DARK DESIGN, Prey For The Future

Dark Design

Osservando l’illustrazione old style di Prey For The Future si ha la sensazione di avere a che fare con una band le cui origini rievocano gli albori di quello che oggi viene definito “progressive heavy metal”. L’immaginario musicale post-apocalittico e da racconti crepuscolari che introduce la prima opera dei Dark Design, sviluppatisi ascoltando quell’ibrido tra heavy e thrash che concesse brevi attimi di fama a Meliah Rage e Psychotic Waltz, si impernia sul suono creato dalla coppia di chitarristi Mike Joyner e Ray Lewis. Encomiabile l’affiatamento dei cinque musicisti coinvolti nel progetto, concreti nel songwriting e compatti nell’esecuzione dei brani proposti. La formazione originaria del North Carolina, inoltre, vanta tra le proprie fila il batterista Robbie Mercer, che sembra farsi trasportare dal vento: preciso quando si destreggia in cavalcate arricchite da cambi di tempo e feroce nel riecheggiare sonorità care ai Metal Church di Blessing In Disguise. Meno convincente la prestazione di Andrew Bertrand, la cui aggressività ben si accompagna a una tonalità evocativa – trascinante nei momenti cadenzati e dal sapore plumbeo – eppure carente d’inventiva. Prey For The Future accompagna l’ascoltatore lungo i nostalgici meandri di ciò che l’heavy classico divenne a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, quando l’energia e la passione continuavano a infiammare i cuori dei metalheads della prima ora, ma i giovani preferirono volgere lo sguardo altrove. Questo lavoro, insomma, potrebbe rivelarsi un piacevole déjà-vu di ciò che accadde durante il periodo 1988-1991.