sin dall’inizio un tema musicale. Per esempio in occasione dell’album The Veil Of Control sapevo di voler utilizzare solamente chitarre a 12 corde, in modo da conferirgli un carattere unico. Per Terminal Threshold ci siamo detti di fare la nostra versione di un album thrash e abbiamo tirato fuori alcune delle nostre influenze più tradizionali. Trovo che il processo di scrittura fluisca meglio quando hai in mente una direzione fin dall’inizio, anche se poi diverge e si espande strada facendo.

Terminal Threshold ha una copertina stupenda, diversa da qualsiasi cosa abbiate utilizzato in precedenza. Potresti descriverne il tema e/o significato?

È stata realizzata da Terry Grow, che abita in Louisiana e principalmente fa il tatuatore. Ha lavorato molto per i Behold The Arctopus. Sapevo di volere qualcosa di molto colorato e impressionante, questa volta. Le nostre copertine precedenti sono sempre state più testuali e minimaliste e non era ciò che desideravo per questo album. Ho fatto avere a Terry una versione demo delle canzoni con i titoli e alcune copertine di libri che mi piacevano, dicendogli di realizzare quello che voleva. Non abbiamo dovuto cambiare quasi nulla. Se osservi la copertina puoi trovarci alcuni riferimenti ai titoli delle canzoni. Secondo me il suo dipinto rappresenta una figura che trovandosi in una follia vorticosa, è inondata da talmente tanti stimoli da arrivare a un punto di intorpidimento.

Laddove la maggior parte dei tuoi lavori solisti sono sperimentali, Messages To The Past denota un approccio tradizionale ed è pieno di armonie e melodie. Hai scritto queste canzoni durante un breve periodo di tempo oppure in anni differenti? Te lo chiedo perché a volte ho l’impressione che si tratti di frammenti, ma allo stesso tempo sono legati gli uni agli altri in termini di atmosfera.

Ho scritto l’intero album durante lo stesso anno (2016). Le idee mi sono venute velocemente e in modo naturale perché ero del tutto ispirato a realizzare un album solista focalizzato su temi melodici per esplorare quello che potevo fare con le armonie in una modalità (quasi) totalmente tonale. Ci sono state influenze specifiche che stavo canalizzando e un mondo onirico verso cui desideravo trasportare l’ascoltatore. Per me è una sorta di disco nostalgico. Dico sempre che è il tipo di album che avrei voluto realizzare da adolescente.

Ho ascoltato la colonna sonora di Imitation Girl e mi chiedo quale sia stato il tuo approccio a questo lavoro. Il film è atipico, ma pieno di spunti sul significato dell’esistenza. Potresti condividere con noi alcune opinioni sul film e parlarci di come hai affrontato la composizione delle tracce strumentali?

Grazie per avergli dato una possibilità. È stata la mia prima incursione nel mondo delle colonne sonore, che è un qualcosa che ho sempre sognato di fare. Ho incontrato la regista Natasha Kermani grazie a uno degli attori del film (Neimah Djourabchi) che è anche mio studente di chitarra. È stato sorprendentemente semplice. Natasha mi ha inviato spezzoni del film descrivendo quello che stava accadendo nella storia e io li ho interpretati dal punto di vista musicale cercando di accrescere le emozioni suscitate dalle scene. Ha anche collaborato alla realizzazione della musica con me, scrivendo alcune delle parti di chitarra. Il film è stupendo ed è un ottimo traguardo per essere la sua prima produzione indipendente di un certo rilievo. Desidero realmente potere lavorare di nuovo in questo ambito.

Fai parte anche di Sabbath Assembly e Vaura, due progetti molto differenti, ma con alcuni elementi comuni. Il tuo stile esecutivo è sempre presente e credo che alcune idee siano in qualche modo connesse tra loro. Come scegli cosa utilizzare per un progetto piuttosto che un altro? Quali emozioni desideri riversare in essi?

