ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY, Cloud Eye

Elevators To The Grateful Sky

Policromo e dai contorni nitidi come la grafica di copertina, Cloud Eye è introdotto da una colata di riff la cui esplosione avviene in concomitanza con l’inaspettata comparsa dell’armonica di Giorgio Trombino. La sezione ritmica impiega il tempo necessario ad accompagnare la voce ruvida di Sandro Di Girolamo per poi lasciarsi trasportare da rilassati suoni liquidi che permettono di apprezzare l’esecuzione delle linee di basso. Le composizioni di Cloud Eye fluiscono lente come lacrime, ma permettono alla sua anima hard psych di fiorire, concedendosi a fughe strumentali che a un certo punto lasciano quasi percepire la vibrazione degli amplificatori. L’energia sprigionata è sovente espressa seguendo una formula sintetica assimilabile al punk, ma si prende anche fiato durante parentesi melliflue e laceranti. Passaggi distesi si avvicendano alle tonalità cangianti degli anfratti nei quali a prevalere è l’impatto: la pelle è madida di sudore eppure vi è un sostrato melodico che attraversa i brani, mediante fugaci esplorazioni in territori ove la sabbia del deserto viene portata via da una leggera brezza che permette di scorgere l’eclettismo compositivo della band. Come il bruco sceglie uno stelo adatto e stende un cuscinetto di seta al quale attaccare la coda, per poi assumere la forma di pupa e infine fendersi e fare fuoriuscire la farfalla, così Elevators To The Grateful Sky si sta affrancando dalle radici anni Novanta, divenendo una creatura pronta a spiccare il volo.