Cornea: accogliere l’invisibile

Apart rivela una marcata intensità espressiva già dalle note di “Daydreamer” e induce a farsi avvolgere dalle sue strutture circolari ricorrendo a pennellate invisibili eppure funzionali all’insieme. La percezione di ciò che ci circonda e l’esigenza di accogliere in noi note, immagini e parole silenti, fa sì che le si possa esprimere donandole a un mondo (forse) non sempre… in ascolto. Questa piacevole chiacchierata con (tutti) i Cornea, vuol essere un tentativo di raggiungere un crescente numero di sguardi pronti… ad ascoltare.

Dove dobbiamo ricercare l’origine del nome scelto per la band? La cornea è la lente più potente dell’apparato visivo e permette il passaggio della luce verso le strutture interne dell’occhio, proteggendo allo stesso tempo le strutture poste più in profondità da abrasioni e microrganismi patogeni. A vostro parere, sono di più le immagini e le suggestioni da accogliere oppure quelle da cui dobbiamo difenderci?

Nicola Mel (chitarra, sintetizzatori): Il nome Cornea è nato sicuramente da un sentimento di accoglienza verso tutto quello che solitamente ci spaventa, sentimenti che proviamo e che ci investono. Vuole essere un monito di consapevolezza, un riuscire ad esaminare tematiche invisibili, riuscendole a toccare con la musica. La Cornea vede, vede tutto e vede quel che sente.

La musica (ascoltata e immaginata) accompagna la nostra personale visione di quello che ci circonda e arricchisce il vissuto di ognuno, dotandolo di un impalpabile aspetto emotivo che risulterà essere differente anche per individui che stiano ascoltando le stesse note e nel medesimo luogo. Quali sensazioni vibrano in ognuno dei tre attuali componenti dei Cornea (Nicola Mel, chitarra e sintetizzatori; Andrea Greggio, batteria; Sebastiano Pozzobon, basso) quando vi ritrovate a suonare insieme in sala prove?

Nicola Mel: Per me è una situazione di sfogo, riesco finalmente a comunicare il mio stato d’animo e farlo sfogare, tramite la musica, la creazione, quasi come un rituale. È una necessità per me.

Andrea Greggio (batteria): Mi sento totalmente libero da ogni zavorra o pensiero negativo, mi immergo completamente nel suono che io stesso contribuisco a produrre… e sono felice.

Sebastiano Pozzobon (basso): Quando suoniamo penso di trovarmi in una sorta di dimensione spirituale, in cui l’anima, sempre che di essa si tratti, prende il sopravvento su tutto il resto. È come partecipare un rituale in cui la musica acquista una forza evocativa ed evocatrice.

A quanto mi è dato sapere, Apart ha avuto una lunga gestazione ed era già stato (almeno in parte) registrato prima che avvenisse l’ingresso in formazione di Sebastiano Pozzobon (attivo nei Dotzauer). Pensate che il suo apporto abbia modificato (più o meno significativamente) alcuni tratti del vostro stile? Se sì, in quale misura e/o introducendo quali soluzioni sino ad allora (da voi) inesplorate?

Andrea Greggio: Sebastiano ha uno stile completamente differente dal nostro precedente bassista, pensiamo abbia sensibilmente modificato il nostro suono. In ogni caso, ancor prima che Sebastiano venisse scelto, avevamo già iniziato a riarrangiare i brani di Apart, poiché avevamo già deciso di restare in tre.

Nicola Mel: La vedo anche io così, è stato un lavoro di riorganizzazione molto profondo, le canzoni sono le stesse, ma Sebastiano ha messo molto di suo, riuscendo a danzare insieme a noi, trovando il suo spazio e contribuendo attivamente alla realizzazione dei brani, anche se già presenti.

Sebastiano Pozzobon: posso dire che entrare nei Cornea ha rappresentato per me il partecipare ad un progetto estremamente appagante dal punto di vista musicale. Ho trovato le porte della creatività aperte e l’opportunità di esprimermi a pieno in una dimensione fantastica, potendo spaziare sia dal punto di vista dello stile che dei suoni.

La sensibilità e il gusto compositivo propri del post-rock si sono oramai elegantemente infiltrati in ambiti a prima vista impermeabili ad atmosfere rarefatte e intrinsecamente intimiste. I vostri riferimenti affondano le loro radici in questo mondo, cui a partire da circa un paio di decenni (… forse meno) hanno attinto musicisti in origine diretti altrove e mossi da input differenti. Ritenete che in una qualche misura tale influsso stia per giungere anche nella direzione opposta e che possa modificare irrimediabilmente alcuni tratti caratteristici del classico post-rock?

