Homekilling is taping music #5

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Quinto atto della rubrichetta dedicata alle malefatte su nastro. Piccola storia riguardo il titolo che abbiamo scelto per questo contenitore di recensioni. Siamo negli anni Ottanta, o giù di lì, sul nascere delle produzioni fai-da-te, impazzavano i celebri quattro piste, e di pari passo dilagava la proto-pirateria musicale sebbene ancora in forma analogica.
Ai tempi campagne di sensibilizzazione tuonavano con il motto “Home taping is killing music”. Fu allora che un simpatico, e malato, austriaco di nome Michael “Zos” DeWitt (Korpses Katatonik, Zero Kama) se ne usci, con un fare dissacrante tipico di quegli anni, con la simpatica storpiatura che abbiamo preso in prestito. Dunque, come avrete capito, non l’abbiamo inventata noi. Ci spiace avervi deluso, non abbiamo così tanta fantasia… anche se abbiamo ragione di credere che la musica sia morta già da un pezzo, e in ogni caso, siamo stati noi ad averla uccisa.

ISHMAEL, Untitled (Cemento, 2014)

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Vi parliamo della Cemento Ind, tape-label bolognese ormai non più neonata, dal momento che i Vogue (due dei fondatori) hanno avuto il loro esordio noise al Roma La Drona tre mesi fa, dopo la preparazione delle prime tre uscite e la loro stessa co-produzione “Dicembre 2014” con Angst. Edoardo Gobbi aka Ishmael è il terzo partner nel crimine e nel rumore, ed è più che giusto macinare composizione e produzione nello stesso impasto, come la maggior parte delle etichette indipendenti che troviamo nella nostra rubrica. Questo battesimo di fuoco è una marcia lenta e senza meta su un pianeta privo di ossigeno, dove stormi di drone veloci e cupi volano a cielo basso e beat elettronici rimbombano da un capo all’altro del globo. Frammenti synth più melodici sono una breve tregua in mezzo a fasi harsh, nastri registrati in chissà quale epoca si accavallano su nenie dark-ambient gelide, per scivolare alla fine in una nebbia rarefatta dove esplodono distorsioni come colpi di armi in una guerra solitaria. Per ulteriore disagio, i riferimenti visivi vanno cercati in “On The Silver Globe” di Andrzej Zulawski. (Giulia A. Romanelli)

L’IMPIANTO, Frequenza/Linguaggio (Cemento, 2014)

Con la citazione da “La questione della tecnica” di Martin Heidegger nella sua bustina, questa cassetta de L’impianto, progetto solista di Carlo Aromando (Hierophant, Vogue), fa contenti quelli a cui piace arrovellarsi il cervello sui riferimenti esterni e le influenze interdisciplinari dalle quali viene fuori il noise. Dettagli che difficilmente emergono durante l’ascolto (se si tratta di filosofia, poi) e che a volte vengono celati – in primis da chi suona – come un segreto o un’esperienza fin troppo personale da poter condividere. In edizione limitatissima, Frequenza/Linguaggio sciorina un dialogo noise uniforme e cupo. Distorsioni e interferenze brulicanti sono turbate dalle registrazioni in sottofondo, come un vecchio programma televisivo impegnato della Rai in corto circuito. Suoni gutturali e parole non-sense costruiscono una dialettica articolata, una stratificazione di argomentazioni indecifrabili. “Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo”. (Giulia A. Romanelli)

DEPRIVATION / AUTOCANCRENA, Untitled (Angst, Scorze, Diazepam, 2014)

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Deprivation – Mauro Sciaccaluga, Autocancrena – Lorenzo Chiarofonte. Diazepam e Scorze Records, quindi, con la Angst di mezzo. Sembra uno di quegli omicidi premeditati a lungo, orchestrati ad arte. Da Mauro Sciaccaluga, già Shiver e Wailing Of The Winds, non è mai del tutto chiaro cosa aspettarsi: è passato con morta (o molta) disinvoltura dai rumori aciduli del primo ai drone votivi del secondo. In ogni caso non mi sentirei di dire che Deprivation voglia essere una sorta di cicatrizzante tra i due, anzi forse scava un taglio ancora più profondo (“Torn Apart” starà per questo?), con Autocancrena che tratta il suono in un modo tutto suo, unilaterale. Lo stesso modo probabilmente usato da Holbein per trattare il corpo di Cristo. D’altronde “Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno”. Vale anche per questa cassetta. Un ricettacolo di noise recidivo, un’invocazione a un cielo sbarrato. Obitori all’aperto atrax-morgueiani, sipari calati sui resti di un teatro satanico. Il delitto è servito. (Tommaso Gorelli)

