DAWN OF WINTER, Pray For Doom

DAWN OF WINTER, Pray For Doom

I Dawn Of Winter sono una delle più longeve formazioni doom e hanno all’attivo una discografia piuttosto nutrita, comprensiva di numerosi nastri (i primi dei quali a nome Cemetery) ed ep. La loro uscita più recente risale al 2012 (The Skull Of The Sorcerer), mentre il precedente album all’ormai lontano 2008 (The Peaceful Dead). Lo stile classico proposto dalla band tedesca rischia ora di apparire sin troppo anacronistico alle orecchie dei nuovi adepti della musica del destino, ma è una garanzia per coloro ne abbiano fatto la conoscenza in tempi non sospetti. Pur essendo rimasti fedeli a una formula che prende ispirazione dai Saint Vitus del periodo con Scott Reagers, nell’arco degli anni si sono evoluti, affinando la loro tecnica esecutiva e inglobando più melodia in canzoni caratterizzate da una cruda drammaticità che non concede spazio a incursioni in altri stili. Questo è doom incontaminato e del tutto devoto al suono degli anni Ottanta: lento, ipnotico e senza alcuna via di uscita dalla sofferenza narrata dalla voce teatrale di Gerrit Mutz. Nel corso del 2018 il cantante dei Sacred Steel ha partecipato ai nuovi dischi di Battleroar e Angel Of Damnation, concludendo con Pray For Doom, tramite cui rimarca la passione per sonorità che possono essere riproposte con tale enfasi solo da chi ha assistito in prima persona alla pubblicazione dei dischi da cui trae ispirazione.

Rispetto a In The Valley Of Tears (1998) il risultato è maggiormente coeso e ci sono alcuni elementi che tornano all’interno dei differenti brani, conferendo all’album una marcata personalità, in precedenza appena accennata. Ripensando a The Peaceful Dead, qui si ritrovano sovente frazioni soliste e ritmiche sensibilmente più complesse, per un lavoro capace di coinvolgere l’ascoltatore e crescere nel tempo.