Nicola Mel: Sicuramente per noi è importante poter mescolare tutto quello che sentiamo “appartenerci”. Il post-rock è solo una base di partenza, molto libera, senza molte restrizioni, altamente contaminante e allo stesso tempo facile da contaminare… come un’ottima tela bianca, e penso sia questo che attragga molti musicisti ad utilizzare questa base. Spesso veniamo definiti post-rock perché non abbiamo linee vocali, ma anche questo in futuro potrebbe cambiare, in noi vibrano molta psichedelia, molto doom metal, le ultime canzoni che stiamo componendo strizzano molto l’occhio al doomgaze, al funeral doom… ma a noi interessa solo che siano “canzoni dei Cornea”.

Andrea Greggio: Penso che il nostro genere sia quanto di più libero possa esistere, in ogni caso secondo me qualsiasi contaminazione possa influire sul genere, è un fatto positivo.

Sebastiano Pozzobon: Sono convinto che le etichette di genere siano sempre da prendere un po’ con le pinze… detto questo, non mi sono mai interrogato sul futuro del post-rock perché vedo la musica come un linguaggio, che vive e si rinnova nelle contaminazioni.

Naturalmente, i cambiamenti cui facevo riferimento nella domanda precedente, hanno coinvolto ogni stile musicale, facendo sì che potesse evolversi e/o ampliarsi… al di fuori della musica che percepite istintivamente nel vostro cuore, in quanto individui che odono (e talvolta – nella quotidianità – subiscono) suoni isolati e/o successioni di note immaginate da persone con culture e tradizioni distanti dalla nostra/vostra… vi sentite maggiormente a vostro agio cullati da musiche assimilabili a quella che proponete nei Cornea, oppure vi inoltrate volentieri in territori (da voi) inesplorati? Se ognuno nella band potesse citare tre album che apprezza particolarmente e che non ci si aspetterebbe da voi, quali sarebbero?

Nicola Mel: Veramente difficile discernere quello che viene elaborato dalla nostra mente come utilizzabile o meno… ascolto di tutto, dall’elettronica al grindcore. Personalmente il disco che mi ha cambiato la vita è stato Siamese Dream degli Smashing Pumpkins, oppure Pornography dei Cure, non riesco e non mi va nemmeno a capire quale mi abbia influenzato di più.
Tre dischi che difficilmente ti aspetteresti da me? Levitate degli Idaho, Dark Red di Shlohmo e Cursed dei Rotten Sound.

Andrea Greggio: Personalmente ascolto di tutto, gli album che cito sono Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band (Beatles), Time Out (The Dave Brubeck Quartet), Non Al Denaro Non All’Amore Né Al Cielo (Fabrizio De Andrè).

Sebastiano Pozzobon: Vado molto a periodi, tra le cose che potrebbero esulare da ciò che si potrebbe assimilare ai Cornea cito Verano Zombie di Noyz Narcos, alcuni lavori di Steve Reich e i pezzi sacri della musica ortodossa con un bel basso profondo.

A proposito di alterità culturale: al fine di (ri)trovare punti di contatto tra persone appartenenti a Stati o addirittura continenti distanti, domando spesso ai musicisti che intervisto quali siano i luoghi del loro Paese cui sono maggiormente affezionati e per quale motivo. Data l’esigua distanza geografica che ci separa, oggi ho pensato di trasformare in altro questa mia consuetudine e chiedervi – mentre stiamo facendo esperienza di un momento socialmente ed economicamente delicato – «Cosa ci separa?» La musica potrebbe davvero unire le persone e lenire (in parte) le nostre sofferenze?

Nicola Mel: Sicuramente il solo fatto di essere umani include un dolore primordiale in noi, la musica è sicuramente qualcosa che può unire e solitamente lo fa. Aiuta l’eterna ricerca.
La musica può farci capire che non siamo gli unici a contorcersi nella melma.

Andrea Greggio: Certo che sì, in un momento come questo la musica almeno per me è un vero e proprio antidolorifico, la musica unisce sempre le persone

Sebastiano Pozzobon: Concordo appieno, la musica unisce, la musica salva. Sul cosa ci separa: l’istintiva e incancellabile componente egoistica della nostra natura.

L’illustrazione utilizzata per presentare Apart è stata realizzata da Nicola Mel stesso, ricorrendo allo pseudonimo A Spring Of Murder (aspringofmurder.bigcartel.com). Osservando parte delle opere realizzate, ho notato alcuni elementi simbolici ricorrenti, quali la presenza di particolari floreali (petali, foglie…) e corporei (appartenenti sia a creature verosimilmente umane, che ad animali non-umani). Quali sono le emozioni che suscitano la comparsa di queste visioni, nelle quali riferimenti al mondo animale sono affiancati ad immagini riconducibili alla nostra vita emotiva (mani che si introducono nella gabbia toracica, forse mettendo a nudo la propria interiorità)?