PSICHIATRIA PRIMO PIANO, s/t (Brave Mysteries, 2013)

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Scusi, il reparto di psichiatria? Primo piano a sinistra. Non immaginerete mai quante volte ho sognato di vivere nella realtà questo breve dialogo. Finalmente ho almeno la possibilità di scriverlo. Ringrazio dunque Stefano Iannone – capostipite della Spettro Family – per l’assist, ma soprattutto per la scelta del miglior nome che si potesse dare a un progetto musicale malato. Nonostante la costante sorveglianza medica, riesce – accompagnato dai propri strigoi (demoni in lingua rumena) e assistito da Nathaniel Ritter (mister Brave Mysteries e Kinit Her) – a pubblicare questa brevissima cassettina. Venti minuti in cui confluiscono synth oscuri e malefici, organetti inquietanti e perfino tracce distorte pinkfloydiane. Rispetto al progetto principale è meno Goblin ma più Gremlins, nel senso che ha un retrogusto ironico e scherzoso, come i mostriciattoli del film di Joe Dante. Siccome un nome del genere necessita qualcosa di schizzato e senza senso, abbiamo pensato di terminare l’articolo con alcuni stupendi titoli di film giallo/horror, perché rendono meglio l’idea del concetto psichiatrico confinato al primo piano. Quindi, prendendo spunto da “Celluloide” dei CCCP, urliamo in rapida sequenza: 5 bambole per la Luna d’agosto, La casa dalle finestre che ridono, La notte che Evelyn uscì dalla tomba, Sette strani cadaveri, Necropolis. Si potrebbe continuare all’infinito, ma fatelo voi. (Massimiliano Mercurio)

ATMÖSFERATU, Los Temores De Un Hombre Sabio (Direct Cut, 2014)

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Uscita su nastro in edizione limitata a cento copie per gli Atmösferatu da Gijón, Asturie, due lunghi brani – tra i dieci e i quindici minuti – a cavallo tra post-rock e post-metal strumentale, con una spinta potente nel momento in cui il metal fa il suo ingresso e i riff (e le chitarre soliste) danno al tutto una botta particolare, lontana dai soliti sali-scendi del genere, con un mood da anthem sepolto sotto un muro di distorsione compressa fino a sconfinare in vere e proprie bordate di feedback. Dove le atmosfere si espandono si veleggia sui lidi di un post-rock ricco di riverberi e dall’impronta minimale, con un buon gusto per la scrittura e un equilibrio tra atmosfere eteree e linee melodiche, ma è quando il tutto si fa carico di energia e il mostro comincia a ruggire, con il motore che va su di giri e rompe il trotto per lanciarsi in vere e proprie galoppate che il tutto colpisce il centro e rende questa tape un prodotto decisamente interessante. Attendiamo sviluppi. Per ora il pollice è fermamente volto verso l’alto. (Michele Giorgi)

VENTA PROTESIX, Practical Experiences Of Assisted Ejaculation (Metzger Therapie, 2014)

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Quello che si inaugura puntualmente ascoltando (o provando ad ascoltare) un lavoro di Venta Protesix è un circolo vizioso. Un circolo vizioso che mio malgrado mi ha rispedito a calci in culo ai tempi di quando io come chiunque altro ingenuo pensavo al Giappone come al paese dei pupazzi colorati, del benessere idilliaco. Tutte cazzate che Italo Belladonna ha deciso di rinfacciarci dalla sua cameretta chiusa a chiave, tappezzata di poster zozzi e con il pc sempre acceso per scaricarsi dai torrent tutta la filmografia di Wakamatsu. Facciamo mente locale su quel “glitchcore dilaniato” di Yuki Nagato Plays With My Computer. Practical Experiences Of Assisted Ejaculation ne è senza molti dubbi l’estrema conseguenza, trasferendo il contesto da “un’interfaccia umanoide” a un lettino d’infermeria. Glitch e core: attitudine e impostazione, non viceversa. Ci giurerei. Glitch inteso come “rimanenza” o “surplus” del suono e “core” come modo di fare a pezzi, in molti pezzi, e tutti molto brevi per giunta. A fine cassetta conterete ventisei di queste eiaculazioni (e non usiamo epiteti più volgari) assistite. Morboso, schizzato, nevrastenico, un referto medico che non lascia dubbi sullo stato di salute degli ascoltatori di siffatte masturbazioni rumoristiche. (Tommaso Gorelli)

