Elder: esplorazioni tra passato e presente

Elder: foto di Anait Sagoyan
Elder: foto di Anait Sagoyan

Con la realizzazione di Omens, gli statunitensi Elder hanno spostato i propri limiti compositivi ed esecutivi oltre i confini di ciò cui ci avevano abituato, aggiungendo elementi inediti che li hanno portati a collaborare con Fabio Cuomo, rendendo ancora più sognante la propria proposta sospesa tra heavy rock e (sempre di più) progressive. Di questa evoluzione iniziata alcuni anni fa (in occasione di Lore, 2015) e di altro, abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Nicholas DiSalvo (chitarra, voce, tastiere).

Con il nuovo album Omens si denotano un paio di cambiamenti. Il primo riguarda l’immagine di copertina, che è differente rispetto ai panorami fantasy dei precedenti album. Cosa vi ha spinti a scegliere un’immagine differente e quale è il suo tema sottostante?

Nicholas DiSalvo: Omens presenta un tema decisamente più narrativo rispetto agli album precedenti e questa è una delle ragioni per cui desideravamo una copertina differente. Abbiamo optato per l’idea della figura di pietra perché sentivamo che avrebbe guidato l’ascoltatore nel fare associazioni tra la musica, i testi e il titolo. Non avrebbero fatto altrettanto se avessimo continuato a utilizzare temi legati al mondo fantastico. Inoltre, ritenevamo importante che la copertina del nuovo album si distaccasse dal resto del nostro repertorio, perché tanto la musica quanto la produzione si differenziano da quelle dei dischi precedenti e ciò doveva riflettersi anche a livello visivo.

Per dirla in maniera semplice, le tematiche trattate nel disco hanno a che fare con la corsa della nostra società verso l’autodistruzione e la sua natura pressoché fatalista. Ogni anno che passa osserviamo la distruzione imminente del nostro pianeta e di noi stessi, non abbastanza determinati ad attuare i cambiamenti necessari. Vivere oggi significa confrontarsi continuamente con presagi funesti e osservare inermi come il potere ignore qualunque segnale di pericolo.

L’altro cambiamento riguarda la formazione. Che cosa è accaduto e in che misura ritieni che i vostri nuovi compagni abbiano contribuito alla crescita della band?

Il nostro secondo chitarrista Michael Risberg si è unito ufficialmente alla band dopo la pubblicazione del nostro ultimo album nel 2017. Arrivati a quel punto siamo stati tutti dell’idea che per espandere il nostro suono e proporre tutte le canzoni dal vivo avremmo avuto bisogno di un altro paio di mani. Durante l’estate 2019 il nostro batterista originario Matthew Couto ha lasciato la band e abbiamo scelto il nostro amico Georg Edert come suo sostituto. Sia Mike che Georg hanno il loro stile e ha avuto un forte impatto sul suono della band, che fu istituito dalla formazione originale. Mike ha una formazione jazz e come chitarrista ha un tocco più leggero del mio. Il suo tono e le sue idee sono perfette per creare  atmosfere psichedeliche più delicate e ci completiamo davvero bene a vicenda. Quando abbiamo dovuto affrontare la difficile decisione di sostituire Matt, abbiamo finito con l’invitare Georg perché – al di là dell’essere buoni amici – ha più influenze progressive di quante non ne avesse Matt. Sia Mike che Georg ci aiutano nel portare un certo livello di dinamicità nella nostra musica.

Questa volta avete anche Fabio Cuomo in veste di ospite, che si occupa dei sintetizzatori e del piano Rhodes. Mi sarei immaginato si trattasse di una piccolo intervento, mentre lui e il suo tocco sono davvero presenti nell’album. Come vi siete approcciati a questa collaborazione e in che modo avete lavorato al fine di integrare il suo stile personale con la vostra scrittura?

Buona parte delle parti di tastiera dell’album erano già state predisposte prima che approcciassimo Fabio chiedendogli di partecipare alle registrazioni. In veste di ospite, ha ascoltato, imparato e reinterpretato molte di queste parti, fornendo una performance stellare, molto più di quanto avrebbe potuto qualcuno di noi! Ciò in cui Fabio brilla davvero all’interno del disco è laddove è stato lasciato libero di improvvisare. Sembra avere un tocco magico nell’aggiungere qualcosa di suo che sia sufficiente per fare emergere determinati passaggi. La collaborazione è stata davvero semplice: gli abbiamo chiesto di ascoltare le canzoni e di pensare a qualcosa che gli sarebbe piaciuto aggiungere e lo ha fatto. Quando è entrato in studio, dopo che noi abbiamo registrato le tracce base, sapeva immediatamente cosa fare. Un vero professionista, non come noi!

Ci sono altri strumenti che vi piacerebbe aggiungere in futuro? C’è una qualche nuova frontiera che vorreste esplorare con la vostra musica?

Al momento non saprei dirti quale possa essere il prossimo passo  e quali nuovi suoni o strumenti possano aggiungersi alla band. Essendo l’album appena realizzato, stiamo giusto iniziando a pensare a nuove direzioni.

Ritengo che in Omens vi sia una sintesi tra il rock psichedelico dei vostri primi due album e gli elementi progressivi che hanno iniziato ad emergere dopo la realizzazione di quegli album. C’è una combinazione di passaggi commoventi e avventurose fughe strumentali. Quando scrivete le vostre canzoni, quali sono i primi elementi cui pensate e quali invece vengono aggiunti durante il processo creativo, lavorando insieme?

