EMPTY SET, Alessandro Vagnoni

Abbiamo parlato degli Empty Set poco tempo fa ed è stato un piacere poter trattare su The New Noise il loro album, uscito in formato digitale. È invece concreta la qualità di questo debutto e la volontà da parte nostra di diffonderlo facendo in modo che più persone possano apprezzarlo. Quella che segue è una piacevole chiacchierata telematica con Alessandro Vagnoni… 

Cominciamo dal tuo background: ti ho conosciuto grazie ad un gruppo metal, ti ho ritrovato con Nicola Manzan e infine con Bushi e Empty Set…  Quale è stata la tua formazione musicale, quando e come ti sei avvicinato alla musica?

Alessandro Vagnoni: A cinque anni mi fu regalata una batteria giocattolo, ma già ascoltavo insieme a mio padre i suoi dischi: una collezione piuttosto eterogenea che spaziava tra Beatles, Yes, ELP, Gentle Giant e Billy Cobham, Police, Led Zeppelin e altro ancora (compresi Elton John e Supertramp). Mentre ero nella mia prima band scoprivo i Primus, i Tool, i RATM e il metal. Poi John Zorn e Mr. Bungle mi hanno scombinato il cervello. Direi che il mio approccio alla musica è una risultante di tutte queste esperienze e cerco sempre una certa “obliquità”, ma con saldi appigli pop.

Nonostante i pregiudizi, credo che il metal sia da sempre un genere aperto alle contaminazioni e capace di accogliere nuovi stimoli anche in anticipo sui tempi, condividi questa idea?

Il metal diventa interessante proprio quando si ibrida e quindi smette di essere metal tout court. Preso com’è, risultante dei mondi punk e blues (che non mi piacciono granché) portati alle estreme conseguenze, è un mondo musicale che non mi ha mai attratto (vedi il thrash). Ho fatto sempre molta fatica, suonando per anni in contesti metal, a dichiarare di non essere un metallaro (specialmente quando mi chiedevano le mie influenze). Devo comunque molto a questa musica perché mi ha insegnato molte cose e dato tanto (tranne i soldi). In ogni caso non penso di aver partorito un album metal, piuttosto è sostanzialmente rock, parola oggi che forse non vuole dire più niente.

Hai o hai avuto dei modelli per quanto riguarda l’approccio allo strumento? Quali sono i batteristi che più ti hanno influenzato?

Devo molto (tutto) a tanti batteristi che nel tempo mi hanno indicato la strada: pensare al mio strumento non come a un mero substrato ritmico d’accompagnamento, ma più come a qualcosa che contribuisca all’arrangiamento. Gente come Billy Cobham, Tim Alexander, Stewart Copeland, Danny Carey, Tomas Haake, Gene Hoglan, Billy Martin e ultimamente Nate Wood.

Non deve essere stato semplice entrare in un progetto come Bologna Violenta, che era sempre stato gestito da Nicola Manzan in solitaria. Come sono andate le cose e come credi il tuo ingresso abbia cambiato le cose?

Le difficoltà all’inizio sono state due: capire come effettivamente suonare le parti ritmiche e ricordarsele (in scaletta potevano esserci anche più di quaranta pezzi). Come dicevo prima, sono stato sempre abituato a pensare alla batteria come a uno strumento melodico, di arrangiamento, quindi era più facile suonare cantandosi mentalmente le frasi melodiche dei brani: ti rimangono in testa e hai una visione globale della struttura, ed eviti di suonare contando (cosa che sconsiglio a tutti di fare in generale). Nicola si è fidato di me e mi ha commissionato anche il mixaggio dei dischi che abbiamo realizzato insieme. Quello che è cambiato è sostanzialmente avere un batterista “umano” invece di campioni messi in sequenza da Nicola (che non è un batterista e non ragiona da tale, ma qui sta anche la forza del suo progetto). Io ho aggiunto quel pizzico di groove e di bagaglio stilistico alle sue composizioni.

In che modo è nata la collaborazione con Enrico Tiberi?  

Io ed Enrico già collaboravamo prima del suo trasferimento a Berlino, ci conosciamo da anni. Insieme abbiamo dato vita a diversi progetti: Tapewhore, The Shell Collector, Brain e altro ancora. Lui è un musicista e un produttore formidabile e la sua voce sta bene su molta musica che mi piace scrivere. Ha uno studio e l’etichetta Tuna Records, per la quale il disco è uscito (release digitale).