ANDROPHILIA, Tradition And Family (Column, 2015)

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Dietro Androphilia c’è il veneto Federico Franzin, già conosciuto attraverso l’ambient-noir, velato da sonorità folk, di The Skin (No Voices, Santos Productions, 2012). Da allora sono trascorsi tre anni, e quindi: nuovo progetto, rumore diverso. L’audiocassetta, ovviamente autoprodotta e limitata a non più di una quarantina di esemplari, in sostanza è death-industrial, infernale, acido e dall’effetto combinato, escoriante prima, cicatrizzante dopo. In cuffia è estremamente lo-fi (che non è una parolaccia) come piace a me. Nero, abissale e dal ruvidissimo rumore di sottofondo, tanto che si può paragonare a quello del reflusso gastrico: cupo, cavernoso, silente, troppo spesso sottovalutato e inesorabile nel suo incedere. Più o meno suona così, con qualche momento inquieto in più, dovuto ai movimenti peristaltici e sistolici dell’esofago e di tutto l’apparato digerente. Sappiate che Tradition And Family ha ricordato qualcosa di Lasik Surgery: missione terminata. (Massimiliano Mercurio)

RM, Involve (Cemento, 2014)

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Riccardo Mazza (Ninos Du Brasil, Lago Morto, Lettera 22), qui con il moniker RM (già live a Milano per Dæpth e in doppia cassetta per Second Sleep), si addentra in un viaggio tra noise, techno e industrial in una lunga esplorazione per Cemento.
Un’atmosfera assopita dalla quale ci si risveglia a fatica, dove i beat arrancano a mani tese nel buio (“LW”), inquieti in mezzo a distorsioni improvvise (“Words Are Actions”) e a impulsi elettrici che vagano in una catatonia di fondo (“Involve-Evolve”, “Blinded By Sand”). Intermezzi noise (“My Fault “, “Deceit”) sono leggere scariche di adrenalina che continuano in “Sintesis Stasis”, un incubo dove bassi inquieti scandiscono il tempo e i suoni si dilatano esasperati nel vuoto del sonno, tra brevi strappi e lampi che abbacinano gli occhi chiusi. Un dormiveglia continuo, forzato, dove il subconscio gioca tiri meschini (“Lear To Lie”) e la sveglia non suona mai. (Giulia A. Romanelli)

SOVIET POP, Record Of Adventures In The Spider Hole (Goaty Tapes, 2011)

Soviet-Pop!

Lo so, non menatemi, questa cassetta è di qualche anno indietro (2011). Ogni tanto però fa bene scavare nel passato fra le tante e torbide etichette mondiali, nonché allontanarsi da certi confini standardizzati (quelli noise e industrial), ma soprattutto quelli geografici, anche se la label (Goaty Tapes) in questo caso è americana. Un background da indie-rock band negli sconosciutissimi Snapline, Li Weisi e Li Qing sono i componenti di questi fascinosi e conturbanti Soviet Pop, giovanissimo duo cinese proveniente nientemeno che dalla lontana Pechino. La loro proposta è un mélange d’oscillazioni ultrasonore, rumorini compatti e chirurgia plastica sperimentale. Variatori di frequenza per sistemi di riscaldamento a induzione che sprigionano sirene stridule e glaciali. Formule logaritmiche ed elettronica minimale, oscura e iperbolica. Penetranti come gli atomi di azoto nel processo di nitrurazione in atmosfera controllata. Sintetizzatori distorti, singoli impulsi sonar e voce marcia. Tutto questo è concentrato in quei pochi e meravigliosi minuti di “Worldview Song”. È nato un nuovo codice binario: 01010101010111, failure! (Massimiliano Mercurio)