Il più delle volte mi è abbastanza chiaro quale idea sia destinata a quale band. Normalmente tengo le mie idee più tradizionalmente metal o folk acustiche per Sabbath Assembly. In passato ho scritto una buona manciata di canzoni per Vaura, ma per il nuovo album Sables, che è stato il primo a essere stato scritto dopo essermi unito ai Sabbath Assembly, ho lavorato esclusivamente su idee arrivatemi dagli altri musicisti coinvolti nel progetto. Dunque a questo giro non ho scritto nulla per loro e ho aggiunto solo le mie parti su idee preesistenti. Davvero non suddivido le differenti emozioni sui diversi progetti, in quanto hanno tutti un’ampia gamma di sentimenti.

La maggior parte della musica che realizzi è strumentale, quindi mi chiedo come consideri il ruolo delle parole nella musica. Oltre a suonarla, sei soprattutto un ascoltatore di musica strumentale? Come consideri le parole in un mondo moderno dove ognuno sembra autorizzato a esprimere il proprio pensiero su qualsiasi cosa?

Non direi che ascolto soprattutto musica strumentale. È metà e metà per me. Spesso quando ascolto musica, soprattutto se si tratta della prima volta che ascolto qualcosa, le mie orecchie sono maggiormente sintonizzate su ciò che accade musicalmente che non dal punto di vista dei testi. Questo forse accade di più con i musicisti che non con le persone comuni, le quali di solito si focalizzano maggiormente sulle parole. A proposito dei testi, di sicuro quelli brutti possono distrarre da e a volte rovinare un’esperienza di ascolto, nonostante apprezzi la musica. Quindi li considero importanti, nella misura in cui possa comprenderli.

Stavamo parlando delle parole. Ti piace leggere? Quali sono i tuoi autori o libri preferiti?

Gli ultimi libri che ho letto e apprezzato sono stati “Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio” di Caitlin Doughty e “Una montagna” di John D’Agata. Apprezzo anche i racconti di Barry Yourgrau, in particolare la raccolta “Wearing Dad’s Head”. Dovrei leggere di più.

Mi risulta che tu abbia suonato con i While Heaven Wept, ma senza registrare nulla. Essendo in assoluto uno dei miei gruppi preferiti, potresti raccontare qualcosa di quell’esperienza? Quali sono i tuoi ricordi migliori di quel periodo (anche al di fuori dei While Heaven Wept)?

Ho frequentato le scuole superiori insieme a Tom Phillips, fondatore dei While Heaven Wept. Tom aveva un lavoro presso Tower Records ed era un’enciclopedia di conoscenza su tutto ciò che riguardava metal, musica classica, dark ambient… Frequentavo casa sua e mi faceva ascoltare tutta questa musica oscura, tipo Jacula. È lì che ho ascoltato per la prima volta band come Gorguts e Darkthrone, quando erano ancora nuove e davvero underground. Quando la mia band Grey Division Blue realizzò il nostro primo e unico demo, lui lo supportò molto, inviandolo insieme alla sua musica a fanzine underground di tutto il mondo. Intorno al 1996 mi chiese di registrare alcune chitarre per l’album Sorrow Of The Angels, ma questa prima versione dell’album fu scartata e fu registrato nuovamente non molto tempo più tardi. I miei ricordi di questo periodo della mia vita sono in verità piuttosto nebbiosi. Credo sia stato più o meno mentre stavo finendo il college e mi devo essere sentito come sopraffatto, per cui lasciai la band. Io e Tom siamo comunque ancora amici.

Chiedo spesso ai musicisti qualcosa riguardo il loro Paese e la relazione tra la sua cultura e la loro musica. Ritieni che la cultura americana possa essere considerata un’influenza sulla tua musica, oppure no?

Domanda interessante. Non vedo la cultura statunitense nella sua interezza come un’influenza di qualche tipo sulla mia musica ma credo che sia comunque influenzato da ciò che mi circonda. Abito a New York, uno dei luoghi più diversificati al mondo. È un mix di molte culture, che è un qualcosa che preferisco. Mi sento mentalmente e fisicamente influenzato dalla velocità e dal modo caotico con cui si devono affrontare le giornate in questa città. Parte di quest’ansia e tensione è incanalata nella mia musica. A volte l’influenza di questo caos ottiene l’effetto opposto, per cui mi ritrovo a creare musica serena e ultraterrena per fuggire da questa realtà.

Ti ringrazio per il tempo che hai speso nel rispondere alle mie domande. Puoi chiudere l’intervista come preferisci…

Grazie per le domande e l’opportunità di parlare del mio lavoro.