Grazie. Sui due album precedenti non c’era stata nessuna premeditazione su come scrivere i pezzi e resto sempre sorpreso quando una parte che credevo dovere essere l’inizio di una canzone finisce nel mezzo di un altro brano! Talvolta l’ispirazione arriva a raffiche, quando cioè il motivo principale è già stabilito e le frazioni successive vengono composte con naturalezza. Spesso, tuttavia, lavoriamo simultaneamente su 20 idee e, mentre la canzone si sviluppa, possiamo combinare parti diverse o riscriverle in maniera tale che vi si adattino. Nello specifico, per Omens abbiamo lavorato in modo da potere aggiungere improvvisazioni in studio e dal vivo, cosa che si può notare in diversi passaggi delle canzoni.

Ho notato che le nuove composizioni sono connesse le une alle altre in maniera differente rispetto al passato. Hanno una struttura base simile, ma si evolvono ogni volta in una direzione differente. Qual è secondo voi l’elemento centrale dell’album?

Ritengo che questo album fluisca in modo diverso perché abbiamo deliberatamente pensato alla struttura dell’album come un tutt’uno anche lavorando sulle singole tracce. Allo stesso tempo, ad ogni canzone è stato dedicato il tempo di cui aveva bisogno; in generale c’è un’atmosfera più rilassata che su Reflections Of A Floating World, con più parti lente e sognanti, e abbiamo concesso tempo alle idee che lo richiedevano. Quantomeno queste erano le nostre intenzioni. Si potrebbe dire che l’elemento centrale dell’album sia la grande attenzione posta alle dinamiche complessive della band.

La vostra musica è sempre stata heavy, ma allo stesso tempo delicata ed esplorativa. Come considerate queste caratteristiche e il loro ruolo nelle vostre composizioni? Quali erano i vostri obiettivi agli inizi? E ora?    

Quando abbiamo fondato la band nel 2006, l’obiettivo era davvero di suonare musica ad alto volume, lenta e pesante. In tal senso, il primo demo è  davvero primitivo e noioso. Abbiamo mantenuto questo obiettivo di volume e pesantezza per alcuni anni, per poi renderci conto più o meno in concomitanza con la pubblicazione di Lore nel 2015 che avremmo potuto fare molto di più con la nostra musica. Da allora l’ethos degli Elder è stato quello di realizzare musica melodica che evochi emozioni e racconti una storia o accompagni l’ascoltatore lungo un viaggio. Dunque il modo migliore per farlo è scrivere canzoni con molti picchi e avvallamenti!

Per quanto ne sappia avete suonato insieme sin da ragazzini, per cui mi chiedo cosa via abbia spinto allora a dedicarvi a questo tipo di musica. Vi siete molto evoluti, ma sempre preservando quell’approccio anni Settanta che vi ha contraddistinto sin dai vostri inizi. È un qualcosa di naturale oppure una scelta precisa?

Difatti abbiamo fondato questa band a causa dell’amore per l’heavy rock e il metal, più nello specifico per lo sludge, lo stoner, il doom e il rock psichedelico. Crescendo e divenendo più maturi ci siamo interessati in maniera naturale a molte altre forme di musica, che hanno trovato la loro strada nel suono degli Elder, ma quella di preservare un fulcro rock nel suono della band è sempre stata una decisione consapevole, anche quando non ascoltavamo molta musica heavy. Credo sia perché nonostante nascano infatuazioni per differenti generi di musica, il rock and roll resta quello che fa riverberare più ampiamente la mia anima e sono a tuttora attratto da amplificatori ad alto voltaggio, batterie heavy e un suono di basso bello spesso! Comunque questo è il modo in cui abbiamo trovato la nostra nicchia: prendendo differenti elementi e atmosfere, per poi incanalarle tramite una sorta di filtro classicamente rock.

Siete quel tipo di musicisti che vanno sempre alla ricerca  di strumenti vintage che possano aiutarvi a ricreare il suono che avete in mente? Quale tipo di strumentazione ritenete irrinunciabile per la creazione del vostro suono?

Descriverei il nostro suono come un mix di tonalità vintage e moderne. Per alcune cose – amplificatori di chitarra, ad esempio – non c’è nulla di meglio per me degli amplificatori valvolari inglesi e non possiedo altro all’infuori di questa tipologia. A un livello base, questo è il suono degli Elder: amplificatori valvolari e grandiose batterie. È un suono classicamente rock. Poi usiamo, ovviamente, effetti moderni e altri nuovi strumenti come i sintetizzatori (ok, anche in questo caso qualcosa è vintage). Mi piace immaginare come suonerebbe una progressive rock band degli anni Settanta se viaggiasse nel tempo sino agli anni Duemila.

Suppongo abbiate viaggiato parecchio per portare la vostra musica al di fuori degli USA. Quali sono i luoghi che avete apprezzato di più e perché? C’è qualcosa che vi manca di più quando viaggiate all’estero?

Ironicamente, abbiamo passato così tanto tempo girando l’Europa che per noi fare tour negli USA è raro. La situazione si è ribaltata e viaggiare negli USA ci fa sentire a casa. Ai vecchi tempi, andare in tour negli USA era un compito ingrato, con pochi fan, viaggi estenuanti, nessuna ospitalità e paghe da fame. Venire in Europa è stata la realizzazione di un sogno! Tuttavia siamo stati fortunati nel vedere crescere il nostro seguito negli USA al punto da poterci aspettare concerti decenti anche qui, ma generalmente manca comunque quell’ospitalità che di solito c’è in Europa.

Grazie per il vostro tempo. Potete aggiungere qualsiasi cosa desideriate per chiudere questa chiacchierata.

Grazie per l’intervista e a chiunque l’abbia letta!