Speciale Sarlacc Productions

ZODIAC, Zodiac
OROGEN, Demo 2014
ARGUS, Blood, Fire, Beer
THY SINISTER BLOOM, Fragrant Suncry, A Scented Memorium

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Da alcuni anni Sarlacc Productions si dedica sia alla scoperta di nuovi talenti, sia al recupero di piccoli gioielli underground persisi tra le nebbie del tempo. A contraddistinguerla è la tiratura limitata delle sue pubblicazioni, il più delle volte ristampe di materiale già apparso altrove. In questo caso l’intenzione è quella di approfondire la conoscenza di un paio di band con alle spalle un solo demo, che la label irlandese rende disponibile in formato cassetta. La natura delle sonorità proposte da Zodiac e Orogen si adatta a un’operazione di questo tipo, in quanto entrambe le formazioni si rendono autrici di polveroso doom classico. Laddove gli Zodiac inglobano all’interno della loro proposta alcuni elementi heavy metal che possono ricordare gli Hour Of 13, gli Orogen prediligono un approccio alla materia vicino a quello dei Saint Vitus vecchia maniera. I primi catturano l’attenzione sin dall’inizio tramite il ricorso a riff sporchi eppure trascinanti, mentre i secondi propongono sonorità più ostiche e presentano delle linee vocali di non facile assimilazione, che in un primo momento possono apparire fuori fuoco. Tale elemento costituisce il punto di forza della cupa “Cunning Priest”, il cui fascino sarebbe venuto meno nel caso al microfono ci fosse stato un cantante dotato di una timbrica limpida e cullante. Lo strumentale “Through The Forest” permette di apprezzare le atmosfere rarefatte plasmate dagli Orogen e condurre l’ascoltatore verso “The Veiled One”, nella quale le ritmiche si fanno relativamente sostenute e simili a quelle degli Zodiac, i quali raggiungono il proprio apice compositivo in occasione dell’evocativa “Brother Death”. Se la formula degli Orogen è nel complesso omogenea, quella degli Zodiac assorbe al suo interno differenti sfumature e umori, inoltre la loro produzione si rivela essere oltremodo professionale, mentre quella degli altri ha in sé le caratteristiche proprie di un primo esperimento autoprodotto.

Di tutt’altra sostanza è la ristampa di Blood, Fire, Beer degli Argus. Trattasi di un ep registrato durante settembre 2012 e inizialmente distribuito in cd autoprodotto, destinato ai sostenitori della band. Al suo interno trovano spazio “The Hands Of Time Are Bleeding” (poi inclusa nel loro album Beyond The Martyrs), un paio di cover (“On The Turning Away” dei Pink Floyd e “Johnny” dei Thin Lizzy) e tre brani dal vivo (“Pieces Of Your Smile”, “From Darkness… Light” e “Devils, Devils”), tramite i quali è possibile ricevere conferma della classe di Brian Balich e dei suoi compagni. Un discorso simile può valere per Fragrant Suncry, A Scented Memorium dei Thy Sinister Bloom, riedizione di un brano già apparso in alcune copie del demo Thy Temperate Veil/A Vanity Lost. Registrato in origine nel 1996, si rende testimone della fantastica crescita compositiva da parte di una formazione a suo tempo davvero definibile sperimentale. L’atmosfera che pervade le composizioni di Jeff O’Reilly (voce), Robin Bailey (chitarra), Cory Sloan (basso) e Bren Mullen (batteria) è calma e ricca di pathos, distante dalle movenze stoner/doom dei Cathedral così come dalla disperazione death doom degli anni Novanta. I Thy Sinister Bloom rappresentano un’entità a sé stante e riescono ad affiancare con sapienza a una trama sonora assimilabile alla psichedelia più onirica con linee vocali malinconiche. Ne consegue che quella di ristampare ufficialmente questa perla sia un’operazione encomiabile. L’auspicio è che la label indipendente che ha reso possibile la sua realizzazione possa svolgere un vero lavoro di scouting che vada oltre la proposizione di edizioni limitate, interessanti da un punto di vista musicale eppure destinate a lasciare poca traccia del loro passaggio. (Samuele Lepore)