Nicola Mel: Il tema principale dell’artwork di Apart è la separazione. Il disco è stato concepito in un momento molto difficile per me, e si è protratto tutto per molto tempo e non doveva nemmeno avere un titolo inizialmente. Mentre mi scervellavo per capire come “riprodurre” visivamente il disco, ho notato che era tutto lì. La separazione, la speranza che qualcosa possa cambiare, la realizzazione che la natura è nobile ma spietata. Continuavo a chiedermi “cosa mi separa dalla serenità” e alla fine ho dato un significato a tutto, simbolico ovviamente, le creature inseparabili, la separazione inevitabile, la bellezza di un fiore velenoso, la coesistenza di vita e morte in un corpo, la bellezza intrinseca nella morte, nella fine. L’ho chiamato Apart e ho iniziato a disegnare. Potrei stare qui a spiegare ogni singolo elemento, ma alla fine credo sia un artwork molto potente che riesca ad arrivare dove deve, e questo crea una sorta di spiegazione personale per ognuno di noi e questo mi piace tantissimo.

Tornando ad analizzare il simbolismo presente nelle illustrazioni realizzate da Nicola, ho notato che alcuni di questi elementi emergono anche dai titoli scelti per i brani: «Daydreamer», «Kingdom» (la corona raffigurata in Apart e altre illustrazioni di A Spring Of Murder)…  cosa li rende così carichi di significato per Nicola e/o nell’economia del mondo proprio di Cornea?

Nicola Mel: Il simbolismo mi è caro nell’approccio che uso con i miei lavori di illustrazione e sicuramente la cosa sfocia anche nella musica. Mi permette di avere un terreno comune con lo spettatore, comunicare molto direttamente ma lasciare libertà di interpretazione allo stesso tempo.

Le sei tracce offerte all’interno del vostro album di debutto evocano un’infinita sensazione di quiete, talvolta interrotta (e – per questo stesso motivo – amplificata) da ben calibrati richiami a sonorità comunemente percepite come oscure e/o tormentate. Tuttavia non si perdono mai di vista quel gusto melodico dalla struttura circolare destinato ad allontanare ogni inquietudine e l’abilità di contenere il peso emotivo dei fraseggi di matrice sludge doom, avvalendosi di efficaci note rassicuranti. Quale percorso siete soliti intraprendere per dare vita alle vostre composizioni (sempre ammesso che ve ne sia solamente uno)?

Andrea Greggio: Non abbiamo un metodo preciso, le idee possono venire dopo lunghe jam in studio, oppure a casa uno di noi ha un’idea e la propone agli altri, poi, da lì, assieme la sviluppiamo.

Nicola Mel: A volte semplicemente esce così, tra di noi. A volte esce da esperimenti, a volte è qualcosa che si forma nelle nostre teste e viene trascritto. Ci facciamo tanto guidare dalla canzone stessa, è lei che vuole dire qualcosa e, per lo meno io, cerco di ascoltarla prima ancora di scriverla. Dove vuole andare? Perché è nata? Cosa vuole dirmi?

In conclusione, vorrei porvi quella che (in fin dei conti) avrebbe potuto essere la mia domanda d’esordio: dato che suonate brani interamente strumentali, ritenete che le parole (nelle canzoni…. ma non solo) siano realmente necessarie? Di cosa necessitiamo per comunicare a un livello profondo con noi stessi e con chi ruota attorno alla nostra esistenza?

Nicola Mel: Non penso le parole siano indispensabili, ma non le disprezzo nemmeno. Io sono anche un cantante, pur non cimentandomi nel canto da un bel po’ di anni. A volte sento la necessità di farlo anche nei Cornea. Per comunicare con noi stessi secondo me abbiamo bisogno di tanta consapevolezza. E dovremmo scrollarci di dosso la paura.

Andrea Greggio: Non penso che siano indispensabili le parole, si possono comunicare benissimo emozioni, stati d’animo e sentimenti allo stesso modo, pensiamo ai grandi compositori classici.

Sebastiano Pozzobon: A meno che il testo non abbia uno spessore elevato (esempio: De André) non presto mai troppa attenzione alle parole delle canzoni. Vivo l’ascolto della voce come quella di uno strumento musicale, perché è quello che cerco nell’esperienza di quest’arte ed è il suono quello che mi resta. Mi rendo conto che possa essere un limite, o sembrare un atteggiamento naif, ma in realtà si tratta semplicemente della relazione che ho con la musica.

Vi ringrazio per il tempo che avete dedicato nel rispondere alle mie domande. Potete utilizzare queste ultime righe per aggiungere qualcosa cui teniate…

Nicola Mel: Grazie mille Samuele! Io vorrei solo invitare le persone a non smettere mai di ricercare nuovi ascolti, date una possibilità a tutta quell’arte, musicale e visiva, non mainstream che cresce attorno a voi. Potreste trovare delle meraviglie che vi daranno molto, delle passioni, e potreste unirvi ad altre persone, invece che stare Apart l’uno dall’altro