HEALING FORCE PROJECT, Perihelion Transit

HEALING FORCE PROJECT, Perihelion Transit

Secondo album sulla lunga distanza per il produttore e dj veneto Healing Force Project (all’anagrafe Antonio Marini), dopo Omicron Segment del 2013 e una serie di ep pubblicati a partire dal 2010 da varie etichette come Acido Records, Berceuse Heroique, Bedouin e le italiane Eerie ed Eclipse Music. Come il suo predecessore, Perihelion Transit esce proprio per la torinese Eclipse, per un totale di otto tracce – in tre delle quali spicca la tromba effettata di Giorgio Li Calzi – riversate su due vinili 12” in confezione ammiccante all’iconografia dell’antico Egitto e alla tradizione afro-futurista. E non è certamente un caso che qui si tiri in ballo la tradizione: con essa il progetto di Marini ha negli anni instaurato un rapporto di pura fiducia, se così si può dire, nel senso che non si ha mai una sterile rielaborazione del passato, pur contemporanea che sia, ma c’è l’idea di avanzare ipotesi per una musica che col futuro (e con l’ignoto, vista la natura astronomica del titolo di quest’ultima produzione, e dell’etichetta che se ne occupa) non può esimersi dal fare i conti.

Con un nome che è omaggio diretto al sassofonista Albert Ayler, o meglio al suo disco “Music Is The Healing Force Of The Universe”, Healing Force Project è il figlio bastardo e mutante (quindi incurante della dicotomia analogico-digitale) di una linea ideale che dal free jazz spirituale d’Oltreoceano giunge alla techno dei giorni nostri, passando per il jazz elettrico di Miles Davis e per l’Herbie Hancock altezza “Sextant” o per le traiettorie autenticamente solcate dal collettivo Underground Resistance, dai Drexciya, dal Carl Craig della Innerzone Orchestra, e via dicendo. Di mezzo, sopito ma non troppo, un amore per le esplorazioni cosmiche dei Settanta e, un po’ a sorpresa, per quella deriva hi-tech soul tanto presente nel future jazz anni Novanta, carico di esotismi vari. Mi piace pensare che Marini non applichi, come spesso avviene, una distinzione troppo netta tra il formato album e le produzioni brevi più orientate al dancefloor (un dancefloor comunque poco canonico); la sua pare invece l’attitudine di chi fa un percorso più profondo, certamente vario e screziato, ma ad ogni modo unitario. A testimoniare ciò, in Perihelion Transit fanno capolino almeno un paio di brani che amalgamano entrambe le due sfere con l’obiettivo di sfumarne i contorni: “Illusione”, con l’incedere marziale della cassa a bilanciare improvvisazioni tastieristiche dal godimento immediato, e “Dark Fragment”, techno lenta per cassa dritta e toni oscuri, tra interferenze e disturbi portati al sublime. Anche “Oneirism” è carica di bassi profondi, un fondale per nulla rassicurante su cui – in guisa di Jon Hassell – entra in scena la tromba esperta di Li Calzi, sempre onirica e processata per via digitale. Molto interessante anche il suo intervento nella conclusiva “Toxic Experience In The Future City”, esperimento free-form dai toni finalmente distesi, ma ancora una volta, come del resto i brani che lo anticipano, in perfetta overdose sci-fi.

L’album vanta un minutaggio non indifferente, e qualcuno potrebbe apprezzare anzitutto il valore dei singoli brani, piuttosto che il loro formare un insieme. Ma sono dettagli: è chiaro che se vi piacciono gli afro-futurismi contemporanei dei vari Hieroglyphic Being e Afrikan Sciences, qui rimarrete stregati. In tal caso, di Healing Force Project non vi farete scappare neppure l’ultima pubblicazione, un divertissement di percussioni in paranoia uscito per la scozzese Firecracker col titolo di “Gravitational Lensing”.