GÉVAUDAN, Iter

I Gévaudan sono una band che – a partire dalla pubblicazione del primo ep Message For The Damned (2014) – ha avviato una sorprendente evoluzione del proprio stile. Pur essendo da sempre legati alla musica del destino, all’interno di quella prima prova e del successivo ep Litost (2016) inglobarono input psichedelici che Iter tende a sacrificare, in favore di un afflato evocativo che li rende assimilabili alle band inglesi anni Novanta. La loro particolarità è da ricercarsi nei riferimenti al doom americano e nelle linee vocali di Adam Pirmohamed, la cui pronuncia tipicamente anglosassone conferisce a “The Great Heathen Army” un’eleganza (forse) inaspettata. Pur essendo contraddistinto da una complessiva omogeneità, l’album attinge a stili differenti aggiungendo a ogni brano piccoli particolari che ne arricchiscono la tavolozza cromatica. Le sensazioni trasmesse da “Saints Of Blood” sono in tal senso sospese tra riferimenti epici e fragili inflessioni desertiche cui si deve lo stupore che suscita nell’ascoltatore. Questa contaminazione non è forzata e anzi c’è una naturalezza di fondo che fa pensare a quanto questi ragazzi debbano essersi nutriti di entrambi gli stili. Si intersecano mantenendo integra la soavità di “Duskwalker” e ammantandola di una patina malinconica mai enfatica o inverosimilmente melodrammatica. Le emozioni fluiscono senza soluzione di continuità e le variazioni di umore sono dovute al mutare dei propri sentimenti. Frazioni heavy si alternano ad altre più pacate e sfociano in passaggi strumentali in linea con l’atmosfera emanata dalle tracce precedenti. Talvolta affiorano linee vocali laceranti, che, nonostante possano sorprendere, risultano funzionali al bisogno di esternare un disagio interiore altrimenti inespresso. Il vissuto da cui proviene merita di essere conosciuto e affrontato, perché suscettibile di travolgere le esistenze di tutti noi.