Empty Set è ispirato ad alcuni episodi della serie televisiva “The Twilight Zone”. In che modo hanno influito sulla realizzazione dell’album e più in generale sul tuo approccio alla composizione?

Il rimando al primo episodio de “Ai Confini Della Realtà” è venuto mentre iniziavo a scrivere i testi, plasmati attorno alle vocalizzazioni di Enrico in fase di pre-produzione. Volevo fosse un album oscuro e negativo, anche se alcune soluzioni melodiche avrebbero contraddetto questa vocazione. Il senso del disco si può declinare in molti modi e ci sono vari piani di lettura. Uno di questi è “perché fare dischi o scrivere libri se poi un giorno finiamo tutti in un buco nero”?

Sempre a proposito dell’album, un aspetto che ci ha colpito è l’intersecarsi di frammenti atmosferici con una struttura essenzialmente progressive rock. Quale delle due componenti nasce prima e in che modo siete riusciti a farle convivere?

Mi piaceva dare un carattere psichedelico e ambient perché volevo bilanciare le distorsioni e le incursioni pop di voci e chitarre acustiche. Volevo anche evitare di usare troppo il synth/Moog per non cadere nei cliché del prog (missione compiuta, visto che una tra le etichette più attente al prog di oggi ha rifiutato il disco perché troppo distorto e “troppo Tool”…). Ho affidato quindi alle chitarre il ruolo di protagonista e alcune di queste parti atmosferiche sono create da chitarre ed effetti.

La pubblicazione dell’album è accompagnata da un libro illustrato da Francesco Farneselli. Qual è il legame esistente tra disco e libro? In quale modo credi che – in un’epoca in cui si dice che le persone leggono poco che e la musica viene ascoltata prevalentemente in digitale – una combinazione del genere possa suscitare interesse nelle nuove generazioni?

Infatti non penso ci sia interesse da parte della mia generazione, figurarsi da parte di quelle nuove. Non ci sarebbe neanche se decidessi di regalare il disco, continuerebbero a non comprarlo. Però lo ascoltano in streaming (per lo più in maniera parziale, da quanto risulta dalle statistiche di Bandcamp). L’ho fatto perché volevo e dovevo farlo. Ad ogni modo Francesco ha avuto una grandissima idea nel proporre un libro illustrato come unico oggetto fisico legato al disco (che invece è immateriale). È un libro bifronte, sono due storie parallele che hanno due inizi e due sviluppi diversi ma che convergono al centro. Sono spese piccole, affrontate sapendo di non rientrarci.

Il videoclip di “V” è tetro e misterioso, mentre la vostra musica appare tendenzialmente aperta a incursioni melodiche e di ampio respiro.  Come è stato realizzato e in che modo pensi possa rappresentare il mondo concettuale di Empty Set?

Marco Di Battista è un altro artista a cui abbiamo chiesto di collaborare per il video. Lo conoscevo soprattutto per i suoi incredibili lavori di mapping. Non finirò mai di ringraziarlo, ha realizzato il video che avevo in testa senza che io gli dessi nessuna linea guida. Non direi che il video sia meno oscuro e teso della musica che c’è nel disco, anzi…


Se dovessi descrivere la musica di Empty Set a una persona in procinto di ascoltarlo, come inizieresti? Quale tipo di sensazioni desideri trasmettere attraverso i brani in esso contenuti?

Empty Set è un disco rock sperimentale e progressivo attraversato da malinconia e negatività diffuse. Se lo mandaste al contrario e trovaste qualche frase sospetta, ne sarei felice.

Sei un attento ascoltatore di progressive rock? Quali sono i dischi  a cui ti senti più legato o che – seppure di altri generi musicali – credi ti abbiano dato la spinta a creare Empty Set?

Il prog inglese anni Settanta è nel mio DNA, ma non sono un fissato. La definizione di prog oggi è rock che si spinge oltre i cliché e che riesce a ibridarsi e attraversare sempre nuove frontiere. Ci sono tanti dischi che continuano a darmi linfa vitale e che probabilmente hanno influenzato la costruzione di questo album, ma non saprei elencarli tutti, sono davvero troppi.

Grazie per il tempo che hai dedicato a questa intervista. Puoi concluderla come desideri….

Grazie a voi per il supporto e per aver parlato del disco. Potete acquistare disco e libro su alessandrovagnoni.bandcamp.com/album/empty-set.